Speaker's Corner

Il Molise non esiste, ma i suoi soldi sì (purtroppo)

Tra i primati negativi del Belpaese ce n’è uno che è davvero un paradosso, considerata la vocazione turistica del nostro territorio nazionale: l’Italia include la regione meno turistica d’Europa. Una sorta di “buco” nello Stivale non difficile da individuare, considerato che l’etichetta più invitante è la sua “non esistenza”: il Molise.

A certificarlo non è stato uno sconosciuto istituto di ricerca, ma addirittura Eurostat, il prestigioso ufficio statistico dell’Unione europea. Se nel 2017 in Italia si sono registrate, a livello turistico, ben 425 milioni di notti passate in alberghi o in altre sistemazioni, in Molise sono state appena 42mila. Siamo allo zero virgola zero, zero, uno per cento. Tra l’altro la maggior parte di questi “scopritori” del territorio molisano è costituita dai villeggianti che scelgono Termoli d’estate, l’unica rinomata località costiera della più piccola regione del Mezzogiorno. L’entroterra, insomma, è una sorta di Tagikistan o di Turkmenistan per italiani e giramondo stranieri.

Eppure questo lembo d’Italia, con un po’ di seria promozione – ma affidata a professionisti del settore, meglio se di fuori regione perché liberi da immancabili ingerenze o collusioni – potrebbe far conoscere le proprie eccellenze, che pure non mancano. Ad esempio, la presenza di uno dei più antichi insediamenti paleolitici ad Isernia. O il suggestivo teatro italico a mille metri di altitudine, nel comune di Pietrabbondante. La più estesa rete di tratturi, eredità di quella transumanza che ha rappresentato l’economia ancestrale per vaste aree del Paese. La più florida produzione di tartufi a livello comunitario, eccetera.

Lo sconfortante quadro di appeal turistico è aggravato dagli indicatori economici generali, che condannano il Molise tra le cenerentole d’Italia. L’ultimo rapporto sull’economia regionale sfornato da Bankitalia, presentato proprio nei giorni scorsi, attesta non solo che questa regione cresce molto meno rispetto alla media del Mezzogiorno, ma che è l’unica a non aver recuperato gli indicatori pre-crisi del 2008, ad iniziare dai livelli occupazionali. Nonostante usufruisca delle misure per l’area di crisi complessa e di una pioggia di finanziamenti, evidentemente spesi male.

UN POZZO DI SOLDI PUBBLICI – In effetti di soldi pubblici, in Molise, ne continuano a diluviare ancora tanti. Con usi molti controversi. Ad esempio, quelli giunti dopo il terremoto di San Giuliano del 2002 sono finiti in ogni angolo della regione, persino a distanze abissali dal cratere. Tanto che i principali organi nazionali d’informazione sono stati costretti, una volta tanto, ad interessarsi alle anomalie molisane (https://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/11/14/news/il_terremoto_abusivo-46649653/).

(https://www.corriere.it/politica/16_agosto_28/terremoto-ricostruire-bene-non-come-molise-91a2c122-6d56-11e6-baa8-f780dada92e5.shtml)

Del resto, questa montagna di soldi post-sisma – si parla di oltre 450 milioni di euro – è finita anche per ripopolare il territorio di seppie, per creare un museo dei profumi in un paese con meno di trecento residenti, per lanciare sentieri di ippoterapia. Otto milioni sono stati destinati ad una nave che avrebbe dovuto portare i turisti da Termoli alla Croazia, altri cinque ad una fabbrica per sfornare suv con motori cinesi.

A seguito di questo spreco non pochi si sono domandati se davvero avesse ancora senso una Regione con appena 300mila residenti, ben 136 comuni, la maggior parte sotto i mille residenti, e tantissimi dipendenti pubblici, di cui molti con ruoli dirigenziali. Sono passati anni, progetti di accorpamenti regionali, proposte di abolizione delle Province, ma il Molise è ancora interamente lì.

LA CHIMERA DEL TURISMO DI RITORNO – Un altro filone costruito su enormi potenzialità tutte da verificare, è quello del turismo di ritorno. Cioè la politica locale continua, con sicurezza, a puntare ai discendenti dei tanti molisani costretti ad abbandonare la propria terra sin dall’Ottocento. Se per decenni il fenomeno migratorio ha rappresentato una ferita per il nostro Sud (tra l’altro in questi anni è ripreso con la stessa intensità), da tempo le comunità di emigrati all’estero costituiscono la migliore occasione per organizzare pantagrueliche trasferte in Australia o in Canada, negli Usa o in Brasile con schiere di panciuti assessori, sindaci, funzionari, presidenti di associazioni. Tutti “made in Molise”. Una macchina di soldi e di soggiorni all’estero con obiettivi raramente centrati: internazionalizzare le imprese, attivare gemellaggi culturali, promuovere il turismo molisano. L’unica concretezza è offerta dal fiorire di costose ricerche pseudoscientifiche, memorie vere o presunte, apposizioni di targhe, dichiarazioni evocative, numeri tutti da comprovare. In un convegno sul tema, svoltosi nei giorni scorsi a Campobasso con la presenza dei vertici regionali, è emerso addirittura che i molisani all’estero sarebbero un milione e mezzo: cioè quei poveracci costretti ad abbandonare la propria terra nei decenni addietro avrebbero trovato oltrefrontiera straordinarie capacità riproduttive da quaranta o cinquanta figli a testa.

UN BANDO PER IL TURISMO – Tra le ultime “manne dal cielo” calate sui molisani rientra certamente il bando regionale “Turismo è cultura”, nato addirittura con l’altezzosa denominazione “Il Molise che incanta”. Una pioggia di ben 1,8 milioni di euro – soldi di tutti noi contribuenti – distribuiti ad oltre sessanta microrganismi (su 149 domande provenienti dai 136 comuni molisani), in maggioranza associazioni. Soldi – tetto massimo di 60mila euro ciascuno – che più che far allineare i dati turistici molisani a quelli delle altre regioni, per ora servono a rendere giulivi (e riconoscenti) tanti presidenti e membri dei consigli direttivi degli enti beneficiari.

“Gli Immoderati” sono venuti in possesso della graduatoria dei vincitori uscita nei giorni scorsi. Include, tra i beneficiari, una selva di fantasiose denominazioni di strutture private alternate con qualche comune, una dozzina di pro loco e persino un paio di parrocchie che, da sole, “conquistano” oltre 75mila euro. Non manca, nell’elenco dei fortunati, un istituto scolastico di Campobasso.

Il primo dato che spicca è – ironia della sorte – l’esclusione proprio del comune e della pro loco dell’unica città molisana che è sinonimo di turismo, cioè Termoli.

Per il resto questa montagna di soldi finisce in tanti rivoli e rivoletti che sicuramente non aiuteranno una promozione coesa, coordinata, integrata, complessiva e soprattutto definitiva del territorio. Anzi, ad usufruirne non mancano probabilmente tante di quelle associazioni, le solite associazioni, che da anni succhiano soldi pubblici per produrre i modesti risultati certificati dall’Eurostat. E’ la saga luculliana di organizzazioni musicali, turistiche, folk, teatrali, letterarie. Di centri studi e comitati. Di fondazioni e consorzi. Di cavalieri e motociclisti. Sessantamila euro per attività teatrali in comuni di tremila abitanti, poco meno per ripristinare viaggi ferroviari in tratte chiuse perché improduttive.

Molti sodalizi hanno siti internet fermi da anni, probabilmente all’epoca dell’ultimo finanziamento pubblico. Di altri è possibile rintracciarne la matrice grazie a precedenti elenchi di enti finanziati.

Per comprendere l’atmosfera euforica, basta leggersi il comunicato del capogruppo di Forza Italia in Regione, che dopo aver ringraziato i vertici per questa bella pensata, sentenzia. “Sono convinto che avranno un enorme successo in termini di ritorno di visibilità e come attrazione turistica. Ogni euro investito in Cultura, ne produce almeno cinque e ne beneficia tutto il territorio. Avanti tutta! Viva il Molise”. Eh sì, viva il Molise, perenne bancomat di clientele e feudi.

Le responsabilità di questo ennesimo scialacquio pubblico non ricadono ovviamente sui soggetti beneficiari, che raccolgono ciò che passa il convento. Bensì su una classe di amministratori che perpetua una politica assistenziale e pregna di retorica. Con retroterra democristiano (che in Molise tanto retroterra non è). Tutto ciò, questo il punto, in un contesto economico nettamente differente rispetto a quello prima repubblica, benché, raschiando il fondo, la trippa per gatti – seppur meno florida di un tempo – si riesce sempre a ricavare.

Del resto la vocazione assistenziale, che tanti danni ha prodotto in tutto il Mezzogiorno, continua a rappresentare la principale zavorra di questo piccolo territorio. Un’attitudine coltivata e foraggiata da una politica locale caratterizzata soprattutto da sprechi, come “la promozione” dei primi non eletti al ruolo di consiglieri grazie al posto libero lasciato dagli assessori. E’ il Molise che non esiste, bellezza. Una non esistenza che è anche non conoscenza: i panni vanno lavati in famiglia.

SPRECHI & ASSISTENZIALISMO – Ci si domanda, ingenuamente: serve davvero questo ragguardevole ammontare di denaro pubblico, distribuito a pioggia e quindi largamente improduttivo, ad una regione agonizzante, con infrastrutture datate, con un drammatico primato di dissanguamento migratorio (è ancora Bankitalia a certificarlo, evidenziando che a scappare sono soprattutto i giovani), con un numero di residenti che sta scendendo sotto le 300mila unità complessive, praticamente meno di un municipio romano (e molti di loro vivono fuori regione), con un comparto edilizio praticamente fermo (scrive ancora Bankitalia: “Nell’edilizia residenziale si continua a scontare la presenza di immobili invenduti che continuano a pesare sull’attività produttiva”), con il crollo dei consumi interni (meno 7,6 per cento in un anno nell’acquisto di auto), con il movimento merci a Termoli calato del 10,2 per cento in un anno?

Se non fosse per l’export della Fiat di Termoli e per l’automotive, e in subordine per l’alimentare, i dati regionali sarebbero ancora più drammatici. E il dimezzamento delle ore di cassa integrazione non deve trarre in inganno, come ricorda Bankitalia: si parla di imprese che hanno chiuso. Ma eventi & sagre, quelli proprio no.

Molise , immigrazione, Termoli, fondi europei

Pierino Vago

Pierino Vago, irriverente canzonatore di costumi, s’affida a pensieri nomadi che finiscono nei milieu più imprevedibili. In una sorta di masochismo perenne, gli unici due punti di riferimento sono i cromosomi sanniti e il sangue giallorosso.

1 comment

Gli Immoderati” si occupano degli “sprechi” molisani « Fidest – Agenzia giornalistica/press agency 25/06/2019 at 07:13

[…] storico gruppo di giovani liberali sparsi per il mondo, nel proprio seguitissimo sito internet (https://www.immoderati.it/2019/06/24/il-molise-non-esiste-ma-i-suoi-soldi-si-purtroppo/) si occupa del Molise, in particolare delle potenzialità inespresse dal punto di vista turistico. […]

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