Gli “scompensi” dell’Appennino (verso la desertificazione)

Nei giorni scorsi sul Corriere della Sera, il fondatore e instancabile “animatore” del Censis, Giuseppe De Rita, ha pubblicato un lungo e appassionato intervento per la preservazione dell’Appennino. Il sociologo, richiamando le felici definizioni di “polpa” e “osso” coniate alla fine degli anni Cinquanta da Manlio Rossi Doria (seppur non citato) ha rivendicato alla nostra catena montuosa il ruolo di “ossatura di sistema”, cioè di “scheletro fisico della penisola”. Da qui l’obbligo di preservarlo, fisicamente e moralmente: se la perdita di radicamento e consistenza, ad iniziare dalla mancata regolazione delle acque e dalla carente manutenzione del suolo, possono “recapitare a valle alluvioni e smottamenti spesso più devastanti di una scossa sismica”, la crisi dell’Appennino cancella “il serbatoio dell’anima contadina”, le memorie devozionali e di vita comunitaria e il ricordo della nascita di molteplici iniziative imprenditoriali.

L’appello di De Rita, intriso di apprezzabili slanci romantico-bucolici, merita indubbiamente interesse. Se non altro per la passione autentica del promotore che, seppur romano, ha profonda conoscenza – da studioso e da personale biografia – di quei contesti appenninici. Ma la sua condivisibile analisi intellettuale rischia d’inserirsi o, più propriamente, di essere strumentalizzata da quell’esteso accumulo di retorica egloga che, a furia di esaltazioni di memorie arcadiche, di territori naturali, dell’immensa qualità della vita ancestrale offerta dai borghi montani e di fantomatiche narrazioni riguardanti frotte di giovani che sarebbero attratti dalle sane forme di socialità d’alta quota (smentite poi dai numeri), hanno finito per rendere un danno proprio alle comunità dell’entroterra montuoso che da queste edulcorate descrizioni hanno tratto ben poco giovamento.

La domanda, per quanto brutale, potrebbe essere: che farne dell’Appennino, oltre che destinare risorse per mettere toppe ad un territorio quanto mai fragile? Anche perché alle innumerevoli stagioni di proclami su un futuro di sviluppo turistico ed economico delle aree interne lanciati da tanti amministratori locali, spesso gli stessi da diversi decenni, sono raramente seguiti fatti concreti. Anzi, nella maggior parte delle aree interne si stava certamente meglio addirittura una quarantina di anni fa.

INADEGUATEZZA AL PROGRESSO? – Partiamo da un inconfutabile dato: all’origine delle diverse crisi del sistema appenninico c’è sempre stata la sua incapacità – ma sarebbe forse più realista dire “impossibilità” – di tenere il passo rispetto alla comparsa dei nuovi modelli legati all’evoluzione del progresso urbanocentrico. In sostanza, lo sviluppo dei moderni sistemi industriali, principalmente nelle aree urbane di pianura, dell’economia di mercato fortemente interconnessa lungo le grandi vie di comunicazione e l’istruzione accademica di massa hanno costituito una valida alternativa alle comunità di montagna incentrate essenzialmente su attività agro-pastorali di sussistenza o sull’artigianato.

Nel nostro Paese, poi, lo sviluppo a velocità diverse, principalmente nella dicotomia Nord-Sud e pianura-montagna, ha accentuato fragilità ataviche in termini di isolamento e di marginalità.

Il tema, del resto, non è nuovo: le coraggiose indagini degli intellettuali meridionalisti a fine Ottocento, gli interventi del ministro dell’Agricoltura Giuseppe Micheli all’inizio degli anni Venti, le analisi del già citato economista agrario Rossi Doria sugli squilibri tra aree interne e pianure fino alla dettagliata ricerca del Procuratore della Repubblica Antonio Guerriero “Le vie della neve: le condizioni delle popolazioni dell’Appennino centro meridionale dal Cinquecento in poi” di una decina di anni fa, solo per richiamare qualche riferimento passato e presente, confermano come la questione abbia radici antiche.

VERSO LA DESERTIFICAZIONE – Indubbiamente, però, crisi economica e demografica stanno attualmente enfatizzando il problema, assegnandogli tinte drammatiche. L’Appenino si sta letteralmente desertificando. Tra i censimenti del 1981 e del 2011, cioè in appena trent’anni, numerosi comuni della Calabria hanno perso oltre la metà della propria popolazione, come Alessandria del Carretto, Bocchigliero, Bova, Carpanzano, Castroregio, Centranche, Roccaforte del Greco, Staiti, quest’ultimo abbandonato dal 62,4 per cento dei propri residenti.

In Abruzzo sono innumerevoli i casi di vera e propria “evacuazione”: dal 1971 ad oggi, Schiavi d’Abruzzo è transitata da 3.660 a 791 residenti, Valle Castellana da 3.020 a 916, Campotosto da 1.750 a 488, Ortona dei Marsi da 1.680 a 473, San Giovanni Lipioni da 720 a 152. E potremmo continuare.

Il Molise e la Basilicata, entrambe regioni montuose con bassa urbanizzazione, sono passate rispettivamente dai 407mila residenti del 1951 agli attuali 305mila e da 644mila del 1961 agli attuali 563mila.

L’emigrazione di massa ha finito per indebolire tutto un sistema sociale, che tra l’altro non può usufruire delle economie di scala: ha rarefatto il già delicato apparato produttivo; ha comportato il degrado o la perdita dei servizi pubblici essenziali; ha di fatto cancellato il credito bancario di prossimità; ha decretato il fatale invecchiamento medio della popolazione residuale; ha determinato l’abbandono delle terre e la degenerazione del paesaggio. La fragilità geologica accentua ulteriormente i problemi: il cosiddetto “effetto sisma” nelle Marche ha generato cali di fatturato delle aziende dell’area del cratere tra il 7 e l’11 per cento (dati Bankitalia) e ha zavorrato il Pil 2017 delle Marche allo 0,9 per cento di crescita rispetto all’1,6 nazionale.

Tuttavia, il nodo centrale di un crisi che oggi sta diventando spaventosa è nella “qualità” delle risposte quasi esclusivamente di natura assistenziale adottate dalla politica. Oltre ai tanti errori e sperperi generati in agricoltura negli ultimi anni o alle infinite “cattedrali nel deserto” mantenute in piedi dalle casse pubbliche principalmente nell’industria e nel turismo, è emblematica soprattutto la moltiplicazione dei centri di spesa pubblica, dalla nascita di nuovi enti locali – si pensi a province istituite negli anni Settanta con meno di 100mila residenti complessivi – a consorzi ed organismi legati in particolare al mondo agricolo. L’istituzione, nel 1971, delle Comunità montane, ulteriori presenze artificiali che hanno spesso brillato come inutili poltronifici (ancora 4.500 dipendenti nel 2012), propagatori di spesa pubblica e moltiplicatori di funzioni, non hanno certo frenato l’impoverimento dei territori, anzi li hanno accompagnati verso il loro definitivo sottosviluppo.

Clamorosi, nella storia di questi enti, i casi dell’inserimento di comuni a 40 metri sul livello del mare in Puglia o note spese gigantesche per l’arredamento in Sardegna (https://www.wikispesa.it/Comunit%C3%A0_Montane). Non vanno dimenticati i tentativi di soppressione poi bocciati dalla Corte costituzionale, come quello introdotto dalla Finanziaria 2008, e le innumerevoli esose controversie legali,

LE OCCASIONI MANCATE – Proprio queste scelte suicide hanno finito per frustrare quelle potenzialità che pure molte aree dell’Appennino potevano offrire. Si è preferito alimentare con fondi pubblici le località sciistiche costantemente in perdita rispetto agli investimenti nell’innovazione: ad esempio, la repentina adozione di reti di connessione ultraveloce avrebbe potuto favorire il telelavoro (frenato principalmente da logiche veterosindacali), la formazione a distanza, la telemedicina (boicottata dalle baronie di provincia nella sanità) o il pagamento di imposte e tributi al di fuori degli sportelli fisici di Poste italiane, oggi sempre più rari nei paesi. Un’agricoltura ingessata in vecchie rappresentanze sindacali non ha saputo sfruttare la promozione dei territori legata alle tipicità agroalimentari del luogo, ad esempio sul modello francese: le varie strade del vino, dell’olio, dell’artigianato, ecc., da noi sono partite in ritardo, principalmente grazie ad associazioni estranee all’apparato istituzionale. Un forte gap tra i differenti territori s’è registrato nell’adozione della promozione cinematografica per la valorizzazione turistica e culturale o nell’organizzazione di kermesse legate a specificità dei luoghi.

Si è malamente sfruttata – parliamo degli ultimi anni – anche l’attenzione che i fondi europei stanno riservando alle “aree interne”, in particolare nella programmazione 2014-2020, finalizzata proprio a migliorare la qualità della vita dei cittadini residenti nelle zone periferiche dei Paesi.

Le risposte più recenti alla moria dei borghi, come la legge Realacci del 2017 per i comuni sotto i cinquemila residenti, seppur animate da buone intenzioni che però spesso cozzano con la realtà di mercato (dalla convenzione perché la vendita dei quotidiani sia assicurata anche nei piccoli comuni all’intento di potenziare i trasporti), dimostrano tutta la loro fragilità anche nella dotazione economica complessiva, dieci milioni di euro per il 2017 e quindici milioni per ogni anno successivo. Pochi soldi e scarse idee: una dotazione davvero infeconda a fronte di un processo che appare oggi ineluttabile, conseguenza non solo dell’inesorabile scomparsa di un assetto superato dai tempi, ma soprattutto di risposte quasi esclusivamente assistenziali e clientelari.

Giampiero Castellotti

Romano, sono giornalista professionista iscritto all'Ordine dal 1983. Ho lavorato per quotidiani e riviste, occupandomi in particolare di temi economici e sociali. Sono stato consulente di parlamentari, enti locali, Anci Servizi, Anev, Cna, Confindustria, Formez, Legambiente, Retecamere, ecc. Sono stato caposervizio della casa editrice dello Snals ed attualmente responsabile dell'Ufficio comunicazione dell'Unsic, sindacato datoriale con 2.100 Caf in tutta Italia.

A proposito dell'autore

Romano, sono giornalista professionista iscritto all'Ordine dal 1983. Ho lavorato per quotidiani e riviste, occupandomi in particolare di temi economici e sociali. Sono stato consulente di parlamentari, enti locali, Anci Servizi, Anev, Cna, Confindustria, Formez, Legambiente, Retecamere, ecc. Sono stato caposervizio della casa editrice dello Snals ed attualmente responsabile dell'Ufficio comunicazione dell'Unsic, sindacato datoriale con 2.100 Caf in tutta Italia.

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