Peppino, Toto’ e i minibot

I metodi pedagogici in voga nell’Ottocento hanno dimostrato ancora una volta la loro validità. Il ceffone a mano aperta appioppato da Draghi ai somaristi italici in mondovisione durante la conferenza stampa in quel di Vilnius ha sortito un effetto dirompente. Draghi ha certificato senza mezzi termini che i minibot proposti da una pittoresca masnada ragliante sarebbero illegali. Quindi chiunque si azzardasse ad emetterli dovrebbe fare i conti, oltre che con la logica, con i carabinieri che di buon mattino andrebbero a prelevare i capibanda dei falsari, i loro pali e i loro complici. Qualunque banca che si azzardasse ad accettarli, verrebbe visitata da occhiuti ispettori inviati da Francoforte e rischierebbe di vedersi sospesa la licenza. 

Pertanto il ministro dell’economia del governo nazional-sovrananista Giovanni Tria da Fukuoka (dove si è recato per presenziare all’ormai inutile rito del G20), ha ripetuto con quasi certosina precisione le parole profferite da Draghi a Vilnius: “I minibot o sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito “.

Riempie il cuore di gioia assistere a questi Auto da Fe’ che deprimono ed umiliano il fronte oltranzista anti-europeo. È sufficiente una semplice frase di Draghi per annichilire i provocatori di professione che credono di intimorire le istituzioni europee con smargiassate da taverna venezuelana.

Quando Moscovici (il socialista che ha sfasciato i conti pubblici francesi) finalmente lascerà il posto di commissario Ue a qualcuno che faccia applicare sul serio le regole ed i vincoli europei e non si lasci impietosire dalle patetiche lamentazioni pescazzare, arriverà la brutale resa dei conti. I ceffoni in pubblico diventeranno uno spettacolo di gran lunga più esaltante delle comparsate nei talk show delle sgallettate. 

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

A proposito dell'autore

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

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