Speaker's Corner

“Hotel Casapound” e la scoperta del danno erariale

Soltanto ora che i magistrati della Corte dei Conti hanno quantizzato in quattro milioni e 600mila euro – cifre equivalente ad un anno di reddito di cittadinanza per cinquecento persone – il danno alle casse dello Stato derivante dalla sua occupazione abusiva che dura da oltre quindici anni (esattamente dal 26 dicembre 2003), i riflettori mediatici e delle dichiarazioni politiche sono tornati ad illuminare l’immobile demaniale di sei piani che funge da quartier generale di Casapound a Roma. 

Quel palazzone in via Napoleone III, civico 8, nel cuore del quartiere multietnico dell’Esquilino, da anni è stato trasformato in una sorta di monumento razionalista dell’Eur, con tanto di iscrizione in travertino effettuata con caratteri da ventennio. Qualcuno lo chiama il “Grand Hotel Casapound” e l’impressione è che da un momento all’altro possa effettuarsi un’asta delle opere di Umberto Boccioni.  

Dentro c’è il quartier generale dei “fascisti del terzo millennio”. Una sessantina di vani dove, siamo certi, abbondano gagliardissimi cimeli di ogni sorta. L’ultimo piano è animato da una sala dove vengono ospitati incontri culturali e presentazione di libri, preannunciati da manifesti affissi in gran numero nel colonnato della vicina piazza Vittorio. Qui sono transitati, come anomali ospiti, i giornalisti Enrico Mentana e Luca Telese, lo scrittore Antonio Pennacchi, esponenti politici come la deputata Pd Paola Concia (attivista per i diritti Lgbt), Stefania Craxi e l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Persino l’ex-brigatista Valerio Morucci, per non farsi mancare nulla e ottenere la faticata etichetta della legittimazione. Nel palazzo vivono anche una ventina di famiglie in emergenza abitativa. E la terrazza, assicura chi c’è stato, ha una vista mozzafiato su Santa Maria Maggiore. 

L’atto formale dei magistrati, che rappresenta una sorta di chiusura delle indagini, chiama in causa nove dirigenti dell’Agenzia del Demanio e del Miur, proprietario dell’edificio, tenuti a risarcire il danno erariale per omessa disponibilità del bene e mancata riscossione dei canoni. Altre tre persone finite nel registro degli indagati nel frattempo sono decedute. 

Ma le responsabilità di questa lunghissima inerzia sono evidentemente ben altre. Quando è emersa la parola “sgomberi”, stranamente è stata subito accompagnata dal verbo “rinviare”. Molti, a più livelli istituzionali, hanno preferito per anni “non occuparsi delle occupazioni”. E queste condizioni abitative decisamente “anomale” si sono moltiplicate in breve tempo, ben distribuendosi in tutti i municipi della Capitale. Il caso di via Napoleone III presenta, solo a Roma, un altro centinaio di situazioni identiche, tra centri sociali, palestre popolari e dormitori per cittadini stranieri. E se cambia l’ideologia, la musica rimane più o meno la stessa. 

Il nodo vero è che intorno alle occupazioni è fiorita una vera e propria industria. All’interno di questi edifici senza canoni d’affitto – e di sicurezza – sono nate attività commerciali redditizie, dai bar ai ristoranti, dalle attività formative alle ciclofficine, dai mercatini biologici alle attività sportive. Roba che va avanti da anni, da decenni. Tutto a pagamento. Una sorta di microeconomia illegale. Un universo di cartamoneta edulcorato, però, dalla kultura in grado di giustificare tutto: eventi, biblioteche e soprattutto tanti servizi sociali. Con gli immancabili amministratori pubblici di riferimento. Ora affiancati – e chi l’avrebbe mai detto – da cardinali-Batman che ripristinano le forniture incoscientemente tagliate (per ingente morosità) dall’Acea. 

Casa pound, occupazioni abusive, Telese, Mentana

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