Economia & Finanza

Un confronto Italia – Germania

La globalizzazione e l’introduzione della moneta unica sono i responsabili della disuguaglianza in Italia? Confutiamo una narrazione sovranista con un immediato confronto con la Germania.

Negli ultimi anni è andata diffondendosi, in Italia in particolare, una narrazione storico-economica alla cui base vi è la stigmatizzazione di due cambiamenti economico-sociali, quali l’euro e la globalizzazione. Nello specifico l’euro avrebbe aumentato le diseguaglianze ed impoverito il ceto medio, mentre la seconda ne avrebbe peggiorato gli standard di vita; se ciò non bastasse, il loro combinato disposto, a cui va aggiunta la liberalizzazione introdotta dall’Unione europea con le quattro libertà (circolazione di beni, servizi, persone e capitali), avrebbe sbilanciato in favore dei più ricchi la distribuzione delle risorse. Secondo i sostenitori di questa posizione la ricchezza necessita di un processo preliminare di redistribuzione della stessa per essere creata, che tradotto in un linguaggio tanto caro ai sovranisti nostrani “prima è necessario fare debito ed erogare servizi, per poi raccogliere la ricchezza prodotto tramite la tassazione”.

Per dimostrare la fallacia di tale narrazione è utile un confronto tra due paesi che hanno sperimentato i fenomeni dell’euro e della globalizzazione con esiti molto differenti. Uno attrezzandosi per tempo e costruendo mulini eolici per sfruttare il vento della globalizzazione, l’altro trincerandosi dietro anacronismi economici e legislativi, trascurando l’importanza dell’investimento in capitale umano per la formazione di lavoratori qualificati ed ostinandosi, cocciutamente, a proteggere rendite microeconomiche di posizione ed inefficienze: naturalmente, il primo paese è la Germania, il secondo l’Italia.

Ma perché la narrazione precedentemente menzionata ha attecchito in Italia – vale la pena di ricordare che l’Italia è l’unico grande paese europeo in cui la maggioranza di governo è composta da partiti (per loro stessa ammissione) populisti – mentre in altri paesi no? O comunque, dove ha attecchito, perché ha avuto molta meno presa sull’elettorato? Una risposta – induttiva, fondata unicamente su un’evidenza statistica, e quindi parziale – la possono dare i dati rappresentati nelle figure.

Figura 1

Fonte: elaborazione su dati World Inequality Dataset

Figura 2

Fonte: Elaborazione su dati di World Inequality Dataset

Come riportato dalla figura 1, il reddito medio reale (ai prezzi del 2017) del 50% più povero della popolazione italiana, rappresentato dalla linea arancione, dopo una buona crescita conseguita fino al 2007, è precipitato ad un livello di poco superiore – circa il 2% – a quello del 1980. Questa situazione può essere utile per spiegare la frustrazione della popolazione confinata agli strati medio-bassi della distribuzione del reddito, la stessa popolazione che si sente sconfitta dalla globalizzazione e dal processo di integrazione europea e che viene sedotta dalla promessa di un ritorno ad un passato idilliaco in cui, mediamente, viveva leggermente meglio (gli anni ’80).

Tuttavia, andando ad osservare quanto accaduto in Germania, in figura 2, si evince come l’arrivo della globalizzazione e l’apertura alla concorrenza mondiale abbiano portato giovamento a tutti gli strati della popolazione, anche al 50% più povero della stessa, il quale ha infatti visto il suo reddito medio reale aumentare del 20% tra il 1980 ed il 2016.

Per quanto riguarda l’adozione della moneta unica, si nota come essa non abbia avuto alcun impatto negativo sul reddito reale medio del 50% più povero della popolazione italiana. Al contrario, tra il 1999 – anno di adozione dell’euro – ed il 2007 il reddito reale medio di questa fascia di reddito è cresciuto di più dell’8%, mentre in Germania è rimasto sostanzialmente stabile, riducendosi – contrariamente alla vulgata che vorrebbe l’euro come un regalo alle esigenze tedesche – di quasi l’1 per cento: il trend si è però invertito successivamente alla crisi del 2008, che l’economia tedesca ha saputo affrontare con un adeguato bagaglio di riforme pregresse, mentre quella italiana no, e in seguito alla quale l’italiano medio del 50% più povero della popolazione ha visto precipitare il suo reddito reale – senza (praticamente) alcuna ripresa – mentre l’omologo tedesco ha visto incrementare il suo fino a superare il livello pre-crisi del 2007.

Figura 3: livelli di produttività del lavoro

Fonte: Dati Ocse

Infine, il caso tedesco consegna un importante insegnamento: una società in cui la diseguaglianza aumenta non è necessariamente una società in cui aumenta la povertà dei ceti più deboli, a patto che il legislatore sappia intervenire con le riforme idonee a rendere il paese competitivo ed attrezzato alla sfida della globalizzazione, investendo in capitale – umano e fisico – ed evitando il ristagnamento della produttività. 

Come mostrato in figura 3, dove la produttività del lavoro aumenta (come in Germania), i vantaggi della globalizzazione possono essere goduti da un ampio spettro della popolazione. Come scoperto da una recente ricerca scientifica di Boeri et al (2019), la flessibilità di poter delegare dai contratti nazionali in favore di una contrattazione decentralizzata permette di adeguare i contratti alla produttività locale; il tutto porterebbe a ridurre la disoccupazione e ridurre le disuguaglianze. Dove ciò non avviene (come in Italia), la rapidità del progresso economico e tecnologico distrugge, inevitabilmente, le rendite di posizione preesistenti, peggiorando le condizioni di vita di chi non si è saputo evolvere coerentemente al nuovo stimolo ed ingenerandogli insicurezza e frustrazione.

La differenza principale che intercorre tra Italia e Germania emerge nel confronto dei risultati post crisi 2007; nel nostro paese il 50% più povero della popolazione ha continuato ad impoverirsi e ha visto il suo gap con i ceti più abbienti accrescersi, mentre in Germania, nonostante la disuguaglianza sia aumentata, il ceto più povero è riuscito a sperimentare una crescita come il resto della popolazione. Ciò è dovuto al forte processo di industrializzazione messo in moto dalla Germania anche dopo la crisi, attraverso investimenti e accrescimento della produttività; la riprova è la forte apertura di questo paese verso i mercati extra-Ue sui quali ha indirizzato la maggioranza delle proprie esportazioni.

Leave a Comment