L’anno breve

Nella storia recente, pochi anni vantano una tale quantità di stravolgimenti paragonabile a quella dell’anno appena conclusosi. Attacchi terroristici e plebisciti dagli esiti inaspettati sono stati all’ordine del giorno. Ma sono questi i fenomeni che ci devono preoccupare maggiormente?

Il terrorismo divampa come mai prima d’ora. È innegabile. Prima Bruxelles, poi Nizza e poi ancora Berlino, solo per rimanere entro i confini comunitari. In ognuno di noi germogliano inevitabilmente la paura, il rifiuto e lo sgomento. La politica, come sua natura, si ritrova nel limbo tra buon senso e consenso. Insegue quindi il sentire popolare e cade. Cade lì dove non si potrebbe permettere défaillance. Cade sulle conquiste di umanità e civiltà che per secoli sono state rincorse. Ed ecco che governi di tutti i colori politici incominciano ad imitare il profeta di turno e, per paura che quest’ultimo prenda il potere, attuano volente o nolente la sua politica: iniziano anch’essi a coltivare la paura.

Mai come quest’anno, in nome della sicurezza, abbiamo visto limitare la nostra privacy ed ancor più le nostre libertà. La soppressione di Schengen in alcuni paesi storicamente liberali o la dichiarazione dello stato d’emergenza in Francia sono solo due dei più tangibili effetti di questa pericolosissima politica. Ancor più preoccupanti, poiché meno visibili, sono i mutamenti culturali: la volontà, espressa o celata, di voler rinnegare parte dei propri usi e costumi in nome di una società multietnica; il desiderio, spinto dalla paura, di viaggiare di meno; il lento quanto inesorabile abbandono di un vero e proprio stile di vita.

«Dobbiamo dire la verità ai francesi: bisogna abituarsi a convivere con questa minaccia terroristica». Queste le parole dell’ex primo ministro socialista francese Manuel Valls. Niente di più deleterio. Il terrorismo va combattuto, anche militarmente se necessario, ma non è possibile che a pagare il prezzo di questa lotta sia la libertà di ogni singolo cittadino. Non ci sarebbe regalo più gradito a quei violenti estremisti, il cui unico sogno è veder tornare il pianeta indietro di secoli.

Altri indubbi protagonisti dello scorso anno sono stati i popoli. Non la gente, non i leader politici, ma proprio i popoli. È stato il popolo a volere la Brexit. È stato il popolo ad eleggere Donald Trump. Anche in questo caso, la politica, quella vera, è venuta a mancare. Probabilmente gli effetti di queste due scelte di rilevanza storica si vedranno nei prossimi anni, ma già qualcosa si può dire fin da ora. Un primo esempio è il cambiamento, prima che del Regno Unito, del Partito Conservatore. Per secoli è stato un movimento fortemente reazionario, arroccato perlopiù su pensieri transeunti. Negli anni ottanta virò drasticamente e divenne il più nobile rappresentante europeo sì di un conservatorismo, ma profondamente liberale. Non è un caso che proprio David Cameron, cresciuto in quel contesto, abbia voluto mettere i diritti civili così al centro della propria attività di governo. Ora, a capo del partito e del paese, c’è Theresa May, politica di tutt’altra pasta e tutt’altra natura. Non ama il libero mercato così come, pur difendendola a fatica, non amava la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione e sta facendo veramente poco per i milioni di cittadini comunitari che in Inghilterra vivono e lavorano ed il cui destino è tutto nelle sue mani. Un ritorno al passato, insomma.

Al di là dell’Atlantico la situazione non è più rosea. Le politiche che attuerà il Presidente Eletto sono ancora dense di mistero, ma già si intravedono i danni a quella che in molti definiscono la patria della libertà. Arrivano, come uno spaventoso eco, slogan contro il diritto d’aborto, a favore dello smantellamento della NATO e di poco auspicabili statalizzazioni. Anche qui il popolo, memore di un benessere che non percepisce più suo, ha scelto, a discapito della libertà, chi gli prometteva più sicurezza. Ed anche in questo caso la responsabilità del voto è forse di chi, nello schieramento opposto, non ha udito questo richiamo e non è stato in grado di conciliare la libertà che tutti meritiamo con un bisogno di certezza e rassicurazioni umanamente e razionalmente comprensibile.

Oltre ai pochi avvenimenti che si è cercato di analizzare in questo articolo, ve ne sarebbero mille altri che hanno decisamente destabilizzato il mondo intero durante l’anno passato. Prendersi cura di ognuno di essi è doveroso ed è compito della politica occuparsi di tutto ciò. Ma un monito deve sempre essere presente nelle nostre menti: la libertà è il più faticoso ed importante avamposto che l’umanità abbia mai raggiunto. Come ogni trincea, non va mai data per scontata o lasciata incustodita. La Turchia di Erdoğan e la Russia di Putin ci offrono quotidianamente agghiaccianti rappresentazioni di cosa significhi metterla in discussione: cerchiamo quindi di evitare che questo morbo contagi definitivamente anche l’Europa. Sembriamo ormai i soli rimasti dietro tale baluardo.

Giulio Tommasini

Diciannovenne. Frequento il primo anno della facoltà di Fisica dell’Università di Bologna. Scout con una grande passione per la chitarra e la politica.

1 risposta

  1. Fabrizio Bercelli

    “la volontà, espressa o celata, di voler rinnegare parte dei propri usi e costumi in nome di una società multietnica”. Non capisco. Chi mai vorrebbe “rinnegare” parte dei propri usi e costumi? E se anche lo volesse? 😉
    Forse vuoi dire che alcuni vogliono, espressamente o meno, rinunciare ad imporre una parte dei propri usi e costumi a chi, vivendo da noi, ha usi e costumi diversi. Fa molta differenza. E praticamente non dici niente, se non dici a quali usi e costumi ti riferisci. Su alcuni potremmo forse essere d’accordo, su altri forse no. Chissà.
    Nell’articolo sento altri passaggi simili, in cui la retorica prevale sull’accuratezza.

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