Speaker's Corner

Fedi e abiure, il calcio tra Totti e Sarri

Di partenopeo ha i natali. Dieci gennaio 1959. Poi è cresciuto tra le sponde del lago d’Iseo. Maturato nella campagna aretina. Quindi girovago come dipendente della Banca Toscana, tra le sedi di Firenze, Londra, Germania, Svizzera e Lussemburgo. 

Nonostante ciò, Maurizio Sarri, allenatore del Napoli tra il 2015 e il 2018, è stato subito fatto proprio dal popolo napoletano. Rifatto proprio. E canonizzato. Investito di quella napoletanità di cui hanno goduto leggende fluttuanti sul tappeto verde del San Paolo, da Sivori a Savoldi, da Bruscolotti fino all’inarrivabile Maradona. Dote del calcio. Merito della passione come riscatto sociale nel meridiano campano. 

A contribuire alla beatificazione di questo ruvido figlio della classe operaia (il padre lavorava all’Italsider di Bagnoli), con un coerente retroterra nei campetti di provincia, tra tute degne dei mercatini dell’usato e un consumo di sigarette da impinguare i Monopoli, è stato l’immancabile riaccendersi dei sogni. La speranza che il Ciuccio tornasse a vincere qualcosa. Casomai rinnovando le stagioni di Diego Armando. E di Masaniello. Ma non solo. 

In questa saga di auspici, Sarri è presto diventato “sarrismo”. Una vera e propria filosofia di vita. Ha oltrepassato i rettangoli di gioco per finire nelle omelie dell’intellighenzia all’ombra del Vesuvio, con il giornalista Sandro Ruotolo come gran ciambellano. Certo, ciò grazie anche al tifo. Ma principalmente alla fede politica del Nostro – mai nascosta – nella sinistra più autentica e oltranzista. Anima azzurra e cuore comunista. Una fedele osservanza che gli ha fatto, infatti, guadagnare l’inflazionata etichetta di “genuino”. Oltre all’appellativo di “Comandante”, omaggio forse un po’ troppo precipitoso ad un altro argentino, l’Ernesto. 

L’allenatore non ha deluso gli accoliti. Ha ostentato l’osservanza barricadera tra invettive contro la classe arbitrale e ricorsi al dito medio contro i tifosi avversari. Ha ammaliato el pueblo grazie a frasi come “con 18 uomini si può fare un colpo di Stato”. Ha confermato le sue profonde convinzioni attraverso celebri e sfrontati sfoghi contro le Autorità. Quelle dei Palazzi. Quelle dei poteri forti. Quelle, naturalmente, juventine. Sue le insinuazioni sulla composizione dei calendari e sugli scudetti persi negli alberghi. Fino alla celebre battuta che la sua squadra, il Napoli, per ottenere un rigore avrebbe dovuto indossare “maglie a strisce”. 

Inevitabile, per uno così, finire nei santini o nei poster appesi nelle macellerie di Monte Calvario. Oppure nelle immancabili statuine in via San Gregorio Armeno. Tra Eduardo e Totò. Con l’ironico Troisi quale osservatore speciale. 

Ora che Sarri quel Potere l’ha abbracciato, firmando come allenatore della Juve, la Napoli tutta si sente tradita. Compresa quella dell’intellighenzia, che non può non nascondere “il dispiacere, la delusione, l’amarezza”, per dirla con Luigi de Magistris. La targa celebrativa, con tanto di stella rossa, appesa sotto la casa natale, in via Silio Italico a Bagnoli, è stata rimossa in fretta e furia. Tra le migliaia di striscioni che stanno spuntando come funghi il meno offensivo gli dà dell’indegno. E il giornalista Sandro Ruotolo, attraverso la pagina “Sarrismo – Gioia e rivoluzione”, annuncia le sue immediate e irrevocabili dimissioni da ministro della propaganda del Politburo del comitato centrale della rivoluzione sarrista. “Allenare la squadra sabauda è un ossimoro per chi come noi ama la lealtà e difende le ragioni dei popoli del Sud impoveriti dal Nord rapace. Per noi che tifiamo la maglia azzurra questo di Sarri è stato un tradimento. Viva il sarrismo, ma chi non salta juventino è”. 

Il calcio, ultima illusione di romanticismi. O di ipocrisie. 

Mentre sull’asse Napoli-Torino va in scena l’abiura, sotto al Cupolone si rinnova la croce e la delizia. Er Pupone Totti, già estromesso dai campi, viene di fatto emarginato anche dalla società giallorossa. E si toglie qualche sassolino dagli scarpini. 

Il calcio, ultima illusione di romanticismi. O, ancora, di ipocrisie.

Sarri, Roma, Napoli, calcio

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