L’età dei “no tutto”

 

Sono in molti a pensare, a mio avviso giustamente, che il nuovo discrimine politico non sia più fra la destra e la sinistra tradizionali (che riprendeva il confronto tra favorevoli e contrari al capitalismo), ma sia tra favorevoli e contrari alla globalizzazione. Una globalizzazione intesa non solo a livello di merci e di capitali, ma anche a livello di idee e di persone (immigrazione). Verrebbe da dire che lo schieramento dei contrari sia la nuova destra, visto il carattere conservatore di questi “no global” che si oppongono a molte riforme, mentre l’aspetto “di cambiamento” caratterizza lo schieramento “pro global” che quindi si porrebbe a sinistra.

L’apertura al mercato globale ha imposto a molte società e persino agli individui lo sforzo di adattarsi al nuovo ambiente: Cambiare per stare al passo con la concorrenza delle merci straniere, migliorarsi per non subire la concorrenza della manodopera immigrata, riformare vari aspetti del settore pubblico per stare al passo coi mutamenti. La competizione porta crescita e innovazione, ma significa anche impegno e sacrificio, chi non ha saputo o voluto stare al passo è stato emarginato o rischia di esserlo. Tutto ciò che ha a che fare col mercato mette le persone di fronte alle proprie responsabilità, le mette a nudo per quello che realmente valgono. Ma sono in molti a rifiutare tutto questo e a fuggire in una dimensione adolescenziale, fatta di protesta distruttiva, utopie fasulle, leader sbracati, linguaggio greve, slogan da ripetere ossessivamente per sentirsi più forti.

Soprattutto il pauroso impoverimento culturale, se non una vera e propria stupidità volontaria, che si riscontra anche in persone che pur avendo una certa intelligenza ed una certa cultura, quando iniziano a parlare di politica diventano incapaci di fare due più due e non vanno oltre le frasi fatte da bar, lo scandalismo e la polemica personale. Dalla periferia è montata una rabbia cieca verso il centro, l’establishment e chi ha saputo trarre vantaggio dal nuovo corso. Decenni di assistenzialismo dello Stato-Mamma hanno prodotto schiere di adulti che ragionano come adolescenti, che rifiutano le logiche naturali del mercato e reagiscono in modo puerile, dopo essersi svegliati dal sogno di una globalizzazione che avrebbe dovuto giovare ai Paesi ricchi (permettendogli di continuare la pacchia) e invece ha arricchito i Paesi poveri. Ora che il giocattolino gli si è rivoltato contro, lo vogliono buttare via.

Dai vecchi “no global” siamo passati ai “no tutto”, qualunque cosa possa essere legata ad una proiezione internazionale (enti sovranazionali, accordi di libero scambio, grandi imprese, grandi eventi, nuove tecnologie, immigrazione, trasporti veloci) viene vista con diffidenza o aperta contrarietà. Parlano di “cambiamento” ma poi sono i primi a voler conservare tutto come sta, non vogliono migliorarsi e sperano di uscire dalle difficoltà con l’aiuto del cielo (alias, dello Stato). E’ un’ideologia che sotto varie gradazioni e sfumature è penetrata trasversalmente in tutte le categorie della vecchia politica.

Ma non mi si venga a dire che questo sia un prodotto della crisi economica, gli USA non sono affatto in crisi ma hanno prodotto Trump ed anche il successo inedito di un socialista come Sanders si può leggere in quest’ottica no global. L’origine non sta neppure nella delinquenza dei politici o in quella degli immigrati, in Italia abbiamo sempre avuto tanta malavita a tutti i livelli sociali, ma chissà perchè tutta questa gente che per anni e anni ha dormito e spesso votato questa politica corrotta (sapendo benissimo che lo era), improvvisamente scopre i sacri valori dell’onestà. E’ interessante notare il dato delle ultime elezioni regionali in Germania, dove paradossalmente il partito anti-immigrati ha trionfato nelle regioni con meno immigrati. E’ un voto di paura verso la globalizzazione in generale, soprattutto di una ex Germania Est che era abituata ad una protezione dalla culla alla tomba ed è spaventata dalle sfide del mercato. Non è un voto di poveri cittadini onesti esasperati per gli scippi, lo spaccio e i furti in casa.

I temi dell’onestà e della legalità, per quanto in teoria giusti, qui sono usati come un paravento. Si vedano anche le polemiche ipocrite contro Hillary Clinton, la cui disonestà viene sventolata ai quattro venti, come se invece Trump e svariati Presidenti del passato fossero tutti delle verginelle. La maggior parte dei comunisti preferisce Trump alla Clinton, magari usando lo stesso trucchetto subdolo di molti finti liberali, che non citano mai il primo ma attaccano continuamente la seconda. E’ l’unificazione degli opposti, in nome dell’anti-globalismo e dell’anti-sistema comunisti e fascisti si ritrovano insieme.

L’unica cosa che rimane di interessante e di liberale nello schieramento “no global” è la volontà di abbassare le tasse. Tuttavia anche l’alleggerimento fiscale perde molto valore se si opera in un’ottica di mercati chiusi e poco concorrenziali. Una politica liberale non riduce le tasse solo per lasciare più soldi in tasca ai propri cittadini, altrimenti sarebbe del tutto equivalente allo Stato che si mette a distribuire mance e mancette. Un liberale riduce le tasse soprattutto per stimolare la creazione di nuova ricchezza. Ma se il mercato è chiuso all’esterno, ingessato, ristretto a pochi concorrenti e imbrigliato da logiche corporative, perchè mai uno dovrebbe impazzire ad investire, lavorare di più o farsi venire in mente nuove idee, se tanto la sua posizione non viene insidiata da nessun concorrente? Si godrà i soldi che il governo gli ha gentilmente concesso in più e basta, esattamente come se gli avesse erogato un sussidio, esattamente come un qualsiasi governo statalista.

Oggi lo schieramento conservatore no global ha il vento dalla sua parte, prevalgono le risposte semplici ai grandi problemi scoperchiati dalla globalizzazione. Probabilmente abbiamo davanti una nuova epoca di protezionismo e nazionalismo, lo schieramento liberale deve saper fare da collante per tutti i “pro global”, sapere già in partenza che esiste un blocco sociale saldamente conservatore, ma eroderne il consenso nei settori più moderati ed indecisi.

 

Pierpaolo Cecchi

Libertario, studente all'ultimo anno nel corso specialistico di economia finanziaria all'Università in Bologna, vivo da sempre in Romagna (per la precisione a Cervia) e sono local coordinator per Students for Liberty.

3 Risposte

  1. Gianuario Cioffi

    Sarei anche d’accordo, ma (da ignorante) non capisco la necessità di un Arbitrato extra giudiziale che con il suo operato potrebbe condizionare i legislatori.

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  2. Franco Puglia

    Capisco il tuo discorso, Pierpaolo, e ne condivido una parte, ma ci sono secondo me alcune importanti lacune che lo collocano in una dimensione ideologica più che di analisi obiettiva della realtà.
    L’apertura dei mercati, come ogni cosa a questo mondo, ha un doppio risvolto : quello positivo indubbiamente esiste e tu ne descrivi alcuni elementi, contrapposti al rifiuto verso tali aperture.
    Ma le aperture sono esattamente quello che dice la parola : se tieni aperta la porta di casa tua, entra chiunque, anche un ladro o un assassino.
    Se tieni aperte anche solo le finestre di casa tua, d’estate, come minimo entrano le zanzare, e ti dovrai difendere da queste.
    Il “mercato globale” non è una cosa bella e giusta : è l’insieme degli interessi di miliardi di uomini diversi per cultura, condizione economica, modo in cui esercitare la propria attività economica, diritti conseguiti, ecc, ecc.
    Questa concorrenza globale e selvaggia è si uno stimolo, è si uno strumento di crescita, ma anche il suo opposto.
    Hai giustamente osservato che la crescita dei paesi del terzo mondo è avvenuta anche a scapito di quella dei paesi già ricchi, con una redistribuzione della ricchezza che dovrebbe far sorridere più i marxisti che i liberali.
    Sul piano della giustizia sociale mondiale è perfetto, ma sul piano degli interessi specifici di alcuni popoli molto meno.
    Se il risultato di questo arricchimento dei paesi terzi si traducesse in una tua personale condanna alla disoccupazione a vita, oppure al trasferimento in uno di questi paesi terzi adattandoti alle loro condizioni di vita, ai loro diritti, al loro grado di libertà limitata, ne saresti felice ? Sei disposto a sacrificare la tua persona in nome di una giustiza redistributiva planetaria che premia i più forti sul piano economico industriale, e schiaccia tutti gli altri verso il basso, equalizzando il mercato del lavoro su scala planetaria, favorendo lo sviluppo globale, forse si, ma anche ampliando a dismisura la forbice tra ricchi e poveri, come accade nei paesi in via di sviluppo ?
    Questo comunismo al contrario sempre comunismo è, ma visto da destra, anzicchè da sinistra, dove il Capitale si fa Stato multinazionale ed il popolo globalizzato resta quello di sempre, ma più uniforme, verso il basso.
    No Pierpaolo, la globalizzazione è il fenomeno dei nostri tempi e non va cancellata, ma neppure espansa in maniera incontrollata, perchè al centro dell’universo resto sempre io, l’individuo libero, e liberale, ma non per questo stupido e propenso ad annullarsi nel tutto indistinto di un globale privo di identità umana, controllato da meccanismi economici che diventano autonomi, spersonalizzati, meccanicistici, quindi non liberali ma autoritari, oppressivi, non libertari.
    Non farti ingannare dai miti ! Ogni mito è destinato a cadere.

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