La rivoluzione liberale non è un pranzo di gala

Piccola avvertenza: l’articolo è stato scritto appena dopo la convention “Stati Uniti d’Europa” organizzata dai Radicali. Ci sono stati altri sviluppi, certi o incerti, nella costruzione della “lista europeista” che tuttavia non tangono la sostanza dell’articolo.

 

A vedere i resoconti della due giorni romana organizzata dai Radicali dal titolo “Stati Uniti d’Europa” verrebbe da pensare, in vista delle prossime politiche, a una mera sfilata. Nel senso che tutti si sfilavano. Le dichiarazioni ai giornalisti catturate da un video di Repubblica suonavano quasi come un ritornello scoordinato. Saviano: “Un mio impegno in prima persona? No, io sono un scrittore”; Enrico Letta: “C’è bisogno di un nuovo soggetto politico visto quello che sta succedendo? Non è una cosa di cui mi occupo io, non chiedetelo a me”. Calenda: “Non serve un nuovo partito ma serve portare questa discussione all’interno dei partiti che ci sono”. Pisapia: “Una lista europeista potrebbe interessare un dialogo a sinistra? Oggi parliamo di Europa, non di liste”. Emma Bonino aveva chiarito in apertura che non si sarebbe parlato di “retroscena”, mentre Riccardo Magi ha nettamente tracciato un solco rispetto al PD. Unico, visibilmente a inseguire, Benedetto Della Vedova che ha invece parlato di “porte spalancate” in Forza Europa per le personalità presenti e ha chiaramente lasciato intendere una convergenza con il Partito Democratico.

Tutto questo per voler comunque semplificare notevolmente il quadro di un’area politica riunitasi in teoria sulla base di una visione comune; area peraltro elettoralmente ristretta, nei suoi confini da destra e sinistra. Ci auguriamo sinceramente che questo caos nietzschiano possa partorire una stella danzante, ma nel frattempo c’è da chiedersi se non sia identificativo di una deriva preoccupante del mondo radicale, liberale, laico, riformatore… Insomma il cosiddetto “partito dell’apertura”, in ottica del citatissimo bipolarismo odierno “aperto vs chiuso”. E se non sia il caso di lanciare, dal nostro pulpito immoderato ma a titolo personale, alcune considerazioni.

Ho l’impressione, da diverso tempo, che il sacrosanto identitarismo sui diritti civili stia diventando una zona comfort nella quale riconoscerci e consolarci, perché abbiamo paura della nostra incapacità di confrontarci sul resto, e compattarci in qualcosa di significativo. Sembra nostro destino ineluttabile l’incapacità di trovare un equilibrio che in ogni parte d’Europa i liberali riescono a mantenere, brancolando invece dall’estremo dei bottegai brianzoli che concepiscono il “liberalismo” solo come schiumate anti-tassaiole a quello di un club naive non in grado di mettere in fila i problemi del Paese e farne una lista ordinata secondo le corrette priorità.

Perché quale possa essere il progetto per il Paese, il target sociale cui rivolgersi, le azioni di riforma nitidamente prospettate che possano emergere da quell’area… io, giuro, non l’ho capito. E può darsi benissimo che non l’abbia capito io perché sono limitato: ma forse dovremmo cominciare a tenere in maggiore considerazione anche il voto dei limitati. Forse, noi che amiamo discettare di Popper e Tocqueville, dovremmo riprendere in mano un concetto di Marx, attualizzato e decontestualizzato of course, quando distingueva fra “struttura”, ovvero la sostanza dei rapporti economico-sociali, e “sovrastruttura”, ovvero l’insieme dei nostri valori, della nostra forma mentis, del nostro pantheon assiologico.

Il partito dell’apertura è diventato il partito della sovrastruttura; il partito per gli outsider è diventato il partito dei garantiti (come me) che possono permettersi di tralasciare, come un dettaglio programmatico, la sostanza di uno status quo italiano prevaricante, che non dà opportunità, che lascia ai margini. Come unico collante le invettive contro i populisti, come per le forze anti-establishment lo è una, certamente più confusa ma anche più concreta, “rivolta contro le élites”. Di modo che anche la lista europeista di cui si parla da mesi appare come una scatola di cui conosciamo più o meno il packaging ma ignoriamo, e trascuriamo, il contenuto.

Per fare sfilate su temi passerella (che ci stanno enormemente a cuore) ci sono già personalità come Saviano: fare politica è un’altra cosa. E mi rendo conto che possano sembrare ingenerosi termini che richiamano il narcisismo della moda, ma anche parlare di Stati Uniti d’Europa, se lo si fa passando da chi ha una certa idea del Fiscal compact (Della Vedova) a chi ne ha una opposta (Pisapia), non è più un progetto politico: diventa una bandiera da sventolare, un appello. Ma è di politica, di progetto, che abbiamo e soprattutto hanno terribilmente bisogno le fasce più rassegnate del Paese, a maggior ragione da parte di chi si pone come fronte intellettualmente più avanzato del dibattito pubblico. E se la proposta politica di cui si è discusso di più in questi ultimi tempi è stata “Ero straniero” (come a dire: “fatto il jobs act, son da fare gli immigrati”) permettete a me, che pure quella proposta di legge ho firmato, di ricordarvi che c’è dell’altro.

Ricordarvi che Marco Pannella alla fine degli anni ’90 parlava di Terzo Stato, profetizzando che se non ce ne fossimo occupati “noi” da radicali-liberali, sarebbero poi arrivati altri: “neo-comunisti e neo-fascisti destinati a ritrovarsi uniti per imporre tutti insieme nuovi assetti di violenza, di ingiustizia, di intolleranza, di miseria economica e civile”. Chissà se vi viene in mente qualcuno. E mi permetterei di aggiungere che in seno a questo Terzo Stato si è ormai sempre più chiaramente delineato un nuovo Quarto Stato, costituito dai giovani, di cui sembra che nessuno, noi compresi, voglia cominciare ad occuparsi. Tanto ormai sono roba dei 5 stelle. Perfino quando, nell’ultimo periodo, è tornato in voga un tema tradizionalmente liberale, come la protesta del nord contro l’eclatante ingiustizia territoriale del nostro Paese (e non c’era altro modo in cui potesse essere seriamente letto il referendum per l’autonomia del 22 ottobre) in massima parte ci limitiamo a schifare i cinque milioni di elettori che vanno al  voto in due sole regioni: creduloni, comparse di una grande buffonata, guarda i tablet di Maroni. La nostra principale attività politica sembra ormai distinguerci dai beceri, non provare a far loro concorrenza offrendo qualcosa di meglio. Va dato atto a Michele Boldrin di aver riassunto il tema nel migliore dei modi: “Se non vi piace il mulino non criticate il fiume, costruite un mulino migliore più a monte … o deviate il fiume.”

Si chiamerebbe politica, ma ormai che ci vuoi fare: noi siamo il partito dell’apertura, ci bastano le nostre sovrastrutture, la settimana di riflettori sull’eutanasia, gli appelli per gli Stati Uniti d’Europa e le proposte per gli immigrati. Fare a sportellate per i voti non fa per noi. Saremo anche liberali ma sulla competizione elettorale sembra di sentire le stesse giustificazioni delle cricche imprenditoriali nostrane: la concorrenza è sempre sleale. Gli altri barano perché giocano sporco, perché seguono il vento, perché controllano i media. Tutto vero: ma se in un Paese che riesce ancora ad arrancare grazie a molte eccellenze noi non siamo nemmeno in grado di esistere, mai avere una voce in grado di rappresentarle e organizzarle, non sarà per la fatale incapacità dei nostri non-leader dell’ultimo decennio? Scelta Civica arrivò al 10%, i Radicali nella seconda repubblica hanno ottenuto buoni risultati, Fare sul nascere mosse un po’ le acque. Erano tutti in Italia, in tempi recenti, tirando un po’ più a destra o a sinistra.

Voglio sperare che Forza Europa possa fare altrettanto: per ottimismo della volontà che supera il pessimismo della ragione. E perché conosco bene e apprezzo le idee di Benedetto Della Vedova e Piercamillo Falasca, che mi auguro vadano a segnare nettamente il nuovo progetto. Ma se il “partito dell’apertura” italiano vorrà dotarsi di gambe robuste che possano intraprendere una strada duratura dovrà darsi un solido programma “strutturale”, senza affatto tralasciare diritti civili, laicità, tolleranza, fiducia nella scienza, garantismo… tutti temi fondamentali del nostro vivere civile ma che in nessun modo vengono oscurati da una professione di lucidità sui temi che riempiono la pancia delle persone.

E dovrà ricordarsi che sporcarsi le mani è politica, non è venir meno ai nostri principi radicali ma l’esatto contrario: viverli nella realtà. In nessuna parte del pensiero dei pochi liberali di grande valore (e diverso colore) che hanno illuminato, a brevi sprazzi, la nostra storia troverete accenni a questo snobismo frustrato. Pannella (che beninteso ha enormi colpe sulla situazione in cui versano i Radicali; l’articolo non vuole essere una puntata del triste derby contro Bonino) è riuscito a cambiare questo Paese con pochi voti proprio perché si buttava nella mischia e non schifava nessuno. Dagli operai più esagitati ad Almirante. E, tornando più indietro, penso che nessuno che abbia compreso Gobetti possa pensare che vivere oggi il suo pensiero comporti una chiusura spaventata dalla realtà.

Provare ad essere l’alternativa riformista e non sfascista, per tutti quegli outsider che PD e centrodestra non vogliono ascoltare, rappresenta la scelta politicamente più opportuna, etica e profondamente liberale che possiamo pensare oggi. A maggior ragione in uno scenario che sempre più si caratterizza come politicamente spaccato fra inclusione ed esclusione sociale (anche a prescindere dal reddito, basta guardare ai risultati fra città e campagne, fra centro e periferie) secondo schemi già analizzati tempo fa da Rokkan. Noi, che inevitabilmente avremo come nostro target principale gli “inclusi” dovremo stare attenti a non schierarci manicheisticamente in questo scontro, traducendo la nostra azione politica in una difesa dei garantiti che inveisce contro gli “esclusi”.

Tener presente, in definitiva, che la rivoluzione liberale non è un pranzo di gala.

Stefano Leanza

Nato a Milano un ventennio fa, studio Giurisprudenza a Roma. Penso liberale e scrivo di giustizia e garantismo. Blogger per hobby, sono appassionato di giornalismo politico e sportivo.

1 risposta

  1. Franco Puglia

    Caro Stefano. Io ho partecipato a diversi incontri milanesi di questa formazione, che è una SCATOLA VUOTA, costruita per portare in parlamento Benedetto Della Vedova ed alcuni altri. La partecipazione radicale in questo caso è deprimente e condivido le tue considerazioni.
    Un progetto politico europeista disinteressato e sincero, ma ben descritto, strutturato, con regole precise ed una visione precisa esiste, e si chiama Svolta Europea, ma resta un progetto, per ora, da non bruciare sull’altare di quello scempio nazionale che saranno le politiche del 2018.
    Questo progetto, per trovare la forza di emergere, richiede che il Paese vada in agonia e si aggrappi a quel punto, finalmente, alla ragione ed alla volontà di sopravvivere.

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