Corsivi corsari Speaker's Corner

L’ectoplasma della disciplina fiscale

In Italia la disciplina di bilancio pubblico è il tema meno politicamente attraente per non dire altamente tossico. In un paese dove l’elettorato è costituito in massima parte da anziani analfabeti funzionali vittime di una propaganda ossessiva, il pareggio di bilancio è il DDT politico che stermina qualsiasi ambizione di rielezione.

Persino per coloro che bene o male hanno un titolo di studio superiore, è un tema noioso, una giaculatoria da frati trappisti che si ostinano a salutarsi con un lugubre “Memento Mori”, un’irritante distrazione dal sollazzo di Ballando con Le Stelle.

Malauguratamente è più affidabile un pilota noioso di uno spericolato acrobata venezuelano del volo senza carburante, che promette di azionare inesistenti moltiplicatori o evocare la Fatina della Stampante Magica.

La disciplina di bilancio pubblico non è un obiettivo. È la precondizione per qualsiasi ambizione di sviluppo. Purtroppo in Italia decenni di assistenzialismo straccione di matrice cattocomunista (per comprare i voti soprattutto al Sud) – sfociato nello sfascio grulloide e nelle frottole legaiole – hanno impiantato in tre generazioni di elettori una convinzione catastrofica: che la crescita sia prodotta solo dalla spesa pubblica, gestita da una manica di burocrati. E per colmo di grullaggine sono gli stessi elettori che imprecano contro la corruzione dei burocrati e le inefficienze dell’amministrazione pubblica.

Nell’immaginario del parassita assistito l’imprenditore è un volgare ladro che ce l’ha fatta, il professionista (che se non soddisfa i clienti non mangia) è un maledetto evasore e chi si rimbocca le maniche un pericoloso deviante che minaccia di contaminare con il suo attivismo il purissimo nirvana degli sfaccendati.

I mille pifferai che spacciano ricette miracolose per risolvere problemi complessi sono nella migliore delle ipotesi dei falliti alla ricerca di un riscatto sociale e nella peggiore dei criminali politici ossessionati dai soldi e dal potere. Ma il conto salatissimo delle loro nequizie finiscono per pagarlo proprio coloro che li hanno votati, come in Venezuela, in Grecia, in Turchia, e in mille altri paesi precipitati nella trappola del debito.

Non si può spendere più di quel che si produce se non per brevi periodi, passati i quali bisogna ripagare il prestito. Se il debito diventa strutturale porta al disastro. A meno di vivere di rapina e farlo pagare a qualcun altro, che è esattamente il proposito politico non solo del governo grullo-legaiolo. Anche le opposizioni in Italia sono culturalmente sfasciste: dal PD sanderista di Zingaretti, che infatti governa il Lazio con la lingua in bocca del M5S, ai Fardelli d’Italia. Fino al Berlusca inceronato, che a capo del governo Bunga-Bunga diede un fondamentale impulso allo sfacelo dei conti pubblici in combutta con Tremonti e Bossi.

Dovrebbero essere i giovani, a cui viene accollato irresponsabilmente il macigno del debito, a ribellarsi. Ma della rivolta generazionale non si vede traccia. Possiamo solo sperare che, spentasi la tragica samba grillina e di fronte alla prospettiva di un collasso stile Grecia, la gioventù sonnambula si svegli prima del baratro.

2 comments

Marco Zunino 30/05/2019 at 18:56

Ottimo articolo, semplicemente perfetto, grazie.

PS Qualche commento su qualche dettaglio.

‟In un paese dove l’elettorato è costituito in massima parte da anziani analfabeti funzionali vittime di una propaganda ossessiva.“

Non è che fra i giovani vada meglio, purtroppo, come del resto anche l‘ultimo paragrafo dell’articolo ricorda.

‟Nell’immaginario del parassita assistito l’imprenditore è un volgare ladro che ce l’ha fatta….‟

Nell’Italia di oggi, valere qualcosa è per molti moralmente sbagliato. Non vale solo per gli imprenditori, ma anche per i ricercatori. Lo abbiamo visto con l’inquisizione medievale contro Ilaria Capua, geologi, botanici, ricercatori che facevano solo, spesso con paghe da fame e grande umiltà, onestamente il loro lavoro. Ma la modestia e la competenza non sono più virtù in Italia (e non solo, ma soprattutto da noi). Oggi, nel mondo del reality ognuno può improvvisarsi esperto di vaccini, economista, statista. Il modello morale è il nullafacente che arriva a “star bene“ attraverso la politica, senza competenze, perché fa sognare i molti che anche loro possono farcela con una scappatoia, senza studio, senza impegno, senza duro lavoro. Anzi, meno competente è, migliore è il politico, perché viene percepito più vicino alla “ggente.“ Naturalmente, a pagare sono gli allocchi che ancora sgobbano.

‟Dovrebbero essere i giovani, a cui viene accollato irresponsabilmente il macigno del debito, a ribellarsi.‟

A giovani, come agli anziani, viene fatto credere che basta spendere di più per mettere tutto a posto. I discorsi che si sentono sono esattamente quelli che si sentivano prima del collasso greco. E perché dovrebbero mettere in discussione questo mantra se tutte le forze politiche da noi lo ripetono dai tempi di Craxi? Come possono gli italiani capire l’errore se persino il terribile turboliberista Renzi (come lo descriveva certa stampa, anche se di liberista aveva ben poco) ripeteva la solita favoletta dell’Europa cattiva che ci impediva di essere felici indebitandoci ulteriormente?

“Possiamo solo sperare che, spentasi la tragica samba grillina e di fronte alla prospettiva di un collasso stile Grecia, la gioventù sonnambula si svegli prima del baratro.“

Per la verità qualche timido accenno di ritorno alla realtà da parte di Di Maio prima delle elezioni l’ho anche visto. Temo però che anche questo abbia contribuito alla sconfitta del M5S: gli italiani hanno votato il fanfarone che la sparava più grossa.

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Franco Puglia 31/05/2019 at 11:43

Formulo un triste commento che si unisce a quello di Fabio e di Marco.
La nostra condizione è peggiore di quella che con tutta la nostra intelligenza e fantasia riusciamo a descrivere.
L’Italia è un paese completamente BOLLITO, dove ciascuno cerca di sopravvivere come sa e come può, dove le scarse reazioni della gente si scontrano con la nostra endemica incapacità di razionalizzare pensieri ed azioni in maniera coordinata, in modo da poter produrre effetti concreti, quale che sia l’obiettivo.
Giovani, vecchi o quarantenni, non fa differenza.
Sono tutti il prodotto di generazioni in progressiva decadenza.
Le eccezioni sono mosche bianche.
FARE, un movimento politico che aprì uno spiraglio e suscitò delle speranze, aveva in se i medesimi elementi di autodistruzione che affliggono il paese nel suo insieme.
Fu una novità, e non lo fu, e fece la fine che meritava, nonostante gli sforzi di tanti, io per primo.
Non c’è via d’uscita per un popolo, se a larga maggioranza i suoi componenti sono corrotti.
La sola via d’uscita possibile sarebbe un crollo verticale, con riduzione in miseria dell’intera popolazione ed una successiva presa del potere da parte di un manipolo di persone autenticamente capaci, in grado di rovesciare completamente il paradigma e di far ripartire un processo storico di ripulitura di intere generazioni.
Una cosa simile difficilmente accade nella Storia.
La prospettiva più concreta è una lenta marcescenza.

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