Speaker's Corner

Un giorno di pioggia

Arrivo alle porte di Segrate verso le 11.

Osservo l’aeroplano arancione della seconda guerra mondiale che accoglie chi da Milano giunge nel Comune del celeberrimo Lodo. Quell’area verde un po’ spoglia, quella pioggerellina lenta e irritante, quell’atmosfera malinconica che ben si presta al ricordo di un tragico episodio ma che non combacia bene con lo spirito dell’iniziativa.

Mi viene in mente l’immagine di Mattarella che attende la bara all’aeroporto di Ciampino. Poi ricordo che a due passi c’è la Moschea di Segrate e il Centro Islamico. Il simbolismo dell’evento è molto forte, nonostante dalla strada non si riesca a percepire.

Antonio Megalizzi avrebbe dovuto compiere trent’anni il 15 maggio. Avrebbe dovuto festeggiare la ricorrenza con il padre, la madre, la sorella, la fidanzata. Ed invece quest’ultimi si sono ritrovati in mezzo ad un futuro giardino di Segrate, a togliere il velo ad una targa che da oggi e per sempre porterà il suo nome. Catapultati violentemente in una realtà che non avrebbero mai potuto immaginare qualche mese fa. Non possono che scendere le lacrime durante la manifestazione, mentre la Fanfara suona l’Inno di Mameli e l’Inno alla Gioia di Beethoven.

La bandiera europea fa da sfondo al gazebo dove si intervallano gli interventi di autorità cittadine, politici, amici di Antonio. Ci sono altri noti politici presenti in platea, insieme alla famiglia ed a tante persone comuni.

Il mantra ricorrente è l’Europa, elemento egemone nella filosofia di vita di Antonio, che traspariva dalle sue riflessioni, dai suoi articoli.

Mi sorge un dubbio, mentre si susseguono gli interventi. Antonio non è stata una vittima prescelta dal terrorista. Al suo posto poteva esserci un nazionalista, un antisemita, chiunque. È giusto forzare la commemorazione per diffondere un messaggio non solo di pace e integrazione, ma anche politico?

Non è una domanda scontata, la risposta non è semplice. Il rischio è quello di strumentalizzare la sua figura per diffondere la nostra visione del mondo. Viene facile a noi che condividiamo quella visione. Personalmente non lo conoscevo. Il rapporto è stato virtuale, grazie al blog de Gli Immoderati. Ci siamo scambiati dei messaggi nella chat di Facebook e avremmo voluto incontrarci durante il Festival di Economia nella sua Trento, ma non riuscimmo ad incrociare i rispettivi impegni. Però io leggevo i suoi pezzi e lui leggeva i miei, così come reciprocamente leggevamo i nostri post sui social.

Stefano Leanza, in un bell’articolo su Strade, ha centrato un punto importante: «La trasmutazione della vittima in eroe, come se il primo status di per sé non fosse abbastanza, rappresenta un’altra delle trappole ideologiche in cui possiamo cadere in buona fede, comune peraltro ad altri casi italiani. La vittima può e deve essere celebrata in quanto tale, senza armarla o comunque arruolarla retoricamente in una crociata sotto qualche bandiera».

D’altra parte, però, perché non dovremmo utilizzare il suo volto e il suo verbo per contribuire ad ispirare il bene negli occhi della nostra generazione e di quelli delle generazioni che verranno?

Sì, è un caso che quel proiettile abbia colpito Antonio.

Ma perché non dovremmo usare il suo nome per fare in modo che le tante persone come Antonio presenti nel nostro Paese possano far sentire la propria voce e che non finiscano agli onori della cronaca solo per un evento tragico come quello che lo ha strappato alla vita?

Perché non dovremmo far comprendere che la vulgata che intravede nell’Unione europea solo del cinismo burocratico è fuorviante in quanto dimentica che si tratta di una comunità fatta anche da persone come Antonio?

Perché dovremmo aver timore di ricordare Antonio per affermare a gran voce come non sia un disvalore sentirsi contemporaneamente italiani ed europei?  

E allora la risposta che mi sono dato, mentre ha preso la parola un amico e collega di Antonio, è che non ci sia nulla di male nell’ergere la sua figura come esempio, pur correndo il rischio di cui sopra.

Esempio di passione, di volontà, di impegno per raggiungere degli obiettivi non solo personali, ma ben più ampi.

Esempio, perché lui avrebbe voluto raccogliere quello che stava seminando da anni, ma non ha potuto.

Esempio, perché invece noi abbiamo la possibilità di perseguire i nostri obiettivi, i nostri ideali, le nostre passioni, ed abbiamo il dovere morale di non esimerci dal farlo, proprio per continuare l’opera quotidiana di chi non ha più tale preziosa possibilità.

Sì, può sembrare (e forse lo è) mera retorica dettata da un momento di commozione, ma non sono le emozioni a fornirci gli stimoli giusti per affrontare nuove sfide?

Antonio non è morto per quello che era o per quello che rappresentava. Ma quello che era, quello che rappresentava e quello che ancora oggi e domani potrà rappresentare, non possiamo disperderlo.

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