E se fosse già successo nel 1873?

Ma se invece di assomigliare alla Grande Depressione del ’29, questa fase economica assomigliasse alla Grande Depressione del 1873-1895? Ovviamente sono tutte crisi di sovrapproduzione e sono tutte nate da shock sui mercati finanziari dovuti allo scoppio di bolle speculative, ma la crisi del ’29 si risolse completamente in un decennio, questa invece assomiglia più alla Grande Depressione che durò per ben 22 anni. La Grande Depressione originò proprio da un forte fenomeno di globalizzazione, a fine ‘800 si raggiunse un livello di internazionalizzazione sia commerciale che finanziaria che venne superata soltanto un secolo dopo, grazie a decenni di forti innovazioni nel campo dei trasporti e delle telecomunicazioni (navi, ferrovie, telegrafo), relativa pace (guerre soltanto regionali) ed abbattimento delle barriere alla circolazione delle cose e delle persone, che portarono anche ad un boom delle migrazioni, in un quadro del tutto analogo a quello odierno.

La feroce concorrenza internazionale mise in difficoltà i settori tradizionali nei Paesi già sviluppati, in quanto sottoposti alla concorrenza dei Paesi emergenti assai più produttivi, ma mise in difficoltà i nuovi settori di alcuni Paesi emergenti che non reggevano la concorrenza delle imprese più strutturate dei Paesi sviluppati. Una situazione sorprendentemente simile alla nostra, soprattutto se si tiene conto che allora come oggi vi fu comunque una crescita economica (seppur più lenta, essendo scemata la spinta propulsiva delle innovazioni tecnologiche dei tre decenni precedenti), ma per via della forte concorrenza sui mercati si ebbe una tendenza alla moderazione dei salari e dei prezzi, proprio come oggi. Nuovi posti di lavoro venivano creati, ma in modo troppo limitato per via degli scarsi investimenti, dovuti a loro volta agli scarsi profitti che le aziende realizzavano sui nuovi investimenti. Il lato delle cose, di ciò che era mobile e facilmente trasportabile, aveva ed ha assunto una potenza spropositata rispetto al lato delle persone, di ciò che più difficilmente si può trasferire ed agganciare il carro della globalizzazione.

Ora è interessante per noi analizzare come si uscì, allora, dall’impasse. I Governi tentarono varie soluzioni che videro in primo piano la mano pubblica, ma diedero tutte risultati interlocutori: le misure protezioniste esponevano a ritorsioni o vere e proprie guerre doganali, gli investimenti in infrastrutture erano utili ma grazie alle nuove tecnologie i trasporti e l’energia elettrica erano comunque sempre più disponibili, il colonialismo rendeva disponibili materie prime e manodopera che però erano già a basso costo, ma per via della povertà delle colonie offriva pochi sbocchi ai prodotti industriali europei.

A realizzare veramente l’uscita dalla depressione furono le imprese. Questa è una grande lezione per noi, ci dice che usciremo da questa situazione quando cambieranno le imprese, non quando cambierà la politica. La politica può e deve aiutare queste trasformazioni, ma dobbiamo sapere che è la mano privata e non quella pubblica a poter cambiare il corso degli eventi. Durante la Grande Depressione infatti si andarono formando grandi imprese-guida, talvolta veri e propri cartelli o monopoli, che grazie alle loro dimensioni potevano avere un ruolo attivo nell’andamento del mercato e non solo subirlo passivamente, così da poter ricavare profitti maggiori che stimolassero l’investimento, l’innovazione e la creazione di lavoro. Tutte le altre imprese dovettero organizzarsi in modo più capitalistico, entrando nell’ottica di investire e rischiare maggiormente, di assorbire più velocemente le innovazioni tecnologiche, di gestire in modo efficiente la manodopera. L’agricoltura organizzata in modo industriale della Pianura Padana nacque proprio in quel periodo.

Non è necessario arrivare all’eccesso dei monopoli, visto che gli Stati Uniti iniziarono a limitarli fortemente già nel 1890 ma uscirono ugualmente dalla Depressione pochi anni dopo, si tratta però di avere imprese che non si limitino a subire passivamente il mercato. In America distinguono correttamente fra politiche pro-business (pro-impresa) e politiche pro-market (pro-mercato), perché in casi come questo impresa e mercato si trovano in conflitto, non c’è solo il conflitto Stato-mercato a cui siamo abituati. Allora se la politica vuole accompagnare questa uscita dalla nostra Depressione, deve spostarsi verso politiche pro-business e meno pro-market. Già sento le grida indignate di chi dice che in Italia c’è stata una politica tutt’altro che pro-market, ma il problema è che c’è stata ancor meno una politica pro-business, se si escludono gli imprenditori in vario modo protetti dalla politica e dalla criminalità. Lo stesso von Mises, mostro sacro del liberismo, pur evidenziando i danni che i monopoli portano ai consumatori, metteva anche in risalto come gli alti profitti del monopolista non solo incentivassero quest’ultimo ad investire e quindi creare lavoro, ma incentivassero anche i potenziali concorrenti ad inventare prodotti alternativi che svolgessero la stessa funzione, così da poter entrare in un settore dove si realizzavano alti profitti e rompere i vecchi monopoli con l’innovazione tecnologica, per poi crearne altri in nuovi settori e così via.

Questa virata verso il pro-business rigetta il protezionismo di cui si è già detto ed è necessaria per salvare la globalizzazione, che senza correttivi rischia di creare un sempre maggiore malcontento e portare al potere le forze politiche sovraniste e no global. In questo senso vedo con molto favore la riduzione delle tasse e delle regolamentazioni lavorative ed ambientali a carico delle persone e delle imprese, da sostituire con una tassazione dei consumi e delle proprietà ed un sistema di sconti fiscali per i lavoratori e le realtà ambientali in difficoltà. Sarebbe un sistema adatto all’epoca della globalizzazione per un welfare che nell’800 non c’era, farebbe cadere i costi del nostro sistema di protezione sociale ed ambientale su chi consuma qui e non su chi produce qui, rendendo le nostre imprese capaci di competere sui mercati internazionali, sgravandole di numerosi costi.

Pierpaolo Cecchi

Libertario, studente all’ultimo anno nel corso specialistico di economia finanziaria all’Università in Bologna, vivo da sempre in Romagna (per la precisione a Cervia) e sono local coordinator per Students for Liberty.

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