Arrivano i navigator, i forestali 4.0

Dopo l’abolizione della povertà, un passo importante nell’annientamento della disoccupazione. Con oneri, esplicitamente, a carico della collettività. 

Martedì 18, mercoledì 19 e giovedì 20 giugno 2019 si terrà alla Fiera di Roma il concorsone per selezionare i mitici navigator – denominazione da film con Arnold Schwarzenegger ma con sceneggiatura più adatta a Lino Banfi – per volitive risorse umane da “regalare” ai Centri per l’impiego di tutta Italia. Dai sei che finiranno tra i monti della Valle d’Aosta al plotone dei 60 destinati alla provincia di Cosenza, che ovviamente troveranno in quattro e quattr’otto le offerte lavorative per i disoccupati calabri. Contribuendo a risollevare le sorti della fiera terra bruzia. 

L’appuntamento romano, che sarà reso più vivace in caso dei rituali scioperi dei trasporti pubblici, costituirà una sorta di liturgia di massa: occorrerà, infatti, clonare tremila Mr.Wolf, il personaggio culto di Pulp Fiction con la sola missione di risolvere problemi. A loro spetterà un malagevole compito: tentare di districare matasse sempre più imbrogliate, quelle determinate dal reddito di cittadinanza: non solo un ennesimo scialacquo di denaro pubblico, ma soprattutto un gradito regalo alle floride milizie di burocrati del nostro Paese. 

L’esercito dei candidati al concorsone romano è forte di 53.907 unità, persino assottigliate da una prima scrematura. I più, more solito, appartengono agli auspici di “posto (quasi) fisso” del Mezzogiorno. Roba da Checco Zalone. Si contenderanno un incarico di collaborazione a termine fino ad aprile 2021. Poi si vedrà. Sul piatto c’è una retribuzione di circa 30mila euro annui. Lordi. 

Per conquistare l’agognata meta, le decine di migliaia di candidati dovranno confrontarsi su un test di 100 domande con risposte multiple. Tra gli argomenti, oltre a cultura generale, logica, informatica, economia aziendale e quesiti psicoattitudinali, anche contratti di lavoro, sistema di istruzione e formazione, regolamentazione del mercato del lavoro, modelli e strumenti di intervento di politica del lavoro e, naturalmente, reddito di cittadinanza. Non è invece prevista la biografia di Casaleggio. 

I tremila fortunati – ma la geniale idea iniziale ne prevedeva il doppio – potranno addirittura partecipare ai concorsi di assunzione per i dipendenti dei Centri per l’impiego indetti dalle Regioni. E non è esclusa una corsia preferenziale tutta per loro. Sindacalisti e candidati alle amministrazioni locali sono al settimo cielo con le proprie fameliche speranze di mettere le mani su questa manna inaspettata: rinnovare le operose esperienze dei mitici anni Settanta con i forestali di foggia mediterranea, bacini di tessere e di voti sicuri. Una benedizione in questi tempi grami di partecipazione. E di riconoscenza.  

LA “STRAVAGANZA” DELL’ANPAL – Paradosso per paradosso, ad assumere entro fine giugno i tremila novelli Mr. Wolf sarà Anpal Servizi, società partecipata al 100 per cento da Anpal, l’agenzia del ministero del Lavoro che coordina le politiche attive dell’occupazione. Questo ennesimo carrozzone voluto dal governo Renzi, sorto sulle ceneri della gloriosa Isfol, antesignana degli studi sulla formazione in Italia, impiega 1.100 dipendenti di cui oltre la metà – ben 654 – sono precari (520 con contratti di collaborazione e 134 a tempo determinato). I più sono in mobilitazione da oltre un anno. Se, quindi, attualmente il 60 per cento del personale di Anpal è precario, con l’ingresso dei navigator la percentuale salirà fino al 90 per cento. Probabile primato europeo (se non mondiale) per una società di proprietà pubblica. Alla faccia delle “buone intenzioni” che hanno accompagnato il varo del “Decreto Dignità”. 

Alla guida dell’Anpal c’è Domenico Parisi, detto Mimmo, classe 1966, pugliese di Ostuni. E’ stato scelto dal vicepremier Di Maio, decantandone i successi ottenuti in Mississipi, dove attraverso la digitalizzazione e l’utilizzo dei big data avrebbe ottenuto un più efficiente incontro tra domanda e offerta di lavoro. In realtà, anche qui le preoccupazioni non mancano. Emma Briant, ricercatrice britannica della School of media and public affairs della George Washington University, racconta a Linkiesta: «Nel suo lavoro precedente in Mississippi, Mimmo Parisi puntava a stravolgere statistiche preoccupanti per confezionare un’immagine più rosea delle politiche del governatore Phil Bryant (come ha raccontato il Mississippi Today , ndr). Ecco, sarei preoccupata se il lavoro di Parisi in Italia dovesse estendere un obiettivo propagandistico simile anche all’estrema destra europea». 

Del resto, il caso Anpal è la punta dell’iceberg di una condizione altamente sofferente dei servizi per l’impiego non solo sul fronte dell’offerta, causa la mancanza della materia prima, cioè il lavoro. Profonde criticità si rinnovano nelle strutture a cominciare dalle garanzie occupazionali: insomma, chi dovrebbe promuovere la qualità lavorativa finisce per avere problemi in casa propria. Il classico calzolaio che va in giro con le scarpe rotte. 

Se è luogo comune ritenere che gli addetti dei Centri per l’impiego siano dipendenti pubblici, in realtà molto spesso non è così: gli operatori sono dipendenti da cooperative e società appaltatori dei servizi per l’impiego, quasi sempre in situazione di precarietà. Una condizione emersa chiaramente, ad esempio, nel corso di un’assemblea svoltasi nei giorni scorsi a Lucca. Ad accentuare i paradossi c’è la netta differenza nel bagaglio di competenze tra questi precari, con esperienze pluriennali nel settore, quotidianamente alle prese con il pubblico, e i debuttanti navigator che saranno inseriti a fine mese.  

DISSERVIZI PER L’IMPIEGO – Il nodo cruciale è che i 556 Centri per l’impiego disseminati sul territorio nazionale, nonostante le tante riforme che li hanno sballottati tra Stato, Regioni e Province, continuano a presentare da decenni gli stessi problemi. Anzi, con il tempo si sono accentuati. Innanzitutto l’insanabile eccesso di burocrazia, reso ancora più evidente da dotazioni informatiche spesso obsolete, se non del tutto assenti. Quindi il cronico disallineamento tra domanda e offerta di lavoro – causa software “territoriali” che non comunicano tra loro – che è stato paradossalmente superato da una congiuntura incontrovertibile: le offerte di lavoro non ci sono quasi più. Inoltre manca un efficiente sistema nazionale di condivisione delle banche dati, compresi collegamenti con Comuni, Inps, uffici finanziari, centri di formazione, università, scuole. 

A ciò si sommano le reiterate denunce, da parte dei responsabili, sulle carenze di personale: ma che supporto alla ricerca di lavoro potranno assicurare i novelli 21 navigator a Brindisi, da affiancare ai 25 dipendenti attualmente in forza negli uffici della provincia pugliese, se offerte di lavoro in zona non ci sono proprio? 

E’ vero che i 7.500 addetti dei nostri Centri per l’impiego sono undici volte meno di quelli della Germania e 6,5 volte meno di quelli in Francia. Ma il problema centrale è che i nostri sono assorbiti quasi totalmente a certificare burocraticamente i prevalenti status di disoccupazione o a improvvisarsi “orientatori”. Le concrete opportunità lavorative per gli utenti, vero scopo di queste strutture, restano una chimera. Altro personale è fossilizzato nelle funzioni amministrative, come la gestione della logistica, del personale, delle utenze, di banche dati più o meno utili. Poi ci sono i percorsi formativi, con tematiche talvolta fuori mercato e risultati, di conseguenza, molto discutibili. 

Emblematico il caso di “Porta Futuro” a Roma Testaccio, lanciato qualche anno fa da Nicola Zingaretti con grandi ambizioni sul modello di “Porta 22” a Barcellona e delle “Città dei mestieri”; oggi si presenta di frequente come una landa deserta e non regge certo il confronto con i modelli internazionali di partenza.  

SOLDI, SOLDI – Il miliardo e mezzo di euro che il governo ha stanziato per rianimare questo triste panorama, fatiscente sia sul piano strutturale sia su quello operativo, salvo eccezioni, appare quindi insufficiente e, per alcuni versi, illogico. Sarebbe più sensato puntare sull’informatizzazione e sull’automazione che non sull’incremento delle risorse umane, per giunta a termine. 

Garantire redditi di cittadinanza “a pioggia” non aiuta certo a formare disoccupati nella maggior parte dei casi poco qualificati e addirittura non automuniti, rendendo difficile l’occupabilità presso le aziende. Resta il vulnus che non s’interviene sulla loro formazione. 

Avrebbe più senso e farebbe risparmiare un mucchio di soldi attivare convenzioni con agenzie private, focalizzando la missione pubblica su tematiche sociali (integrazione, lotta all’esclusione, ecc.) rispetto al mercato del lavoro, termine – spesso ce lo dimentichiamo – su cui si dovrebbe basare la nostra Repubblica.

Pierino Vago

Pierino Vago, irriverente canzonatore di costumi, s’affida a pensieri nomadi che finiscono nei milieu più imprevedibili. In una sorta di masochismo perenne, gli unici due punti di riferimento sono i cromosomi sanniti e il sangue giallorosso.

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