Speaker's Corner

La puzza di carogna politica che inebria gli sciacalli M5S

Un commento telegrafico sull’accidentato percorso di sola andata dagli Altari alla polvere del Fuoricorso di Pomigliano.  Gli sciacalli eletti in Parlamento grazie alla meticolosa opera di selezione operata sulle liste da Di Maio in persona, offrono uno spettacolo ributtante persino per gli stomaci abituati alle nequizie della politica italiana. Fino alla settimana scorsa tanti di questi miracolati si mettevano in fila a quattro zampe e sgomitavano per inondare di saliva il Capo Politico. Tutti in preda all’irrefrenabile frenesia di raccontare ai giornalisti prostrati o, preferibilmente sdraiati, quant’era bravo Di Maio, com’era bello Di Maio, com’era saggio Di Maio, com’era attivo Di Maio, qual ministro “veramente eccezziunale” fosse Di Maio.

Trapelava solo qualche occasionale critica velata dei Fico e dei Dibba boys, ovviamente concordata con Casaleggio per imbonire l’ala definita movimentista (distinta da quelle divanista e poltronista), ancora convinta che presto sarebbe approdato a Ladispoli l’incrocio tra Cincinnato e Che Guevara. E, abbandonate le tastiere col logo Napalm51, le masse di aspiranti baby pensionati avrebbero marciato sul Quirinale per instaurare l’inebriante stagione della Stampante Magica dopo l’Abolizione della Povertà (ma non dell’Ignoranza).

A tal proposito ci piacerebbe conteggiare quanti degli sciacalli odierni inneggiavano trepidanti sotto il balcone di Palazzo Chigi alla suddetta Abolizione, fondata sull’esplosione del deficit pubblico e quindi sulla truffa ai giovani e alle generazioni future.

Ora gli sciacalli miracolati si contendono, famelici, i brandelli del cadavere politico del benefattore a cui devono il seggio, terrorizzati di perderlo tra pochi mesi, non appena Salvini valuterà che sia arrivato il momento propizio per liberarsi dei lacchè ormai inutili. 

Il voto farsa sulla piattaforma Clouseau con il solito risultato (che non voglio definire bulgaro perché rispetto i Bulgari) attenuerà per poco ma non sazierà gli appetiti. Quando tra meno di un mese si abbatteranno sul branco i nuovi sondaggi con percentuali veleggianti verso la cifra singola, l’istinto dello sciacallo riprenderà il sopravvento e la puzza di carogna politica titillerà nuovamente le narici pentastellate.

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

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