No Party? no party

 

Giulio Ercolessi, nato a Trieste nel 1953, fu segretario del Partito Radicale nel periodo del referendum sul divorzio (1973-74). Dal 2012 al 2016 è stato membro del board dello European Liberal Forum, il coordinamento dei think tank europei di ispirazione liberale.

In Italia dirsi liberali vuol dire mettersi in una posizione piuttosto singolare rispetto al paese. Prima di tutto, il paese ha un impianto istituzionale e culturale distante da quello standard di una liberal-democrazia. I forti residui corporativi lasciati dal ventennio, il ruolo della Chiesa, il peso storico del socialismo comunista, la perversione del termine da parte della recente destra italiana, tutto si mischia in un ambiente ostico per il libero commercio, la libera critica, il rule of law. Dirsi liberali in Italia si riduce spesso a una dichiarazione di ostilità a tutto questo. Una dichiarazione di ostilità spesso costretta a mantenersi nello spazio dell’attività intellettuale. Infatti, da circa trent’anni e spesso per incapacità manifesta, i liberali in questo paese non riescono a stare in politica come liberali. Manca infatti un partito, e la voglia di fondarlo.

In questo stato di cose, non stupisce che il tentativo scomposto di Guy Verhofstadt di ottenere la presidenza del Parlamento Europeo abbia lasciato il sonnolento liberalismo italiano in confusione. Voglio quindi usare questa intervista a Giulio Ercolessi per fare luce sull’Alde; sul tentativo di alleanza con Grillo di Verhofstadt, e sugli spazi che il liberalismo ha per ritornare a fare politica.

S: Esattamente, che cos’è l’Alde? È un partito? 

G: L’Alde è uno dei cosiddetti “partiti europei”, ed è al tempo stesso la denominazione del gruppo parlamentare cui questo partito fa riferimento nel Parlamento Europeo. Dico cosiddetti partiti, perché purtroppo i partiti europei sono in buona sostanza solo federazioni di partiti nazionali. Purtroppo manca un’arena politica europea in cui gli elettori possano votare per questi partiti, come sarebbe invece accaduto se fosse stata adottata la proposta lanciata dal libdem inglese Andrew Duff. Questa prevedeva che un numero limitato di parlamentari venisse eletto in una circoscrizione paneuropea, in cui i cittadini sarebbero stati chiamati a votare direttamente per i partiti europei su una seconda scheda. Non essendoci questa situazione, i partiti europei si formano a freddo. Si uniscono fra di loro i partiti più affini dei vari paesi che riescono a far eleggere alcuni dei loro membri al Parlamento Europeo. Questo era piuttosto semplice quando le famiglie politiche europee erano connotate da culture politiche riconoscibili – socialismo, liberalismo, conservatorismo. Oggi la politica di molti paesi membri si è riorganizzata su fronti diversi dalle vecchie identità politiche, e la complessità è cresciuta. Dati gli incentivi in termini di potere e risorse ad avere un grande gruppo parlamentare, i gruppi parlamentari europei sono spesso stati molto poco schizzinosi nell’accogliere membri. Dal Partito Popolare che ha prima accolto Berlusconi e poi Orbán; al Partito Socialista Europeo, che ha accolto nelle sue fila tutte le nomenclature comuniste giovanili dell’est, riciclate socialdemocratiche. Finora un i liberali si erano rivelati un po’ più schizzinosi.

S: Sì, ma è pur sempre stato il gruppo che ha accolto Giulietto Chiesa parlamentare europeo.

G: Non accolsero Giulietto Chiesa, accolsero un partito che appariva essere centrato sulla lotta alla corruzione e alla mafia. Purtroppo, soprattutto quando è vista dall’esterno, l’Italia è un paese il cui problema principale è precisamente quello. Poi, l’Idv che loro avevano accolto aveva il volto noto di un ex repubblicano – Nicolò Rinaldi – che sostanzialmente è stato il leader di fatto del gruppo parlamentare e poi della rappresentanza Idv nel partito europeo. Era poi caratterizzata da un movimento giovanile molto presente in Europa, che aveva preso sul serio la partecipazione all’Alde. Così successivamente l’Idv fu accolta per qualche anno anche nel partito.

S: Il gruppo parlamentare coincide con l’Alde? 

G: Il gruppo parlamentare è sempre stato più ampio del partito. Fino al congresso di Londra, l’Alde era solo il nome del gruppo parlamentare, mentre il partito si chiamava Eldr. Purtroppo si decise di fare questa sovrapposizione nella speranza di assorbire nel partito tutti i membri del gruppo parlamentare, questo non è poi avvenuto, ed è stato in parte concausa degli equivoci cui abbiamo assistito in queste settimane.

S: Chi decide chi può stare nel gruppo parlamentare e nel partito?

G: In genere, le decisioni in questi gruppi vengono prese per consenso. Poi esiste un meccanismo molto formalizzato, in cui prima deve decidere il Bureau dell’Alde e poi si arriva a un voto del congresso annuale. Meno gravosa è la procedura d’adesione al gruppo parlamentare. Ovviamente il partito conta, poi devono essere d’accordo i due terzi dei membri del gruppo parlamentare. In realtà, a queste procedure formali – e come sempre nei gruppi politici – si sovrappongono rapporti di forza sostanziali. In questo caso, il fulcro era il ruolo del capo carismatico del gruppo parlamentare: Verhofstadt. Verhofstadt è stato primo ministro del Belgio, e ha avuto una lunghissima esperienza istituzionale, prima nel Consiglio in quanto primo ministro, e poi nel Parlamento. In più, è una figura dotata di carisma. I capi carismatici guidano attraverso il timore reverenziale che suscitano. Spesso ciò consente loro di scavalcare le regole, e mettere tutti davanti a fatti compiuti senza subire conseguenze. Questa volta Verhofstadt l’ha fatta troppo grossa e la contraddizione repressa è scoppiata.

S: Ora vorrei passare al ruolo dei membri individuali (IM) dell’Alde. Questi sono stati in prima linea nella critica all’avvicinamento tra Verhofstadt e Grillo. Che ruolo hanno gli IM e quanto potere decisionale gli è concesso? 

G: Prima di tutto c’è da dire che non contano moltissimo. È sicuramente stata più determinante la contrarietà dei partiti membri e del Bureau dell’Alde. Poi, la mancanza di coordinazione tra Verhofstadt e il direttivo del partito europeo ha fatto il resto. Riguardo gli IM, sono stati introdotti dall’Alde prima di tutti gli altri partiti europei. La loro rappresentanza nel congresso varia in base al numero degli iscritti: per ora sono tre in un congresso di qualche centinaio di persone. In più, il presidente del Comitato Direttivo degli IM è parte del Bureau Alde. Per i partiti nazionali – non tutti entusiasti della loro presenza – gli spazi dati agli IM hanno un ruolo simile a quelli dati alle giovanili nei vecchi partiti: strutture usate per evitare una presenza più diretta.  Credo che tale presenza sarà possibile solo quando ci sarà quella famosa seconda scheda proposta da Andrew Duff. Per quanto rumorosa, l’opposizione degli IM è stata meno decisiva dell’opposizione del presidente del partito e dei partiti membri. La proposta era semplicemente troppo spregiudicata, e inevitabilmente si è alzato un no quasi unanime.

S: Come mai Verhofstadt, che in teoria dovrebbe rappresentare la causa federalista nel partito, pare limitarsi alle alchimie parlamentari? Qual è la dialettica tra Verhofstadt e la prospettiva di un partito europeo?

G: Qui c’è stata un’ovvia contraddizione. Però bisogna tenere in mente che la mossa di Verhofstadt aveva due obiettivi: primo, rendere più grande il gruppo parlamentare. Questo in modo da ottenere più risorse, tempo nelle assemblee, posizioni nei comitati. Secondo, la candidatura alla presidenza del Parlamento. Io non la metterei in termini di mero interesse personale, perché l’elezione di Verhofstadt alla presidenza del Parlamento avrebbe potuto significare molto. In particolare dal punto di vista della spinta federalista che sarebbe potuta venire dal Parlamento. Poi, l’altro grosso risultato di questa operazione sarebbe stato far fuori il gruppo di Farage. L’avrebbe mandato sotto i limiti per creare un gruppo parlamentare, eliminando dall’emiciclo una forza che è decisamente più antieuropea della media dei grillini. Diciamo che Verhofstadt ha provato a forzare la macchina parlamentare nel breve termine, ignorando il lungo termine del partito.

S: Secondo te, c’era un margine reale per compiere questa operazione, o è stata solo una chimera?

G: Secondo me è stata una chimera provare a farla con tutto il movimento di Grillo, Grillo incluso. Per cui si trattava di un’operazione consapevolmente spregiudicata, in cui due capi carismatici provavano a mettersi nel sacco l’un l’altro. Mi ha molto ricordato certi colpi di ingegno di Pannella, che da un giorno all’altro pensava di cambiare tutto. Pannella di solito, all’interno del suo partito, ce la faceva, ma questa volta Verhofstadt l’ha fatta troppo grossa. È stato però interessante come la sua iniziativa abbia efficacemente sottolineato le contraddizioni interne al gruppo di Grillo. In quella compagine estremamente eterogenea, è probabile ci sia anche gente che è meno lontana da noi dei loro leader.  Gente entrata in quel movimento con un’agenda personale diversa da quella di Grillo, Casaleggio, Di Maio e Di Battista. Non a caso i grillini si sfaldano ogni volta che vincono un’elezione: non hanno una cultura politica che li tenga assieme. La loro base elettorale è forse contendibile da una forza liberale che punti il dito contro gli sprechi, le inefficienze e la corruzione degli attuali welfare state nazionali.

S: Ma ovviamente per fare queste mosse è necessario avere un partito vero e proprio. Secondo te il momento di confusione creato dal fallimento di Verhofstadt è un colpo d’arresto per la causa federalista?

G: Non è che la causa federalista fosse molto in forma neppure in precedenza. Verhofstadt però ha scontentato quasi tutti, e si è trovato contro sia i federalisti, che i non. Purtroppo il leader federalista più efficace e convinto è ora azzoppato. Ma questo è il pericolo di qualsiasi leadership carismatica. Muoversi in base alla tanta – troppa – fiducia di poter cambiare unilateralmente lo stato di cose. Forse ne potrà venire una crisi di coscienza su Europa e libertà tra alcuni elettori ed eletti del M5S.  Si dovrebbe lavorare su questa crisi. Esiste un elettorato giovanile metropolitano, istruito e intraprendente, per nulla conservatore o tradizionalista. Parlo di chi è parte della “nuova classe creativa” descritta in un libro di successo di Richard Florida. Questi potrebbero essere attratti da una proposta liberale modernizzatrice, anticorporativa, ambientalista, impegnata sui diritti civili e sull’autodeterminazione degli individui. È un fatto che molti di costoro, in Italia, votino M5S, un po’ per disperazione, un po’ per protesta. Forse non sarebbero irraggiungibili da una proposta politica più attendibile e più affidabile, estranea alle forze politiche attualmente dominanti.

Stefano Pietrosanti

Sono nato nel 1989, e cresciuto a Latina. Sono un dottorando in Economia Politica a Philadelphia. Scettico di mestiere, da qualche anno cerco di capire cosa significhi essere liberale. Forse perché gli scettici sembrano meglio accetti tra i liberali che altrove. Appassionato di esseri umani, storia e letteratura.

A proposito dell'autore

Sono nato nel 1989, e cresciuto a Latina. Sono un dottorando in Economia Politica a Philadelphia. Scettico di mestiere, da qualche anno cerco di capire cosa significhi essere liberale. Forse perché gli scettici sembrano meglio accetti tra i liberali che altrove. Appassionato di esseri umani, storia e letteratura.

1 risposta

  1. Carlo

    Buona ed opportuna l’intervista a Ercolessi. Continuiamo a comunicare così. Carlo Gattai IM 362

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