Il Molotov–Ribbentrop postmoderno

Il 23 Agosto 1939 i gerarchi dell’Unione Sovietica e quelli del Terzo Reich si incontrano a Mosca per stringere l’infausto patto di non aggressione che passerà alla storia con i tetri nomi di Molotov e Ribbentrop. Anche allora non mancarono prostituti e servi di regime che tentarono di contrabbandare per un’iniziativa di pace quello che era in realtà il principio dell’immane ed atroce conflitto – la Seconda Guerra Mondiale – che, come nessun altro, avrebbe trascinato l’umanità sin in fondo agli abissi del male.

Sebbene le premesse, le circostanze e le implicazioni del faccia a faccia odierno fra Trump e Putin siano indubbiamente diverse, se non altro perchè il Presidente statunitense, nei suoi scellerati piani di riconciliazione col Cremlino, troverà più di un ostacolo in patria, devono essere evidenziate alcune sinistre analogie con la strategia, spartiroria, imperialista e bellicista del più antico sodalizio rosso-bruno.

Innanzitutto è bene sgomberare il campo da un comune equivoco. Un eventuale riavvicinamento tra USA e Russia non avrebbe e non avrà mai come reale obiettivo né la guerra all’Isis e al terrorismo, né la stabilità in Medio Oriente o in Nord Africa. Che sia necessaria una santa alleanza delle due principali potenze nucleari del globo intero per debellare quella banda di predoni mal armati che si è autoproclamata Stato Islamico, infatti, è idea tanto ingenua da non essere degna neppure della considerazione di un bambino; tanto più che entrambi gli stati sono impegnati in Siria e in Iraq ormai da anni digià con quel medesimo millantato scopo di ristabiliare “l’ordine e la pace”, di cui oggi si tornerà gattopardescamente a parlare come di una “nuova” dottrina politica; è evidente al contrario che, siccome Washington e Mosca insieme – in assenza di una politica europea estera credibile – dispongono della quasi totalità del potenziale geopolitico dell’area, la mancanta soluzione del conflitto nel Levante deve essere imputata proprio alla cattiva volontà di Americani e Russi. Stesso discorso valga per il Nord Africa, e in ispecie per la Libia, ove dietro ai sabotaggi operati da Haftar s’intravede distinatemente l’ombra del Cremlino.

Il Gap di Suwalki: il punto strategicamente più vulnerabile del Patto Atlantico

La logica politica in realtà dimostra chiaramente che un’eventuale alleanza tra la US Army e l’Armata Rossa non potrà che essere un’alleanza contro l’Europa; l’Europa infatti, quale spazio militarmente inerme, aperto tra le due fortezze nucleari, è l’unico ovvio bersaglio di qualunque innaturale intesa tra i due eserciti, altrimenti rivali. In questo senso il primo punto di convergenza tra Trump e Putin è l’inquietante sinergia tra le aspirazioni isolazionistiche della Casa Bianca e le mire imperialistiche del Cremlino sulle nazioni redente dell’ex-spazio vitale sovietico. Non solo sull’Ucraina, già martoriata dall’infame guerra ibrida scatenatale da Mosca, ma perfino sulle Repubbliche Baltiche, la cui spettacolare rinascita economica, germogliata a seguito dell’affrancamento dal giogo russo, costituisce oggi una delle più scintillanti vetrine della superiorità dell’ordinamento economico-sociale dell’Occidente democratico capitalista. Se ai Russi venisse concessa licenza di mettere in atto provocazioni e malversazioni in Europa Centro-Orientale, l’intero Vecchio Continente, venuta meno la garanzia della mutua assistenza militare tra i Paesi del Patto Atlantico, subirebbe un immediato processo di frammentazione in microblocchi e riesplosione dei conflitti interni a beneficio delle potenze terze.

Si evince di qui  un secondo interesse comune a Trump e a Putin: ovvero la prosecuzione della strategia del caos lungo la frontiera medioorientale e mediterranea dell’Europa; le implicazioni di tale politica sono sostanzialmente due: intanto l’aggravamento della crisi migratoria, che, accrescendo instabilità e tensioni nel Vecchio Continente, agevola le ingerenze dei colossi extra-europei; in secondo luogo l’imposizione di un’ipoteca militare sulle rotte commerciali e sulle arterie energetiche – esistenti o potenziali – che si snodano nella cintura del Levante e del Nord Africa – quasi un coltello costantemente puntato alla nostra giugulare.

Greggio: controllo dei prezzi determinato dalla pianificazione della produzione del blocco OPEC-Russia.

Col ché giungiamo al terzo possibile punto d’intesa, ovvero il comune interesse dell’oligarchia russa e dell’industria petrolifera americana – lo zoccolo duro del blocco di potere trumpiano – ad imporre il più a lungo possibile prezzi degli idrocarburi artificialmente alti, nonostante la spinta ribassista impressa dalle forze di mercato. È persino banale osservare come l’Europa, a causa della propria dipendenza dalle importazioni di energia, sia il primo pagatore di questa borsa nera del greggio, che, in un momento in cui il Vecchio Continente si sforza di aprire la propria economia, viene invece sfacciatamente manipolata a tavolino a suon di contingentamenti e malversazioni da un piccolo soviet di cleptocrati ed emiri. Per di più, un eventuale significativo rincaro della bolletta energetica europea determinerebbe in seno all’Eurozona una grave frattura fra il Nord monetarista, che reclamerebbe immediatamente una stretta della BCE, e il Sud socialista, che si aggrapperebbe con le unghie e con i denti all’inflazione.

Sebbene non vi sia certezza che Trump riesca a realizzare il proprio disegno, la sola prospettiva che gli USA possano offrire pezzi d’Europa a Putin, per ammansire la Russia, sembra essere bastata ad imprimere un’accelerazione al troppo a lungo procrastinato progetto di una politica estera europea comune. Il nostro auspicio è che la classi dirigenti europee, alla celerità e alla concretezza necessarie alla presente circostanza, abbinino la saggezza e la lungimiranza che si devono alle decisioni storiche; ovvero che il Cancelliere Angela Merkel, scongiurando pericolose derive dirigiste o colbertiste in economia, sappia coinvogliare invece sui temi della difesa e della sicurezza l’esuberanza federalista del neo-eletto Presidente francese Emanuel Macron.

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma analista fiscale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

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