Ilva di Taranto. Quando il progresso economico-industriale diventa più importante del regresso umano

In questi giorni “La Stampa” ha aperto così: «Lo studio epidemiologico che presentiamo oggi dimostra una relazione di causa-effetto tra le emissioni industriali e il danno sanitario a cui risulta esposta la cittadinanza di Taranto». Queste sono le dichiarazioni del Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. L’articolo continua descrivendo gli ormai risaputi fatti riguardanti le tante persone che sono morte o emigrate da Taranto a causa della crescente diffusione di tumori; vi è inoltre un passaggio in cui viene sottolineato l’aumento, pari al 30%, di bambini malati. La prima cosa a cui ho pensato leggendo l’articolo è stato il continuo elastico, i continui alti e bassi che si succedono nella storia; ma soprattutto che l’avanzamento inesorabile della storia non sempre rappresenta un progresso su tutti i punti di vista.

Taranto viene fondata sul declinare dell’VIII secolo a.C. dai greci parteni, provenienti da Sparta. Essa si presenta quasi da subito come una realtà imponente: città bellissima e prodigiosamente fertile, fonda la propria grandezza e la propria ricchezza sull’agricoltura, sull’allevamento, sul commercio, sull’artigianato e sulla poca propensione alle armi, per la quale dovrà spesso chiedere aiuto a Sparta. Nel giro di qualche secolo questa città diventa una delle più ricche e potenti della penisola meridionale. Cresce anche dal punto di vista militare, accresce la propria flotta di navi e arriva a firmare un trattato coi romani, per il quale quest’ultimi non potranno entrare nel golfo e superare capo Lacinio. Tuttavia i romani violano il trattato e scoppia una guerra nella quale i tarantini chiamano, in un primo momento, Pirro re dell’Epiro, ma invano; per poi, in un secondo momento, allearsi con i cartaginesi nel 208 a.C, ma anche stavolta inutilmente. La città sarà in seguito conquistata dai romani sotto la guida di Fabio Massimo. La città di Taranto ha rappresentato, in antichità, una città ricca, florida, fondata sulla bellezza, sul rispetto e sullo sfruttamento intelligente del proprio paesaggio. Già allora era possibile scorgere un approccio totalmente diverso da quello di oggi; una concezione della natura, del paesaggio e delle persone che va ben oltre la semplice tutela di questi e che sfocia, bensì, in un vero e proprio idealismo che ha portato Taranto – e tante città con essa – a godere di se stessa nella totale armonia con l’universo.

Ciò che ritroviamo oggi, invece, è la totale insensibilità da parte di chi ha come solo obiettivo il perseguimento di obiettivi economici. Insensibilità che pone in secondo piano, in maniera molto rischiosa, la tutela, la bellezza e l’importanza del paesaggio e delle persone che vi abitano. E se prima quella civiltà era molto indietro nel tempo ma grandiosamente all’avanguardia rispetto al concetto di ambiente, oggi ci ritroviamo avanti nel tempo ma maledettamente indietro nella preservazione dell’ambiente medesimo e del futuro. Il progresso di una civiltà passa sì attraverso il forte sviluppo di ricchezza materiale, ma anche e soprattutto attraverso lo sviluppo della stessa nel rispetto delle persone e di ciò che ci circonda. Non bisogna quindi anteporre l’interesse economico alle necessità fondamentali dell’uomo e del territorio.

 *di Nunzio Angerame

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