Il mondo ai piedi di Angela Merkel

Estremo difensore dell’Occidente”, “guida delle democrazie liberali”, “fulcro della stabilità internazionale”. Gli encomi di cui la stampa mondiale e più specificamente gli ambienti dell’Internazionale Democratica hanno ricoperto Angela Merkel, in questi giorni in cui si attendeva spasmodicamente la sua ricandidatura a Cancelliere, appaiono tanto più ragguardevoli quanto più stridenti non solo con la malcelata ostilità degli anni passati, ma anche e sporattutto con le tradizionali e quasi indelebili stigmate del Sonderweg, con le quali ancora oggi troppo spesso viene rappresentato il popolo tedesco.

Per chi non fosse familiare col termine, quello di Sonderweg (“via speciale”) è un concetto elaborato dalla storiografia post-bellica, secondo il quale alcune variabili economiche avrebbero avviato la Germania, fin dal diciottesimo secolo, su un sentiero alternativo rispetto a quello percorso dalle democrazie liberali occidentali,  USA, Regno Unito e Francia – portandola fatalmente a scontrarsi con esse. La Repubblica di Bonn del 1949 nella sua posizione di subelternità agli Alleati vincitori, prima ancora che su deteminate basi diplomatiche e giuridiche fu fondata su questo complesso di colpa dei Tedeschi per il proprio passato militarista e nazionalsocialista.  Eppure se, dopo il secondo conflitto mondiale, c’è stato un politico che più di qualunque altro è stato accusato di portare la Germania nuovamente in rotta di collisione con la comunità euro-americana, in almeno tre momenti cruciali, è stato proprio Angela Merkel.

Innanzitutto nel 2010, quando la stampa internazionale, in occasione della crisi greca, prese d’assalto il Cancelliere per la sua opposizione agli scellerati piani francesi di mutualizzazione dei debiti, accusando Berlino di mettere a repentaglio l’Euro per piccoli interessi elettorali o addirittura di voler sfruttare la crisi per mercanteggiare una revisione del proprio status internazionale; salvo poi alimentare, non appena la Germania si piegò alle pressioni degli interventisti, la leggenda secondo cui i Tedeschi avrebbero in qualche modo beneficiato dell’operazione. Seguì un interminabile e interminato dibattito, portato avanti a tratti nei consessi internazionali dalla stessa presidenza democratica USA, sulla necessità che Berlino modificasse il proprio modello economico, fondato sulla competitivtià industriale e sul buon ordine dei conti pubblici; dibattito che è riecheggiato immancabilmente persino negli articoli elogiativi di settimana scorsa.

Successivamente nel 2011, quando Merkel, rifiutandosi di avvallare la Guerra di Libia, promossa da Washington, Parigi e Londra e infine digerita anche da Roma, fu accusata di aver tradito la solidarietà euroamericana pur di salvaguardare le relazioni commerciali con Cina e Russia. Curioso che solo ora si veda nella Germania un argine ai venti autoritari che spirano da Mosca e alla politica espansionista del Cremlino in Ucraina.

Ma il terzo e più drammatico momento si ebbe nel 2015 nel corso della seconda crisi greca. Mentre il ruolo di pubblico avvocato dell’antipatico rigore teutonico fu allora riservato al Ministro delle Finanze Schäuble, il Cancelliere Merkel, per alcune settimane almeno, assunse la guida di quanti si opponevano alla supina accettazione degli imponenti flussi migratori che la politica greca  e forse quella italiana – aveva consapevolmente aperto vero l’Europa centro-settentrionale come strumento di pressione nel corso della trattativa sul debito. Seguì poi il radicale e ben noto cambio di linea, supponiamo suggerito dal timore che la mancata condivisione dell’onere dell’accoglienza con gli Stati del Sud – proprio in un momento in cui il tentativo di isolare Tsipras suscitava un’ondata di tedescofobia in Europa – avrebbe portato ad una rottura disordinata dell’Unione, che sarebbe stata fatalmente imputata alla Germania. Così Merkel da poliziotta “spietata” che nega il diritto d’asilo ad una bambina siriana fu promossa ad alfiere della politica delle porte aperte e dell’integrazione.

È fin troppo ovvio che la progressiva riabilitazione della figura politica del Cancelliere, da gretta casalinga sveva a statista idealista di respiro globale, è stato dettato via, via dalle crescenti preoccupazioni nutrite dalla comunità internazionale per l’involuzione autarchista della politica occidentale, culminata con lo scisma britannico e la vittoria elettorale di Trump. Così gli stessi ambienti che precedentemente disconoscevano il diritto della Germania ad elaborare dottrine di politica europea ed internazionale proprie, bollandole pregiudizialmente come rigurgiti di sciovinismo prussiano, dopo aver riportato una sconfitta dopo l’altra nello scontro con i nazionalisti veri, hanno dovuto riconoscere non solo la legittimità di molti dei timori espressi da Angela Merkel sull’agenda di Washington, Parigi e Londra, ma in alcuni casi persino la loro correttezza nell’economia degli interessi democratici dell’Occidente.

Forse, prima che sia troppo tardi, è ora di capire che il vuoto politico che si sta creando in Europa, in un momento  storico in cui solo Berlino sembrerebbe capace di esprimere una leadership credibile, è figlio anche del miope lavoro di delegittimazione operato in certi ambienti internazionali ai danni della Germania. Forse, prima che sia troppo tardi, è ora di capire che non si può pretendere che Merkel o i suoi successori siano guida autorevole dell’Europa, se si continua, ad ogni occasione utile, ad additare la nazione tedesca come un paria colpevole per via genetica dei crimini del nazismo ancora dopo quattro generazioni. Forse, prima che sia troppo tardi, è ora di capire che riconoscere in un Cancelliere il baluardo della cultura liberal-democratica occidentale, significa già di per sè aver posto fine, volenti o nolenti, ad un’era della storia.

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma analista fiscale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

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