Fuggire sì, ma da Poletti?

Dopo aver letto un piagnisteo di Micromega, mi sento anch’io di dire la mia sulla simpatica uscita del Ministro del Lavoro. Prima di tutto, fatemi chiedere,  Il Ministro ha detto una cosa sensata? Ha detto che i bravi sono equidistribuiti. Magari esagera, ma – da espatriato – credo che esageri meno di chi fa l’osanna dell’espatriato. Detto ciò, il Ministro ha dimostrato una totale incomprensione della dignità del suo ruolo? Sì. SÌ. Ovviamente. Di gente con la soavità del bouquet “fogna di Giacarta” politica e giornalismo italiani straripano, e Poletti è con loro. Ma tutta questa gente che si scandalizza, che “se non fosse per quelli come lei, allora sì” mi fa un po’ ridere.

Creare narrazioni patetiche è un vizio nazionale, e di nuovo ci caschiamo di testa. Adesso la storia è la seguente: ci sono questi poveri giovani, che si ingegnano, che si fanno il culo, che a volte fuggono, che sono comunque immacolati, e la politica cattiva è l’unico ostacolo tra loro e la patria redenta. Io – purtroppo – ho problemi ad unirmi alle ondate emotive persino in occasioni personali, figurarci in questi casi.

Trovo che il Poletti di turno sia la perfetta summa di mediocrità condivise, del pensare piccino che è quello dei padri di tanti di questi giovani. Dei maestri di scuola, di professori di liceo e presidi. Dei sindaci mediocri, e dei burocrati mediocri. Una piccineria diffusa che è allo stesso tempo iper-moralista ed eccessivamente lasca. Che vuole le regole feroci per sentirsi moralmente giustificata ad aggirarle. Che in fondo ama i suoi capi cattivi, perché di quelli buoni non si può sparlare senza essere presi per idioti. Un comune accordo al cazzeggio, che non ha nemmeno il coraggio di ammettersi in quanto tale.

Esiste un’Italia diversa? Sì, in patria e fuori. Negli apparati dello stato; nelle istituzioni internazionali; nella ricerca; nell’impresa. Lì c’è anche un paese che non si lagna, che in qualche modo tira avanti senza darsi pose eroiche, senza raccontarsi balle su se stesso, ma solo facendo il proprio mestiere. Che, per inciso, se ci fosse un pregio nazionale proprio questo dovrebbe essere: siamo il popolo che più, dentro di se, sa di non essere un gran che, ci fa pace e la vive con ironia.

Ma quest’Italia non è diffusa, non è maggioritaria, non tiene le redini. È in perenne battaglia di retroguardia. Poletti è Ministro perché rappresenta una larga fetta di paese, che sarebbe ugualmente rappresentato da omologhi grillini, o di altre chiese. Ed è il fatto che l’Italia piccina sia prepotentemente al comando di (quasi) tutto il comandabile che rende problematico il rientro a chi è bravo e va via, e la vita dura a chi è bravo e rimane (o torna).

Voglio solo esprimere la mia frustrazione, basata sulle mie esperienze personali. Io sono andato a fare un dottorato fuori. Non attacco alla decisione particolari sentimentalismi: semplicemente, i posti migliori per le cose che studio sono negli USA, e io faccio il possibile per fare il mio lavoro al meglio. Il mio paese mi ha supportato nelle mie scelte? Sì, molto. Per dirne una, sarò sempre in debito con l’esperienza del Collegio Carlo Alberto, che ha definito i miei studi nella laurea specialistica. E cito solo una delle mie esperienze positive.

Vorrei tornare quindi? Sì, mi piacerebbe moltissimo. Per affetto, per dare indietro dato che – nella mia personalissima esperienza – mi è stato dato. Però sento una certa preoccupazione a tornare? Sì di nuovo.  Non per Poletti e simili, però. Molto più per la massa di gente – molti coetanei, per bene, che si impegnano –  che vorrebbe tramutare la nostra banca centrale in una stamperia venezuelana.  Ed è solo un esempio.

Attenzione coetanei, amici e compagni, cittadini, ché se i vostri rappresentanti lasciano a desiderare, siete voi che date il consenso. Attenzione, ché anche se non lo date, lo date a individui che sono diversi in estetica, ma non meno piccini e più pericolosi. Fate bene – indignados vari – a non fidarvi dei Poletti, dei Renzi. Fate bene – gente ragionevole – a non fidarvi di Grillo. Ma se non ci si può fidare di nessuno dei vostri capi, signori, io non mi fido di voi.

Stefano Pietrosanti

Sono nato nel 1989, e cresciuto a Latina. Sono un dottorando in Economia Politica a Philadelphia. Scettico di mestiere, da qualche anno cerco di capire cosa significhi essere liberale. Forse perché gli scettici sembrano meglio accetti tra i liberali che altrove. Appassionato di esseri umani, storia e letteratura.

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