Gilets jaunes: la guerra dei mondi 2.0

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Noi siamo la resistenza, Ray! Loro non possono occupare questo paese! L’occupazione fallisce sempre, la storia ce l’ha insegnato migliaia di volte!” così parlava uno dei personaggi del celebre film La Guerra dei mondi di Steven Spielberg. Non saranno dello stesso avviso i #giletsjaunes francesi, o meglio dipende dai punti di vista. Per loro infatti “l’occupazione” da respingere pare essere quella del Presidente Macron e del Primo ministro Philippe. Per la maggioranza silenziosa dei francesi l’occupazione è invece quella dei gilets jaunes che da settimane stanno devastando tutta la Francia e in particolar modo Parigi seminando un chaos che non si vedeva dal maggio 68.

I gilets jaunes e le loro rivendicazioni

Nato per contrastare la carbon tax che prevedeva un rincaro su diesel e benzina – a danno soprattutto di chi vive in provincia dove l’importanza dell’automobile è ben diversa rispetto a chi vive in città –  il movimento dei giletti gialli ha inseguito pubblicato una serie di rivendicazioni: in sintesi meno tasse – per loro -, più tasse per i “ricchi”, molta più spesa e aumento dei salari. Si tratta di un movimento di protesta spontaneo nato dai social e che per sua stessa natura è un unicum nella V Repubblica e per la prima volta i potentissimi sindacati francesi non sono gli artefici della grande rivolta di massa. Se da una parte la quasi totalità delle rivendicazioni dei gilets jaunes sono pericolose, liberticide ed economicamente insostenibili, il malessere dei manifestanti e la richiesta di riduzione del carico fiscale sono invece totalmente comprensibili.

Siamo di fronte ad una guerra dei mondi 2.0 che conta già troppe vittime ed innumerevoli danni: 4 morti dall’inizio della rivolta, 820 feriti tra i manifestanti e 200 tra le forze dell’ordine. Un bilancio al quale si aggiungono le 1200 carcerazioni preventive, i tantissimi imprenditori che hanno visto i loro negozi distrutti e saccheggiati, i cittadini che si sono ritrovati senza macchina e senza alcuna copertura assicurativa e infine l’Arc de Triomphe, simbolo di tutti i francesi, vandalizzato all’interno e imbrattato all’esterno con la scritta “Les gilets jaunes triompheront“.

Sabato il quarto giorno di rivolta, “l’Acte IV”, con un bilancio di altre 1200 custodie cautelari e 100 feriti. Descritto dai media come meno dannoso dei precedenti, per via soprattutto dei nuovi mezzi  blindati – difensivi – in dotazione alle forze dell’ordine, l’Acte IV è in realtà in piena continuità con i precedenti giorni di protesta e con un numero impressionante di arresti.

Al movimento di protesta si sono uniti anche gli studenti alcuni dei quali, ispirandosi ai manifestanti più violenti, hanno contribuito ad implementare il triste bilancio dei roghi e dei danni.

Francia campionessa europa per tasso d’imposizione fiscale

All’origine di tutti i malcontenti troviamo quello che è già da molto tempo al centro del dibattito politico e cioè il pouvoir d’achat (potere d’acquisto).

Nonostante la Francia sia al sesto posto tra i paesi dell’UE per salario medio con 56.815 euro, il pouvoir d’achat dei francesi è solo all’undicesimo posto con in media 24.582 euro. Mancano quindi 32.233 che vengono prelevati a titolo di tasse, contributi e tributi vari. Con un tasso di 56,73% di prelievi sugli stipendi, la Francia è la campionessa Europa delle tasse! In pratica fino al 27 luglio di ogni anno si lavora solo ed esclusivamente per pagare le tasse. Per fare una paragone, nella comunque tanto tartassata Italia il giorno di liberazione fiscale è l’8 luglio.

Le accuse, in parte ingiustificate, e le minacce rivolte a Macron

Ma se il pouvoir d’achat è un problema vecchio, se non constante in tutta la V Repubblica, perché tutti indicano Macron come il responsabile principale della situazione? Non si tratta forse del nemico sbagliato?

In testa alle rivendicazioni e ai cori des gilets jaunes c’è il “Macron démission!”, vogliono le dimissioni di Macron e del governo, rei di aver favorito i ricchi a discapito dei più poveri. Nei gruppi Facebook del movimento è ricorrente l’incitazione all’odio e alla violenza con istigazioni all’assassinio di Macron, foto di quest’ultimo alla ghigliottina; insomma l’odio è ormai viscerale e fuori controllo. Il sangue giacobino scorre veloce nelle vene di troppi gilets jaunes, alcuni dei quali meritano di essere segnalati alle forze dell’ordine perché, che si possa o meno essere d’accordo con Macron, incitarne la morte in un clima di violenza già così estremo non è solo da irresponsabili ma da antirepubblicani, da mandanti, da complici.

Ora, entrando nel merito, se da una parte è vero che il governo Philippe non sia riuscito a ridurre il carico fiscale così come aveva promesso, va detto che l’ha comunque in parte diminuito. Il pouvoir d’achat dei francesi è infatti aumentato di 244 euro nel 2018 e aumenterà di altri 400 nel 2019. Secondo l’INSEE (l’Istat francese) dall’insediamento di Macron all’Eliseo, il pouvoir d’achat dei francesi è aumentato dello 0,8%. Un minimo miglioramento dovuto alla diminuzione degli oneri salariali ma comunque ancora insufficiente e per molti impercettibile -specialmente per i pensionati che hanno avuto un aumento della CSG – contribuzione alla protezione sociale.

Al tempo stesso però bisogna considerare la politica di Macron nel suo complesso in rapporto alla difficile eredità sociale ed economica lasciatagli dai governi precedenti. L’intento primario è stato quello di rilanciare la competitività e l’occupazione diminuendo la tassa sugli utili delle imprese dal 33 al 28% per la maggior parte delle imprese fino ad arrivare al 25% nel 2020. Per l’anno in corso il carico fiscale delle imprese è inoltre alleggerito di altri 11Mld a titolo di un credito di imposta, il CICE. Infine, l’apertura alla concorrenza nel settore ferroviario è un bene per tutti ma è costato, a suon di negoziazioni, il riassorbimento dei debiti della SNCF per circa 46 miliardi di euro dal 2020 al 2022. Insomma, a differenza dei governi precedenti un piccolo miglioramento c’è ma si vedrà nel medio lungo periodo.

A contribuire al calo di popolarità di Macron è stata senza dubbio anche la tanto criticata soppressione dell’IF (impôt sur la Fortune) o meglio imposta sulla ricchezza. Una tassa per molti simbolica ma un disastro economico perché non faceva altro che limitare gli investimenti in Francia. I gilets jaunes invocano il suo ritorno ma si dimenticano però che l’imposta sul reddito è già di per sé progressiva e può arrivare anche a toccare il 45% per i redditi superiori a 156.000 euro.

D’altronde ai giacobini 2.0 interessa vessare la ricchezza a prescindere da tutto, l’IF per loro è un simbolo così come rovesciare una Porsche ed esultare, bruciare macchine di lusso ma non solo, saccheggiare vetrine e negozi dalle grandi alle piccole firme. Così la rivolta viene snaturata e diventa un pretesto dove tutto è lecito e si semina il chaos solo per nutrire la propria sete di redistruzione o il proprio portafogli in vista di Natale.

Resta molto da fare a questo governo, tanta spesa pubblica improduttiva da tagliare, costi di funzionari elevatissimi – pensate che alcuni sono ancora ignoti alla stessa Corte dei conti! – e soprattuto un’importante riduzione del carico fiscale. Tuttavia ha comunque fatto di più rispetto ai precedenti. Eppure i gilets jaunes hanno deciso di svegliarsi propria ora. Non a caso molti degli attivisti sono della France insoumise di Mélenchon altri dell’ex Front National che sta aumentando a dismisura i suoi consensi. Tutta l’opposizione cerca di sfruttare a proprio vantaggio la protesta.

Congelata la carbon tax, ma la vera risposta si fa ancora attendere

La risposta del governo è stata più che altro affidata al Primo ministro Philippe, che ha già annunciato il congelamento per il 2019 della carbon tax, e al ministro dell’interno Castaner. Macron, per il momento, si è limitato a qualche dichiarazione senza però realmente intervenire in prima persona. Probabilmente lo farà ad inizio settimana annunciando qualche nuova misura per venire incontro ai manifestanti.

Potrebbe, a tal riguardo, ispirarsi agli accordi di Grenelle promossi da Pompidou che hanno placato la rivolta del 68. Tuttavia, come già detto, l’assenza dei sindacati nonché di leaders dei gilets jaunes a cui rivolgersi rende difficile ogni dialogo. Il generale De Gaulle dopo gli accordi di Grenelle sfruttò l’articolo 12 della Costituzione e dissolse l’Assemblea nazionale. Forte dell’aumento di popolarità, alle successive elezioni legislative il partito di De Gaulle ottenne una maggioranza schiacciante. Molti manifestanti e leaders dell’opposizione chiedono la dissoluzione dell’AN, ma qui la situazione non è in nulla paragonabile alla crisi del 68, Macron gode di una larga maggioranza parlamentare e di un bassa popolarità dunque nuove elezioni porterebbero solo all’ingovernabilità.

L’errore più grave però che stanno commettendo i francesi contrari alla rivolta e soprattutto molti dei marcheurs, cioè gli iscritti e attivi di En Marche, è quello di disprezzare o comunque prendere poco sul serio i gilets jaunes. Di questo passo si rischia una vera e propria guerra civile, servono comprensione e risposte urgenti ma al tempo stesso tolleranza zero per tutti quei nemici della République che non vogliono far altro che instaurare il regime dell’odio e della violenza.

L’effetto “gilets jaunes” nel resto del mondo

Questo è quello che succede in Francia, ma le immagini sono talmente forti che non hanno potuto non fare il giro il mondo, e pensate che Erdogan si è persino permesso di criticare la maniere forti con le quali le forzi dell’ordine avrebbero trattati i manifestanti. Trump ha cercato di strumentalizzare il tutto affermando che l’accordo di Parigi sul clima non fa bene neanche alla Francia. Il movimento dei gilets jaunes inizia ad espandersi in tutta Europa, partendo dal Belgio. Dalla Francia alcuni manifestanti invocano “l’unione dei popoli contro la tirannia di Bruxelles”. Sui social tutto corre veloce e spesso a suon di fake news come quella clamorosa di un post – ovviamente privo di un qualsivoglia fondamento giuridico e non ci vuole una laurea di Giurisprudenza per capirlo – secondo il quale, per effetto di un decreto adottato nel 2016, la Costituzione francese della V Repubblica sarebbe, cito, caduca e pertanto l’elezione di Macron illegittima. Inutile dire che con queste premesse le prossime elezioni europee si annunciano ancor più delicate…

Umberto Di Francia

Classe 1991, studente di Giurisprudenza italiana e francese tra l'Università degli studi di Firenze e l'Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne. Appassionato dunque di diritto, politica, ma anche di sport, cucina, cultura e soprattutto di liberalismo. Un passato nella Gioventù Liberale Italiana e un presente parigino a sostegno di un gruppo di giovani liberali francesi :Les jeunes libéraux. Audace e immoderato sognatore, fiero combattente a difesa delle libertà individuali sono pronto a qualsivoglia sfida, che sia in Italia, in Francia o in Europa seguendo due massime che nel tempo ho fatto mie "fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtude a canoscenza" di Dante e "Vivere ardendo e non bruciarsi mai" di G. d'Annunzio.

A proposito dell'autore

Classe 1991, studente di Giurisprudenza italiana e francese tra l'Università degli studi di Firenze e l'Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne. Appassionato dunque di diritto, politica, ma anche di sport, cucina, cultura e soprattutto di liberalismo. Un passato nella Gioventù Liberale Italiana e un presente parigino a sostegno di un gruppo di giovani liberali francesi :Les jeunes libéraux. Audace e immoderato sognatore, fiero combattente a difesa delle libertà individuali sono pronto a qualsivoglia sfida, che sia in Italia, in Francia o in Europa seguendo due massime che nel tempo ho fatto mie "fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtude a canoscenza" di Dante e "Vivere ardendo e non bruciarsi mai" di G. d'Annunzio.

1 risposta

  1. Franco Puglia

    La rivolta francese ha tutte le caratteristiche di un ’68 aggiornato ai tempi nostri.
    Sono trascorsi esattamente 50 anni, e dalla Francia parte una nuova “rivoluzione”, che ha buone probabilità di propagarsi al resto d’Europa, come allora.
    Il ’68 arrivò in Italia con circa un anno di ritardo. Nel 1969 frequentavo il Politecnico di Milano e l’impatto del ’69 fu pesante. Gli anni ’70 ci regalarono il terrorismo nostrano di matrice rossa. Il prossimo sarà forse di matrice nera, perché sono cambiati i termini del problema, anche se i risultati sono analoghi : dissoluzione sociale, disoccupazione, strangolamento economico di troppa gente.
    Le mie previsioni per il DISASTRO italiano guardano al 2020, quando il vento delle elezioni europee sarà calato e le rovine italiane determinate dal conflitto e dalla pochezza governativa diventeranno evidenti e dolorose.
    Svolta Europea è un progetto mai partito, che comincia ad essere datato, ma che è stato immaginato per quando arriveranno questi drammatici momenti.

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