Si pronuncia Circular Economy, si chiama Futuro

La Circular Economy altrimenti detta “economia circolare” è una nuova visione del futuro che promuove lo sfruttamento di una risorsa abbondante, praticamente inesauribile come lo sono i rifiuti.

7.488.442.033, a tanto ormai è arrivata la popolazione mondiale. Nella classifica dei 20 paesi più popolosi del pianeta troviamo soltanto quattro paesi occidentali, uno europeo: la Germania. I restanti sedici sono per lo più mercati emergenti: Cina, India, Pakistan, Brasile, Indonesia e via discorrendo fino ad arrivare al ventesimo posto, la Tailandia. Si stima che la popolazione mondiale crescerà, fino a raggiungere nel 2100 i 10 miliardi di abitanti.

Come sarà possibile soddisfare i bisogni sempre crescenti dei mercati in via di sviluppo – sotto il profilo delle materie prime, del cibo e dell’energia per esempio – senza impatti per i bisogni attuali e futuri delle nazioni Occidentali?

Circular Economy e il trend della popolazione mondiale

Molte risposte sono state date nel tempo a questa domanda; c’è chi crede che vista la maggiore forza economica delle economie sviluppate sarà impossibile, per i mercati in via di sviluppo, accaparrarsi le risorse necessarie per raggiungere il livello di welfare di cui godiamo noi in Occidente. Questa categoria di persone sono le stesse che probabilmente pensavano – fino a pochi anni fa – che multinazionali emergenti come Tata Motors o HUAWEI non potessero rappresentare una minaccia per le grandi, prosperose multinazionali occidentali. Nel 2008 Tata comprò Jaguar Land Rover e qualcuno cominciò a cambiare idea. C’è stato anche chi ha invocato una politica di gestione delle nascite, la necessità di un “controllo” sulle aree in via di sviluppo, per conservare l’attuale status-quo (non certo a favore dei cosiddetti controllati).

Come possiamo, vivendo in una società che ogni giorno propaga nel mondo la parabola che il successo è frutto dell’inventiva e delle idee, negare le possibilità che noi ora abbiamo, a chi vive nei paesi emergenti? Come possiamo privare, per esempio, una famiglia Indiana della possibilità di avere un frigorifero, corrente elettrica o acqua pulita solo perché per i loro bisogni non c’è energia a sufficienza per tutti, o materie prime per creare i prodotti?

La realtà che, abbandonati i teoremi, risulta plastica è laSimbolo che rappresenta la Circular Economy seguente: giorno dopo giorno la popolazione mondiale aumenta, così come il denaro a disposizione delle fasce più povere – seppur 700 milioni di persone vivano ancora sotto la soglia di povertà stimata in 1,90 $/giorno – conseguentemente ne aumenta gradualmente il potere di acquisto e la domanda di beni, e quindi di materie prime. Tra qualche decina d’anni, milioni di persone avranno abbastanza reddito per potersi permettere quella tecnologia, quegli strumenti che nei paesi occidentali sono considerati low cost, ma che per chi sta in una fascia di reddito tra i 5 ed i 30 $/giorno sono un investimento per il proprio futuro, per migliorare le proprie condizioni di vita. Generazione dopo generazione il reddito disponibile aumenterà, il paniere di beni consumati muterà, arricchendosi sia nel numero che di beni mano a mano sempre meno necessari.

Viviamo in un sistema chiuso, lo sappiamo. Le risorse, seppur abbondanti non sono infinite. I confini non sono espandibili. Come risolvere quindi questo problema di allocazione di risorse?

Fasi della Circular Economy

Una risposta, la migliore a mio avviso – tra le tante formulate negli anni più recenti – è un modello di Circular Economy. Essa si sostanzia in una nuova concezione del prodotto, immaginandolo non soltanto come un bene il cui scopo è la vendita fine a se stessa, ma che prevedendo la possibilità di riutilizzare (come materia prima) le sue componenti, quando il ciclo di consumo è terminato. E’ un concetto molto più complesso del semplice riciclo tradizionale. Gli anglosassoni lo definiscono come un processo di “reconceiving the product from the scratch”. Si focalizza sul pianificare sin dalla fase di design del prodotto le modalità di riutilizzo più efficaci ed efficienti delle componenti, per rendere il rifiuto una nuova risorsa, sia essa utilizzata nuovamente in azienda o venduta a terzi.

Questo nuovo modo di concepire il prodotto sin dalla sua progettazione iniziale, consente non tanto all’azienda di farsi carico dello smaltimento del bene, quanto più di avere un facile, rapido accesso a nuove fonti materie prime, ad un costo prossimo allo zero. Numerose aziende sono in una fase di sperimentazione di questa Circular Economy tramite progetti di Waste Management, alcune con ottimi risultati.

Un esempio in questo campo lo ha dato Apple, che ha fatto degli suoi prodotti difettosi (i cosiddetti “ricondizionati”) una risorsa per creare del nuovo valore per l’azienda. L’azienda di Cupertino non soltanto ha ottenuto un elevato grado di soddisfazione del cliente nella fase di restituzione di un prodotto difettoso, ma ha anche creato valore tramite il processo di analisi e riparazione mirata del pezzo difettoso, rivendendo ad un prezzo inferiore il prodotto ricondizionato. Questo ha permesso non soltanto il vasto utilizzo di componenti commissionate ad aziende terze in paesi a basso costo di manodopera, ma ha anche aumentato il grado di soddisfazione del cliente.

Apple è soltanto uno dei tanti casi in cui uno studio accurato del prodotto può portare a benefici che vanno oltre il normale ciclo di vita del prodotto; ci sono tantissime realtà aziendali che stanno nascendo in tutto il mondo che vedono come materia prima quello che altri percepiscono come scarto.

Un’ economia circolare insomma, che promuova lo sfruttamento di una risorsa abbondante, inesauribile come lo sono i rifiuti per favorire un ampliamento della quantità risorse disponibili – seppur, come ben noto, scarse – a beneficio di tutti. Una linfa nuova per dare un impulso alle regioni del mondo che si considerano già sviluppate; un nuovo modo assolutamente creativo di concepire l’economia, il consumo e lo scarto.

 

Nicola Ghisalberti

Nato a Bergamo nel 1992 sono appassionato di giornalismo politico e sportivo. Studio Economia; credo nella penna, primo baluardo a difesa della libertà.

4 Risposte

  1. Franco Puglia

    Si Nicola, lo scenario di fronte ad una persona giovane come te è impressionante.
    Già oggi i numeri della popolazione mondiale ed i numeri crescenti delle popolazioni non europee ci fanno ragionevolmente temere di venirne presto sommersi.
    La globalizzazione ha diffuso altrove un sapere che noi, in Italia, abbiamo perduto definitivamente, condannandoci al sottosviluppo. L’econocmia circolare che descrivi è, fuori di ogni dubbio, un canale di sviluppo possibile ed indispensabie.
    Già anni fa io sostenni con AMSA a Milano la necessità di una nuova politica industriale nel settore del packaging alimentare, ad esempio, per introdurre imballaggi diversamente progettati, immediatamente ed economicamente riciclabili, minimizzando gli imballaggi compositi che si possono poi soltanto bruciare.
    Un tipico esempio di imballaggio perfettamente riciclabile e riciclato vantaggiosamente è il PET (quello delle bottiglie di acqua minerale e delle vaschette alimentari).
    Il suo ciclo è quasi infinito, se viene recuperato.
    Altri imballaggi rendono invece complicato e costoso il recupero della materia prima. Questo modus operandi DOVREBBE investire l’intero mondo della produzione, con politiche premianti nei confronti di chi produce materiali riciclabili e concretamente riciclati. Qualcosa ormai si fa, ma non è abbastanza.
    Progredire su questa strada è compito delle aziende con il sostegno di una politica consapevole.

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    • Nicola Ghisalberti

      Grazie Franco del tuo interessante spunto che rende concreto ed esemplifica un concetto che ancora “mastichiamo” poco. Sarebbe interessante raccogliere altri esempi che mostrino aziende – quindi soggetti cosiddetti profit oriented – che riescono a conciliare l’attività caratteristica con la generazione di esternalità positive, di cui tutti possiamo beneficiare.

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  2. Gianuario Cioffi

    Caro Nicola, sono pienamente d’accordo sulla necessità della C.E., però non sono d’accordo quando dici che il controllo delle nascite danneggerebbe i Paesi in via di sviluppo: purtroppo i media parlano sempre dell’estremo caso cinese, dive il “figlio unica” ha innescato l’invecchiamento della popolazione; ma qui non si tratta di sensibilizzare ad avere un solo figlio, ma ad averne due! Mi spiego meglio, stiamo parlando di società economicamente e scolasticamente svantaggiate, dove c’è ancora la cultura del “più figli=più entrate economiche”, peccato poi il lavoro non ci sia ed ecco l’esodo (e i morti) nel Mediterraneo; perliamo di fame nel mondo, di future guerre per l’acqua; parliamo di donne e neonati che muoiono di parto; parliamo di epidemie di AIDS e altre m.s.t. .

    E se pure queste masse enormi si arricchissero, ciò dovrà avvenire solo nell’ambito di un ripensamento PLANETARIO dell’economia, di cui la C.E. è la punta dell’iceberg: per intenderci, se tutti i cinesi volessero la carta igienica, l’Amazzonia non arriverebbe a domani.

    Non dico che dobbiamo arrivare al Comunismo Reale, ma forse un sistema economico tipo “Capitalismo controllato dallo Stato” come in Cina e in Vietnam dovrebbe essere studiato (e perfezionato) senza preconcetti.

    Un saluto.

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    • Nicola Ghisalberti

      Ciao Gianuario ti ringrazio del tuo spunto interessante, che però a mia volta non posso condividere. Non sono d’accordo sul cliché che porti ad esempio. Non è affatto vero che nel mondo è radicata la cultura del “più figli = più entrate” tant’è vero che, se si va ad osservare il link che ti metto a fondo commento, si può notare come nel mondo attualmente la media dei figli per coppia è attorno ai 2,5 – un notevole decremento negli anni recenti per quei paesi considerati “in via di sviluppo”. Solo il continente Africano fa eccezione. Ogni nazione applica una politica delle nascite, vuoi in via diretta, vuoi in via indiretta. Quello che ci tenevo ad esprimere, e che forse è stato frainteso, è che a mio avviso è ingiusto che una parte del mondo possa decidere per un’altra in virtù di un diritto che non si capisce bene da dove derivi. Per un autodeterminato bene superiore. Il Capitalismo è riuscito – nel giro di 150 anni – ad erodere la povertà assoluta, a bilanciare le nascite, a creare la società del Welfare e del debito di cui ora godiamo eccessivamente dei benefici. Per nulla al mondo lo scambierei con un “Capitalismo controllato dallo Stato”.

      Ps. ecco il link: http://world-statistics.org/index-res.php?code=SP.DYN.TFRT.IN?name=Fertility%20rate,%20total%20(births%20per%20woman)#top-result

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