Perché sono contrario alla legge sullo ius soli

Molto probabilmente la legge che modifica le norme sulla cittadinanza, introducendo il principio dello ius soli, non vedrà mai la luce. A detta dei proponenti del PD, mancano i numeri al senato; che, tradotto dal gergo politichese, significa che non ci sono abbastanza deputati disposti a votare la legge.

La sinistra, sollevando la solita canea mediatica (raccolte di firme e appelli, campagne di stampa sostenute da intellettuali e giornali), ha definito le nuove norme sulla cittadinanza “una battaglia di civiltà”. Mi sia permesso un inciso: per la sinistra, qualsiasi tema a lei caro, è imprendiscibile, indifferibile, una conquista di civiltà” per l’appunto. Come a dire che chi si oppone o non è d’accordo è un incivile, un reprobo, financo un fascista, che vuole privare di un diritto fondamentale i bambini figli di immigrati nati e cresciuti qui.

La legge sullo ius soli, approvata alla Camera, contempera due principi: semplificando, da una parte prevede che può conseguire la cittadinanza chi è nato in Italia da genitori residenti in Italia da almeno 5 anni (ius soli), o in alternativa chi è arrivato in Italia prima di compiere 12 anni ma ha conseguito un intero ciclo di studi (ius culturae). Non è quindi una forma di ius soli puro, come quello che vige in America (dove basta nascere in uno Stato per diventare cittadino), ma temperato. Secondo le stime, sarebbero 800.000 i bambini che con questa legge otterrebbero la cittadinanza italiana – nel tentativo maldestro di rassicurare, i giornali insistono su un dato irrilevante, ovvero che solo 1/3 di questi sarebbe musulmano.

Sgombriamo subito il campo da un equivoco, alimentato dalla destra populista e dai suoi giornali. Gli sbarchi di immigrati irregolari sul suolo italiano non c’entrano nulla con la discussione sullo ius soli. Chi paventa che, introducendo il principio dello ius soli, l’Italia diventerebbe “la sala parto del mediterraneo” (Parisi e Alfano dixit) dove chiunque arrivi illegalmente può ottenere la cittadinanza, si sbaglia o è in mala fede. Su questo, e solo su questo, la sinistra ha pienamente ragione. La legge sullo ius soli non è politicamente inopportuna perché si innesta in un periodo storico caratterizzato da flussi migratori illegali. Né rappresenterebbe un incentivo agli sbarchi di immigrati irregolari. Chi sostiene questo inquina il dibattito, portando argomenti demagogici e pretestuosi.

Tuttavia non è da sottovalutare il fatto che introducendo lo ius soli si correrebbe il rischio di consegnare la cittadinanza anche a immigrati di seconda generazione nel frattempo divenuti terroristi o criminali (con la conseguente impossibilità di espellerli dal territorio italiano). Saranno anche casi molto rari, ma è bene tenerlo presente. Chi è favorevole, al contrario, ritiene che la concessione della cittadinanza, favorendo l’integrazione, riduca o elimini la possibilità che si verifichino casi del genere. Ma le recenti esperienze di Francia e Gran Bretagna dimostrano che la cittadinanza non garantisce automaticamente l’integrazione dell’immigrato nel contesto sociale.

A parere di chi scrive, la legge proposta dal PD è una legge sbagliata e intrinsecamente ideologica per altre svariate ragioni di merito.

Innanzitutto non convince per nulla l’automatismo per cui basta la dichiarazione di volontà di un genitore affinché il minore acquisisca la cittadinanza italiana. Si rischiano discriminazioni nei confronti ad esempio delle figlie femmine; o il verificarsi di situazioni paradossali come quelle in cui il figlio più piccolo diviene cittadino italiano e il fratello più grande no.

Come ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera: “nella concessione automatica della cittadinanza prevista per coloro che sono nati in Italia da genitori di cui almeno uno con regolare permesso di soggiorno da cinque anni come minimo, non si prevede però alcun accertamento preliminare circa la conoscenza né della nostra lingua, né dei costumi, né delle regole, né di niente della società italiana. Si tratta appunto di una concessione automatica che tra l’altro, per il solo fatto di essere tale, viene privata di quel forte rilievo simbolico che invece sarebbe stato giusto conferirle”.

Ed è dubbio che basti un ciclo scolastico nella disastrata scuola italiana per sentirsi o diventare cittadino italiano. Il compianto Giovanni Sartori era ferocemente contrario giacché considerava 5 anni un periodo del tutto insufficiente per formare un nuovo cittadino italiano.

È indispensabile, per ottenere la cittadinanza italiana, che il minore straniero acquisisca la piena padronanza della lingua e della cultura italiana, che “si senta italiano prima di diventarlo di diritto”.

Inoltre, già oggi in Italia – e questo viene ignorato o volutamente sottaciuto, immagino per ragioni ideologiche – esiste una forma molto blanda di ius soli. Le attuali norme, fondate sullo ius sanguinis, prevedono che un bambino nato sul territorio italiano da genitori stranieri possa chiedere la cittadinanza al raggiungimento del diciottesimo anno purché abbia risieduto nel Paese “legalmente e ininterrottamente (ovvero fino a quel momento)”. Ma se un membro della famiglia diviene cittadino italiano, anch’egli potrà chiedere e ottenere la cittadinanza prima del compimento dei 18 anni.

La legge sulla cittadinanza del 1992 è una buona legge. Secondo gli ultimi dati (non essendo ancora disponibili quelli del 2016, ci si riferisce a quelli del 2015), l’Italia è, in termini assoluti, il primo paese in Europa per concessione di cittadinanze.

Difatti, delle 178.035 nuove cittadinanze concesse nel 2015, 4 su 10 sono andate a minori. In rapporto alla popolazione, invece, nel 2015 l’Italia era il secondo paese in Europa (dopo la Francia) per numero di minori che hanno acquisito la cittadinanza.

Stando ai dati, non sussiste alcuna necessità di modificare la legge del 1992, che consente a centinaia di migliaia di immigrati di ottenere la cittadinanza italiana. 

Chi vuole l’approvazione di questa legge, che se approvata sarebbe la più permessiva d’Europa, parte dell’assunto per cui la cittadinanza per chi emigra è un diritto, e non una concessione dello Stato nel caso in cui si soddisfano alcuni criteri. È il frutto di una visione irenica e utopistica della società, in cui non esistono barriere e confini e tutti sono cittadini del mondo.

La cittadinanza italiana non andrebbe regalata, ma meritata; e, in un momento storico in cui tutti gli altri Paesi vanno in questa direzione, i requisiti per ottenerla andrebbero resi semmai più severi e meno laschi.

Elia Dall'Aglio

Liberale eterodosso, laureando in scienze politiche. Mi interesso di politica, giornalismo, tennis.

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