Speaker's Corner

Debito pubblico, come ridurlo senza uccidere l’economia?

“Se pensi che a nessuno interessi se sei vivo, prova a saltare il pagamento di un paio di rate dell’auto”. La battuta di John Belushi è immortale. Ma sul debito italiano c’è poco da scherzare. Ha ormai raggiunto il 133 per cento del Pil (dieci anni fa era al 106,3). E le ricette miracoliste che hanno per principale ingrediente la necessità di accumulare altro deficit per far ripartire l’economia, abbattere il debito e sanare ogni problema incutono preoccupazioni maggiori del debito stesso. Specie per le competenze dei sostenitori della tesi. 

Un coinvolgente confronto proprio sulle strade più idonee da intraprendere per ridurre il debito pubblico italiano è andato in scena al festival dell’Economia di Trento, che si chiude oggi dopo giorni di interessanti eventi, di cui anche “Gli Immoderati” ha dato conto. 

Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano, è andato subito al cuore del problema. “Studiando i Paesi che negli ultimi 75 anni sono riusciti a ridurre il debito – ha riferito l’economista, che è anche professore presso l’Università Bocconi di Milano nel Dipartimento di Economia – possiamo dire che il sistema più virtuoso è quello del cosiddetto ‘aggiustamento ortodosso’, che è riuscito soltanto ad una decina di Paesi, ad esempio Nuova Zelanda e Belgio. Si tratta in sostanza di fare le ‘formichine’, aumentando l’avanzo primario, senza ovviamente ammazzare l’economia. Per arrivare a questo obiettivo l’avanzo primario dovrebbe essere superiore al 3 per cento, mentre in Italia attualmente è pari circa all’1,6 per cento. Non ci sono casi – ha aggiunto – di Paesi che abbiano ridotto il debito facendo più deficit al fine di far ripartire l’economia”. 

Ovviamente l’analisi di colui che è stato Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica dal 2013, durante il governo di Enrico Letta, non convince l’attuale viceministro all’economia, la pentastellata Laura Castelli, diploma di ragioneria, laurea triennale in Economia aziendale a Torino ed esperienze lavorative in un Caf. “L’aggiustamento ortodosso – ha detto – non mi sembra abbia funzionato, perché in quei Paesi dove è stato realizzato, è aumentato il debito privato dei cittadini. Il problema è che l’Italia ha smesso di credere negli investimenti. Ci vorranno almeno dieci anni per invertire la tendenza. Stiamo lavorando sul mondo delle detrazioni, sulla lotta all’evasione e sulla digitalizzazione dell’amministrazione pubblica. Nel primo trimestre di quest’anno – ha detto – ci sono stati cinque miliardi in più di entrate dello Stato rispetto al trimestre precedente, di cui 1,5 miliardi dalla fattura elettronica e il resto dalla lotta all’evasione, questo grazie agli strumenti inseriti nel decreto fiscale”. 

Di diverso parere Giampaolo Galli, vice di Cottarelli all’Osservatorio dei conti pubblici presso l’Università Cattolica. Laureato con lode in Economia politica presso la Bocconi, Ph.D. in Economia presso il Mit, dove ha svolto attività di ricerca con Franco Modigliani e Robert Solow, esperienze presso il Fondo monetario internazionale, Banca d’Italia, Confindustria (capo economista dal 1995 al 2003 e direttore generale dal 2009 al 2012), Ania (direttore dal 2003 al 2009) e in altri organismi internazionali, l’economista milanese ha spiegato che i mercati si preoccupano quando si dice che noi faremo diversamente dagli altri. “Ci vuole molta fiducia nella capacità dell’Italia di riprendersi – ha incalzato il professor Galli, che è stato anche deputato del Pd nella scorsa legislatura – ma bisognerebbe portare l’avanzo primario almeno al 2 o al 3 per cento. Un aumento che va fatto con gradualità, ma bisogna essere convincenti altrimenti ci avvitiamo in una spirale da cui diventa difficile uscire”. 

Amaramente realista l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. “Per gli investitori internazionali non è più una questione di se l’Italia ristrutturerà il debito, ma di come e quando questo accadrà – ha detto, gelando la platea del Festival. “Si diffonde il comune sentire che l’Italia sia spacciata. Io non credo, ma è evidente che la politica abbia grandi responsabilità – ha aggiunto Padoan, che è stato vicesegretario dell’Ocse dal 2007 al 2014. “Il problema del debito è un problema di fiducia che viene meno – ha aggiunto l’economista romano. “Per avere crescita bisogna investire sulle tecnologie e sul capitale umano e certamente aumentare il surplus primario. In Italia il tasso di interesse è più elevato del tasso di crescita. Questo dimostra la perdita di fiducia degli italiani nei confronti dell’Italia: sono scese le decisioni di investimento perché il Paese aspetta qualcosa. La crescita – ha concluso – non può dipendere dall’aumento del deficit. E credo che la prossima manovra di bilancio sarà decisiva per il futuro dell’Italia nei prossimi anni”.  “Il bilancio deve essere equilibrato, il tesoro ripianato, il debito pubblico ridotto, l’arroganza della burocrazia moderata e controllata, e l’assistenza alle nazioni estere tagliata, per far sì che Roma non vada in bancarotta”. Non l’ha detto uno dei relatori, ma Cicerone nel primo secolo avanti Cristo.

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