Web: la vera libertà è promossa dalla regolamentazione

Ti va di scrivere un articolo per Gli Immoderati riguardo la Direttiva UE sul Copyright?

Ci provo, non sono certo uno scrittore di professione, ma sono abbastanza ferrato sull’argomento

Beh, cominciamo col cercare un’immagine esaustiva, qualcosa che possa riprodurre visivamente la necessità di dover adottare una direttiva, perché è da qui che parte tutto: questa nuova legislazione è stata accolta da critiche trasversali, eppure è parecchio complessa, ci si è lavorato tanto ed evidentemente è necessaria, ma perché?

Cerco l’immagine, su Google (e dove se no?) e mi viene l’idea di caricare una bella screenshot che dipinga la questione, lo stralcio di un articolo che fa proprio al caso nostro, devo solo oscurare alcuni loghi, alcuni nomi, perché non è detto che abbia i diritti per riprodurli.

Mentre mi diletto nel photo-editing mi accorgo di una cosa: stavo leggendo un articolo di giornale, senza essere sul sito del giornale. Strano vero? Non ci si fa caso, ma la barra degli indirizzi è inequivocabile, cliccando un link apparentemente indirizzato ad una pagina di giornale, che apre una pagina di giornale, non sono finito sul sito di un giornale.

Questo perché qualcuno con una potenza digitale smisurata ha riprodotto automaticamente parte della pagina di un giornale su un altro sito, il suo. Si chiama snippet, ritaglio, è una porzione di codice sorgente che viene riprodotta, esattamente come io avrei potuto riprodurre un logo. Ricalca in tutto e per tutto la pagina originale, seppur solo per una parte e quasi non ci si accorge che si tratta di una riproduzione.
Prestando attenzione -neanche troppa- notiamo anche un riquadro centrale colorato, una delle tante pubblicità che precede praticamente qualsiasi articolo, tranne quelli degli Immoderati. Che c’è di male? Avranno pagato per metterla…

Il punto non è chi ha pagato, ma chi è stato pagato. Il sito che ha riprodotto l’articolo o il sito che ha prodotto l’articolo? Ecco, ecco perché è necessaria una direttiva sul copyright.

Se da un lato i contenuti pubblicati e condivisi ogni giorno sono parte integrante della nostra società dall’altro c’è la necessità di tutelare chi produce quei contenuti, investendo estro, tempo e denaro nella loro creazione. Una società sempre più interconnessa e digitale richiede un rinnovamento nella tutela dei diritti d’autore, nuovi metodi, nuove licenze. Nulla è eterno e non esiste una soluzione finale, ma è giusto che la normativa stia al passo con i tempi, ancor più se internazionale.

Prendiamo ad esempio una canzone, quella canzone che hai già sentito mille volte, te la trapanano in testa in metro, in ufficio, al ristorante, al centro commerciale. All’inizio non ti piaceva, era lontana dai tuoi generi musicali, però a forza di ascoltarla è diventata orecchiabile, ormai la sai a memoria e come te la conoscono moltissimi tuoi amici. Non ci fai troppo caso, alla fine non stai pagando nulla, nessuno ti ha chiesto di memorizzarla, la prendi come viene e così finisci col parlare di quella canzone, la canticchi con gli amici, quasi per scherno; poi succede che vai a sciare, rigorosamente con la gopro e mentre vuoi caricare il video con quella canzone come sottofondo ti accorgi che non puoi, perché non è tua e perché la stai caricando su un server che non è tuo. Ma come? La cantiamo da mesi, è stata la colonna sonora dei nostri acquisti al centro commerciale, al ristorante, al lavoro… L’abbiamo messa su Spotify mentre salivamo in seggiovia, abbiamo pure cercato i remix con Shazam e li abbiamo ascoltati in loop tutto il viaggio e adesso non posso condividerla?

Ai tempi dei dischi di vinile era più facile, c’era fisicamente qualcosa da dover copiare, oggi quel qualcosa non solo è una proprietà intellettuale, ma è un dato digitale che esiste senza essere salvato fisicamente sul nostro computer, è un dato dinamico, fluido, fluttuante nel cloud, nelle piattaforme social, nel web, ma non per questo meno reale. Poterlo riprodurre a nostro piacimento ci ha indotto a pensare che sia nostro, ma non lo è.

Ecco perché serve andare avanti, predisporre il terreno legislativo per l’ideazione di licenze di riproduzione e norme nuove che regolino questa nuova modalità di interconnessione quotidiana, altrimenti destinata a diventare un far west ingestibile e infruibile. La Direttiva UE fa sostanzialmente questo, non ha di certo inventato la censura, né sui social né fuori, ma si è adeguata ad un mondo nuovo a cui è impossibile rapportarsi con vecchie soluzioni. La questione, come la Direttiva, è estremamente complessa e gli interessi di produttori e fruitori di contenuti devono essere bilanciati, soprattutto quando ci sono produttori che de facto esercitano un monopolio sui veicoli di fruizione.

Questo è uno dei nodi cardine, i contenuti che circolano su una piattaforma, da anni, possono essere legalmente considerati come creazioni di quella piattaforma, anche se in realtà sono utenti terzi che li creano tramite gli strumenti che la piattaforma ha ideato e messo a disposizione del pubblico. Un bel dilemma di responsabilità. Basti pensare a persone reali che utilizzano Facebook per scopi fraudolenti, senza scomodare profili fake, troll, bot ecc. E se la piattaforma privata fosse qualcosa di enorme, un maxi-contenitore che ingloba tutti, produttori, ripetitori e fruitori di contenuti, di chi sarebbe la responsabilità?

Dalla responsabilità che si attribuisce ai social deriva la necessità di analisi e controllo che i social esercitano sui contenuti degli utenti

Può sembrare un po’ Orwelliano di primo acchito, ma non è così distante da quanto succede nella società in carne ed ossa. Perché ancora di società si tratta, seppur costruita su serie di 0 e 1. Forse iniziare a considerare il web parte integrante della realtà e non una sua stereotipata emulazione potrebbe aiutarci a comprendere meglio il futuro che ci aspetta. E il presente che stiamo vivendo.

Ai sensi dell’articolo 100 del T.U.L.P.S. un esercizio commerciale, ipotizziamo un bar, può essere sottoposto a sospensione dell’attività in caso costituisca “un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume” oppure anche quando diventi “abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose”. Si assume quindi che ci sia una sorta di co-responsabilità del bar, della gestione, del luogo fisico privato in cui i comportamenti pericolosi avvengono, a prescindere da chi ne sia l’artefice. Ne deriva che il bar cerchi di evitare il verificarsi di tali condizioni, perseguendo il suo legittimo interesse (e guai se non fosse così). Trasporre sul web questo ragionamento è facile perchè non cambia niente: il gestore privato resta privato, il soggetto terzo resta terzo, il ritrovo abituale resta ritrovo, solo che da fisico diventa virtuale. Il difficile è accettare che non cambi nulla perché per istinto siamo portati a pensare che il web non faccia parte della realtà e che debba essere governato secondo schemi estranei ai modelli sociali e commerciali. Chissà poi perché?! Ed ecco che il gestore di un bar che allontana un cliente violento trae approvazione, ma il gestore di una piattaforma che banna un contenuto violento si imbatte nelle critiche.

Non mi si venga a dire che la differenza risiede in una questione di arbitrarietà, è una variabile presente in entrambi i modelli, insita nell’uomo, online come offline. I filtri esistono da sempre, per stare in un locale come per stare in un social, possono avere maglie più o meno larghe ed è chiaro che nell’ambito della comunicazione di massa è interesse delle piattaforme censurare il meno possibile, per aumentare il numero di contenuti, di interessi e di utenti. La censura, anche se minima, diventa un problema gravissimo quando arbitraria, ma questa è più una caratteristica delle persone che delle IA. Un software può non essere infallibile, ma di certo è imparziale: blocca sempre allo stesso modo lo stesso tipo di contenuti e questo, in qualche modo, mi rassicura.

Cosa filtrare e cosa no? Data una gaussiana in cui distribuiamo i contenuti, al centro troviamo quelli perfettamente in linea con la policy, via via che ci spostiamo verso le code incontriamo contenuti sempre meno adeguati. Nel cercare contenuti inappropriati impostando un filtro stretto includeremo poco le code e ci troveremo con pochi falsi negativi e molti falsi positivi, ovvero avremo un web tutto arcobaleni e caramelle. Al contrario aprendo le maglie del filtro daremo spazio a contenuti di rilievo via via meno comuni, ma il rischio è quello di lasciare spazio anche ai falsi negativi, contenuti inappropriati che non vengono riconosciuti come tali. Quanto filtriamo dipende dalla piattaforma, in linea di massima dipende dagli interessi principali del pubblico a cui si rivolge. Non esistono contenuti giusti o sbagliati, esistono contenuti appropriati o meno in base al luogo in cui vengono pubblicati. Ecco perché una grande piattaforma deve avere la possibilità di analizzare quanto si pubblica ed è giusto, come previsto dalla Direttiva UE, che possa negoziare con editori ed artisti il pagamento di un compenso per l’utilizzo dei contenuti protetti dal diritto d’autore o, per meglio dire, per consentire ai suoi utenti l’utilizzo di tali contenuti che, come nel caso della canzone di cui si scriveva, sono estremamente noti e intrinsecamente predisposti per essere condivisi proprio sui social. E se il contenuto viola gli standard della community perché infrange gli accordi sul copyright? Mi pare abbastanza scontato che, dal momento che la piattaforma ne è responsabile, debba essere dotata della possibilità di rimuoverlo.

Dal punto di vista tecnico non è affatto facile tuttavia stabilire cosa è lecito e cosa no, l’abbiamo visto con le prime bozze della Direttiva, ricordo il famoso articolo 13 che vietava i meme. Tecnicamente era corretto: un meme realizzato sul frame di un film famoso utilizza un contenuto protetto dal diritto d’autore e quindi non riproducibile senza il consenso del proprietario. Ciò che ha consentito di sospendere il divieto è la larga diffusione della tal scena del film, al punto che, come la canzone, è diventata nostra, la conosciamo, la utilizziamo in maniera appropriata, in senso satirico o umoristico riferendoci ad avvenimenti della vita quotidiana perché ne fa ormai parte, tuttavia non rappresenta l’opera originaria nella sua complessità.

Giudicare non è semplice, complice anche la costante evoluzione di social, software ed IA, ma dopo numerosi aggiustamenti la Direttiva approvata, benché perfettibile, si può definire calzante. Ha centrato il punto e già questo è un pro tutt’altro che scontato.

Jacopo Soregaroli

Imprenditore, studente di Medicina, turbo-liberale con fiamme "neo"liberiste e qualche perversione socialisteggiante dura a morire.

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