Corsivi corsari

Salvini e la restituzione dei 49 milioni

Oggi voglio festeggiare il 2 giugno stupendo i lettori immoderati con un sintetico corsivo ove esprimo tutto il mio appoggio ad un aspetto cruciale delle ricette economiche legaiole.

All’indomani della vittoria di Pirro elettorale (ribattezzata vittoria dei Pirla nei paludati circoli diplomatici europei) Salvini aveva esternato concetti di altissima caratura intellettuale: “di tagli ed eccesso di prudenza l’Italia ha rischiato di spegnersi”. Mentre quando era al governo la Lega con Berlusca l’Italia non ha rischiato niente. È ignominiosamente andata in bancarotta ed è stata salvata da Draghi, oggetto della propaganda violenta che si scaglia contro l’odiata (dai legaioli) categoria degli eurocrati.

Poi l’ex adepto del centro sociale Leoncavallo ha aggiunto che secondo lui il risultato delle elezioni costituiva “un invito a fare il contrario di quello che ci è stato imposto fino all’anno scorso per il bene dell’Europa e dei mercati”.

Infine Er Felpa aveva concluso – senza dubbio sulla base di una sofisticata analisi econometrica condotta alla prestigiosa Università di Pescaracas – che “Se noi fossimo costretti a rispettare numeri e vincoli vecchi, il debito crescerebbe. Noi vogliamo ridurlo e avere il credito delle istituzioni europee (peraltro inesistente perché il credito lo erogano i risparmiatori) per fare il contrario di quello che hanno fatto i Monti i Gentiloni: ossia restituire soldi”.

Ecco finalmente una posizione chiara! Pertanto il capo della Lega Nord dovrebbe dare il buon esempio. Cominci Er Felpa (insieme ai suoi sodali) a restituire i soldi: in particolare i 49 milioni di denaro pubblico. Altrimenti un ingenuo elettore potrebbe pensare che cotale statista (invidiatoci da tutto il mondo, secondo la Bestia), pretenda il fantastico credito delle istituzioni europee per continuare a comprare il consenso, ma soprattutto per imbottircisi le tasche. E lasciare i sovranissimi debiti da pagare agli Italiani.

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

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