Speaker's Corner

Il tramonto della logica

Se un marziano privo di pregiudizi e poco avvezzo alle questioni di economia ascoltasse uno qualsiasi dei talk-show nostrani penserebbe: una frazione cospicua di terrestri è fuori di testa. Ed è quella composta da coloro che considerano il controllo della spesa, del deficit e del debito una buona norma di finanza pubblica; che sono gli stessi che si preoccupano dell’istruzione e della formazione, cioè del capitale umano, come pilastro di una crescita ragionevole di medio-lungo termine; i pazzi sarebbero sempre quelli che ammoniscono che offrire incentivi distorti agli agenti economici genera comportamenti opportunistici e cattiva allocazione delle risorse, mentre una regolamentazione leggera (=intelligente) di un mercato concorrenziale permette di sfruttarne i benefici e di disporre delle risorse per correggerne gli eventuali effetti indesiderati.

I sostenitori di tali argomenti vanno rinchiusi. Infatti, c’è una diversa, ampia e crescente quota di neo-esperti che ha ricette molto più semplici e sicure per migliorare le nostre vite: sono quelli che indicano nello stampare moneta senza limiti la strada per rilanciare la domanda, di acquisire le riserve auree delle banche centrali per ridurre il debito, di lavorare meno a parità di salario per riassorbire la disoccupazione involontaria (ma perché non smettere del tutto?), di uscire dall’euro per svalutare e migliorare la cifra competitiva dell’industria nazionale; sono ancora quelli che “il debito è abbastanza grande da badare a se stesso” (cit.) e che “per ogni occupato anziano che andrà in pensione (di cittadinanza) le aziende assumeranno due o tre o anche cinque giovani…

A noi che marziani non siamo dovrebbe interessare riflettere sulla fondatezza o meno delle cose che leggiamo e sentiamo. I media, d’altra parte, per tante ragioni, non sono più i watchdog di stile anglosassone. Non esercitano (quasi) alcun controllo. Una volta, quand’ero giovane e non capivo, chiesi a una giornalista perché accreditasse nei suoi pezzi tesi e conteggi del tutto infondati, per giunta provenienti da fonti di nessuna autorevolezza scientifica. Mi rispose che lei “dava le notizie”. Va bene, ora che sono più grande capisco. Ciascuna categoria ha i suoi problemi. Ne hanno i giornalisti, ne hanno gli economisti. Tutti dobbiamo campare e lo facciamo come ci riesce meglio (o peggio,  questione di punti di vista). L’etica professionale è un dettaglio. Però, bisogna rilevare che oggi, in termini di fesserie, con la politica abbiamo superato qualsiasi soglia immaginabile. E bisogna ammettere che c’è dello stile in questi nuovi politici consigliati da nuovi consiglieri a loro volta imbeccati da nuovi economisti. E’ lo stile dell’incompetenza, dell’ignoranza ostentata, della negazione della logica e dell’analisi. Di qualsiasi analisi, anche superficiale.

A questo proposito torno su un episodio emblematico. Un sottosegretario, ospite di una trasmissione televisiva, ha fatto, qualche settimana fa, quest’affermazione: “il rapporto deficit/Pil non dipende dalla crescita” (cioè dalla variazione del PIL). In studio, a occhi sgranati, gli increduli interlocutori hanno tentato di obiettare, peraltro confusamente. Allora il sottosegretario ha proposto (ripetendolo due volte) un esempio numerico a dimostrazione della sua tesi. E ha detto: “se il deficit è al 2% vuole dire 2 diviso 100; ma se il PIL scende a 99, 2 diviso 99 fa 2,0202…%, cioè ancora 2%”. Se me l’avessero raccontato senza prove non ci avrei creduto. Ma c’è il filmato, è tutto vero. Quindi analizziamo. Ovviamente il 2 a numeratore è pari a T meno G, dove T sono le risorse derivanti da imposte, tasse e contributi e G è la spesa pubblica. Se G è più grande di T c’è un deficit. E’ di palmare evidenza che T dipende dal PIL, cioè dal numeratore. Se il PIL scende, scendono anche le risorse che vengono reperite attraverso la tassazione. Deve essere per forza così: infatti se al variare del PIL non variassero le imposte allora vorrebbe dire che le aliquote legali sono cresciute: cioè per esempio è aumentata l’Iva o l’Irpef visto che con un PIL più piccolo le imposte restano costanti. Ma questo semplice ragionamento non sfiora le certezze del sottosegretario. In altre parole, quando il PIL passa da 100 a 99 dell’esempio, T scende più o meno della frazione di imposte che paghiamo su ogni euro di ricchezza prodotta, che in Italia è più o meno il 42% (la cosiddetta pressione fiscale che tanto ci preoccupa). Pertanto quando il PIL diventa 99 la differenza T meno G a numeratore passa da 2 a 2,42, e quindi il rapporto invece si restare più o meno al 2% si avvicina al 2,5% (cioè 2,42/99=2,444). Non solo: nel mio ragionamento assumo che la spesa pubblica al variare del PIL resti costante; in realtà, nelle economie dotate di un minimo welfare state, al ridursi del PIL aumentano i trasferimenti sociali (sussidi di disoccupazione, redditi di cittadinanza ecc.) e quindi G crescerebbe, peggiorando ancora il deficit. Nessuna possibilità, poi, di sostenere che G possa contrarsi nella sua parte “produttiva” (salari, stipendi, investimenti pubblici) al fine di compensare la riduzione delle imposte: qualora accadesse, il PIL si ridurrebbe ulteriormente per una questione meramente contabile. Fine dell’analisi.

Bisogna dire che il sottosegretario non ha provato neppure ad argomentare secondo le linee sopra tracciate (che, come visto, l’avrebbero comunque portato a smentire il suo punto di vista). E qui sta il fatto, a mio avviso, epocale. Era, infatti, convinto che l’esempio numerico fosse sufficiente a dimostrare la bontà della sua tesi. Trascurare tutti i complessi legami funzionali tra le variabili che compongono il rapporto deficit/PIL fa ormai pare del new normal. Neppure un bambino distratto si comporterebbe così eppure chi ci governa lo fa spesso e volentieri, anche in pubblico. La cosa che mi impressiona non è l’errore. Fesserie ne diciamo tutti, soprattutto quelli che frequentano i mezzi di comunicazione e che sovente sono trascinati a disquisire di questioni che non conoscono a fondo. Per esempio, per quelle rare volte che mi capita di partecipare a una trasmissione televisiva, cerco di documentarmi. Se il dibattito si sposta su argomenti che conosco meno sto zitto o, se proprio devo parlare, mi tengo sul vago in modo da lasciare il dubbio in chi mi ascolta che forse non è proprio il mio campo oppure che lui ascoltatore non abbia capito o che non sono molto in forma quel giorno. I nuovi politici invece ci tengono proprio a togliere il dubbio: fanno l’esempio aritmetico così che l’uditorio non gli possa concedere neppure le circostanze attenuanti. E ne vanno fieri. Dev’essere una questione generazionale, di mutamento radicale dei valori di riferimento.

Una volta l’ignoranza era motivo di vergogna. Oggi sembra esserlo la competenza. Viene in mente l’altro episodio, quello dell’approccio a 370 gradi. Ma no, si disse subito dopo, non l’ha detto, nell’audio si sente male. Beh, facciamo così: se non l’ha detto lei (sottosegretario donna) lo dico io. Perché in fondo questo dell’approccio a 370 gradi è il vero strumento per accettare quello che sta succedendo oggi in Italia. Non servono logica e formalismo, né filosofia, poesia o religione. Per capire ci vuole la rinuncia a capire

Garavaglia, Pil, talk show

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