Terza pagina

La Repubblica di Verdelli

E così dopo tre anni (esattamente 1000 giorni) alla guida di Repubblica, gli editori del Gruppo Gedi hanno dato il ben servito a Mario Calabresi.

La notizia circolava da mesi, ma a detta dell’interessato è giunta inaspettata, avendo ricevuto rassicurazioni sull’infondatezza di tali voci – per inciso, non si smentisce mai Vittorio Feltri, che ha commentato l’annuncio con un tweet a dir poco spregevole (“ora Calabresi è orfano due volte“)-.

A differenza dei numeri sbandierati nel suo tweet di commiato (“la discesa delle copie si è dimezzata: era al 14 ora è sotto il 7“), la realtà è alquanto diversa ed assai negativa. Come ha fatto notare Andrea Montanari di Milano Finanza, il calo delle copie è stato considerevole: Repubblica in tre anni ha perso circa 67.000 copie, ovvero il 31,6% del totale (dalle 214.582 di Gennaio 2016 a 146.751 di novembre 2018). Per fare un paragone, il diretto concorrente (che però non se la passa tanto bene), Il Corriere della Sera, ne ha lasciate sul terreno 1/3 rispetto a Repubblica, con un calo complessivo del 12,9%. E difatti Calabresi ha dovuto gestire un piano di ristrutturazione interno che prevede l’esubero di diversi giornalisti (attualmente la redazione è composta di 400 giornalisti, troppi in un momento di crisi della carta stampata).

A succedergli sarà Carlo Verdelli, di cui parlerò a breve, non prima di aver fatto un bilancio di questi tre anni di Calabresi al timone del quotidiano fondato da Scalfari.

Tre anni scanditi da avvenimenti che hanno segnato la vita del giornale: la lite furibonda tra il vecchio fondatore Scalfari e Carlo De Benedetti (ha aperto le danze il grande giornalista: “con lui non ho più rapporti, me ne strafotto delle sue critiche“; a cui è seguita la replica sprezzante dell’ingegnere: “deve stare zitto, gli ho dato una paccata di miliardi, è un ingrato“); oppure, la candidatura del vicedirettore Tommaso Cerno con il Pd di Renzi allorché gli fu negata la direzione del quotidiano da parte dei vertici (non proprio un episodio edificante…).

La direzione di Calabresi si è aperta con le fuoriuscite volontarie (verso il Fatto Quotidiano) di Giovanni Valentini, in cattivi rapporti con Calabresi e molto legato a Scalfari e, comprensibilmente, di Adriano Sofri (che è rimasto al Foglio).

Varie innovazioni sono state introdotte da Calabresi. Solo per citare le più rilevanti: una foliazione più ridotta (dalle 50/60 di prima alle circa 40 attuali); una riforma grafica (che ormai è prassi in tutti i giornali quando si insedia un nuovo direttore); la creazione, sulla scorta de La Lettura, il supplemento del Corriere, di Robinson, inserto culturale della domenica (ma di cui l’unica parte interessante sono le interviste di Antonio Gnoli); nuovi collaboratori ed editorialisti provenienti quasi tutti da La Stampa (Manacorda, Toscano, Belpoliti), il Corriere (Melloni, Rizzo, Ainis), L’espresso (De Feo), Il Sole 24 Ore (Folli, Messori).

Sotto l’egida di Calabresi, Repubblica ha mantenuto la stessa linea editoriale/politica di fondo in quanto giornale politicamente schierato, ma rispetto ai tempi di Mauro ha via via perso influenza e prestigio; annacquato il carattere battagliero di giornale-partito, rinunciando così a un ruolo di protagonismo nel dibattito politico e dimostrando un eccessiva subalternità al renzismo (che ha sempre potuto contare per le proprie battaglie sul giornale amico). Durante il referendum costituzionale del 2016, quando in gioco c’era il destino politico dell’allora Presidente del Consiglio segretario del Pd, Repubblica abbandonò le riserve iniziali – in un primo tempo sia Scalfari che Carlo De Benedetti optavano per il no -, silenziando le voci dissenzienti che pure esistevano (Concita De Gregorio, Giannini, Zagrebelsky, Settis ecc), per schierarsi compattamente e risolutamente a favore della riforma.

Non aveva dunque tutti i torti l’ormai ex editore Carlo De Benedetti quando un anno fa dichiarò chez Gruber: “Repubblica manca di identità, ha perso coraggio“.

Una differenza significativa rispetto al passato tuttavia c’è: Repubblica ha assunto una linea maggiormente garantista nelle questioni giudiziarie; e, nel momento in cui Berlusconi è divenuto politicamente irrilevante, ne ha avviato un processo di sostanziale rivalutazione (a domanda diretta di Floris, Scalfari asserì che, se fosse stato costretto a scegliere tra Di Maio e Berlusconi, avrebbe votato senza dubbio il secondo). In ogni caso, dopo almeno un ventennio di virulenta guerra giornalistica, colpiva leggere qualche giorno fa l’aggettivo statista accostato a Berlusconi, nel titolo di un articolo di Ceccarelli.

L’abbraccio esiziale con il renzismo (dalla disfatta referendaria alla sconfitta elettorale più rovinosa dal 1948 – entrambe giunte inattese, segno di un evidente scollamento con la realtà), e in generale la crisi senza precedenti della sinistra tradizionale, insidiata dal massimilismo grillino, non poteva che riverberarsi sul giornale di Largo Fochetti.

Attualmente, la contrapposizione nei confronti del governo è netta, dato anche il carattere polarizzante dell’esecutivo giallo verde; Repubblica, dopo anni di sostegno più o meno convinto ai governi che si sono succeduti da Monti in poi, è tornata fieramente all’opposizione, sicuramente un ruolo ad essa più congeniale; non potrà che giovarle (quantomeno in termini di copie). L’ostilità nei confronti di Salvini e dei grillini è manifesta e reciproca. Il Movimento 5 Stelle più volte ha imbastito contro Repubblica, attraverso i suoi canali social e il blog di Grillo, attacchi piuttosto sgangherati volti a delegittimare e boicottare il quotidiano, con tanto di querele (Calabresi ha rivelato che le denunce avevano come destinatario il padre defunto Luigi…). In un recente scontro televisivo proprio con Di Maio, Calabresi è apparso poco brillante, spesso sulla difensiva; qualsiasi altro giornalista dotato di un minimo di spessore lo avrebbe annichilito.

Con Salvini invece i rapporti sono più distesi, ma il dissenso che riguarda le sue politiche pubbliche, i suoi modi grevi è altrettanto profondo. Repubblica ha più volte stigmatizzato le politiche restrittive sull’immigrazione dell’attuale ministro degli interni – così come aveva fatto con il predessore, Minniti in questo dimostrando una certa coerenza -, la campagna di ostilità alle Ong ed esprimendo grande preoccupazione per il clima sempre più esacerbato diffusosi nel paese.

Durante la direzione di Calabresi, Repubblica ha inanellato diverse topiche, che hanno contribuito a intaccarne la credibilità e l’autorevolezza. Due quelle più clamorose: Rampini, plagiatore conclamato (è stato scoperto a più riprese copiare peddissequamente articoli della stampa statunitense spacciandoli per suoi) che, impunemente, inventa di sana pianta una dichiarazione di Angela Merkel, sconfessata poi dal suo portavoce (“non possiamo accettare che l’Italia calpesti le regole comuni, dovremo trattarla come abbiamo fatto con la Polonia sullo stato di diritto“); o Scalfari che nei vari colloqui con Papa Bergoglio ne distorceva il pensiero attribuendogli concetti suscettibili di eresia, come l’inesistenza dell’inferno o l’abolizione del peccato, provocando ogni volta le smentite irritate e imbarazzate della Sala Stampa del Vaticano.

Chiaramente della gestione Calabresi non tutto è da buttare via. All’interno del giornale vi sono opinionisti e giornalisti che hanno fatto un’ottima informazione (su tutti: Sebastiano Messina, Marco Ruffolo, Alberto Bisin, Elena Cattaneo, Alessandro De Nicola, Chiara Saraceno, Emanuele Felice – una menzione particolare la merita Roberto Perotti, che, in assenza di Tito Boeri per motivi istituzionali, è assurto a editorialista di punta del quotidiano). Ma il bilancio resta deludente: Calabresi non è riuscito a svecchiare un giornale ancorato a un passato glorioso (l’affermazione di Repubblica, nel mondo del giornalismo, ha rappresentato la più grande impresa del 900) e oggi in irreversibile decadenza.

E qui entra in scena Carlo Verdelli, a cui è affidato il compito, per nulla facile, di rilanciarlo in un momento di grave crisi per l’editoria.

Verdelli, carattere ambizioso, schivo e riservato, è uno stimato professionista, nel suo mestiere è considerato da tutti un fuoriclasse.

La sua carriera inizia proprio a Repubblica, nella redazione milanese, dove si fa notare come cronista; approda poi alla Mondadori (Panorama diretto da Sabelli e Epoca).

Nel 97 passa al Corriere per diventare vice-direttore di Paolo Mieli e direttore del nuovo inserto Sette. Vi rimane 7 anni. A proposito del Corriere, ne ha sfiorato più volte la direzione (nel 2009 sostenuto da Piergaetano Marchetti, ma osteggiato da Bazoli e nel 2015, quando gli viene preferito Luciano Fontana). Da Rcs se ne va quando, a causa di pressioni politiche, alla direzione del Corriere della Sera subentra Stefano Folli al posto di De Bortoli.

Assume quindi la direzione di Vanity Fair per due anni. Qui arriva il suo più grande successo editoriale, complice la crisi di Panorama e dell’Espresso.

Scrive Michele Masneri sul Foglio: “prese un magazine decotto, di quelli che finivano nel cestino ancora col cellophane, e lo trasformò nella corazzata dei settimanali, uno strano ibrido tra un femminile e una rivista colta“. (…) “Vanity fair sotto di lui diviene il primo magazine italiano in termini di raccolta pubblicitaria“. – Anni d’oro che ormai sono un mero ricordo. Oggi Vanity Fair è un settimanale in crisi di vendite (poco più di 80.000 copie a settimana, tagli al personale e un continuo cambio di direttori) -.

Altro successo fu quello da direttore della Gazzetta dello Sport, dal 2006 al 2010; con lui il quotidiano sportivo raggiunse il record di vendite (2.300.000 copie).

Dopo vari ruoli apicali in condè Nast (vice presidente esecutivo, consulente, membro del Cda), torna a Repubblica per tre anni come collaboratore, dove saltuariamente scrive articoli di cronaca (straordinario un suo pezzo dedicato alla “coppia dell’acido”).

L’ultima esperienza professionale paradossalmente è quella più deludente. Nel 2015 viene scelto da Campo dall’orto come direttore dell’informazione della Rai. Appronta un piano di riforma che viene bocciato dal Cda, e decide quindi di dimettersi dopo soli due anni.

Verdelli è il quarto direttore nella storia di Repubblica. Firmerà la sua prima copia il 20 gennaio.

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