Speaker's Corner

Lavori socialmente parassitari

Ma voi li avete mai visti? Sono mai stati segnalati in qualche anfratto? In qualche foresta dell’Appennino? Si prodigano per gli anziani? Oppure per i derelitti? Riempiono qualche buca a Roma? Bonificano l’Ilva a Taranto? Puliscono gli aerei dell’Alitalia?

Da settimane ci poniamo queste domande senza trovare risposta. Eppure il governo aveva solennemente promesso che i percettori dei redditi di cittadinanza “in coerenza con il loro profilo professionale” avrebbero lavorato fino ad otto ore a settimana per svolgere lavori di pubblica utilità, in ottemperanza all’articolo 4 – 15° comma – del decreto 4/2019. 

I percettori della munificenza clientelare giallo-verde sono tenuti ad offrire la propria disponibilità per la “partecipazione a progetti a titolarità dei Comuni, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni”. E non si tratta di un vago intento, ma di un obbligo preciso che i beneficiari del reddito di cittadinanza sono chiamati a rispettare se non vogliono perdere il diritto alla mangiatoia pubblica.

A norma di legge “i beneficiari del Reddito di cittadinanza sono convocati dai centri per l’impiego ovvero, a seconda delle caratteristiche dei membri del nucleo familiare, dai servizi comunali competenti per il contrasto della povertà”. Anzi a voler essere precisi non solo il percettore del reddito ma addirittura tutti i componenti del suo nucleo familiare di età superiore a 18 anni, avrebbero dovuto dare immediata disponibilità al lavoro.

Secondo il geniale intuito del Ministro del Lavoro Di Maio si sarebbero centrati due obiettivi: 2) ricompensare la collettività della generosità di Pantalone; 2) evitare che i beneficiari potessero lavorare in nero. Il punto 2) ovviamente costituisce la tipica bufala macroscopica per l’elettorato telelobotomizzato: chi lavora in nero spesso fa lavori saltuari e in ogni caso può benissimo lavorare qualche ora a settimana altrove. 

Ma sia quel che sia, anche il modesto impegno richiesto alle nuove clientele dell’orda giallo-verdi è finito in una farsa che peraltro rappresenta il marchio (o il marcio) di fabbrica dei casaleggesi. Di questi lavori non si trova traccia, a conferma che il solo intento del Reddito di Parassitanza è appunto un gigantesco meccanismo di voto di scambio verniciato di nobili propositi da politicanti mediocri e senza scrupoli.

Grillini, reddito di cittadinanza, Di Maio, parassiti, assistenzialismo

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

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