L’Estremismo Politico Europeo e la Russia

Le reazioni politiche alla decisione NATO di aumentare il sostegno ai paesi sul confine orientale sono state variegate. In Italia in particolare, i partiti della catastrofe sono stati tutti compatti nella critica. Nei feed dei sostenitori della principale forza di opposizione campeggia l’hashtag #ioStoConPutin, e l’estrema destra chiama il Governo a riferire alle camere. Mi è venuta quindi voglia di tradurre (e accorciare) un’intervista che ho pubblicato in inglese su Stati Uniti d’Europa questo Febbraio. Ho avuto infatti il piacere di incontrare Mitchell Orenstein, professore di politica dell’Est Europa presso la University of Pennsylvania, e fargli alcune domande sull’aumentata tensione tra Occidente e Russia. In particolare, su come la Russia provi a infiltrare la scena politica Occidentale.

Ne era emerso un quadro preoccupante, che mi pare di nuovo decisamente attuale.

S: Negli ultimi tempi, si è cominciato a parlare della possibilità d’infiltrazione russa nei partiti estremisti europei. A parte il consistente finanziamento al Front National (FN da ora in poi), quali altri fatti ti fanno credere che questo sia un pericolo reale?

M: Quando scrissi il mio pezzo sul prestito russo al FN per Foreign Affairs, la mia era anche una richiesta di maggiori informazioni. Ne scrissi subito, anche prendendomi un po’ di rischio di essere smentito, perché essere in dubbio su questi argomenti è pericoloso. Per fortuna, l’attenzione dell’intelligence statunitense è adesso concentrata sulla faccenda. Così come presumo lo stesso sia vero per le intelligence europee. La Russia sta stringendo contatti con molti partiti dell’estrema destra europea, e una serie di partiti di estrema destra sono divenuti russofili tutto a un tratto, negli ultimi anni. Jobbik è l’esempio maggiore di quello di cui parlo. Questo mi ha portato a domandarmi cosa stesse succedendo.

S: Ma è innegabile ci sia stata sempre una tradizione “rosso-bruna” nella destra europea.

M: Mai rilevante come oggi, però. E alcuni di questi partiti sono diventati molto ricchi, tutto a un tratto. In più, hanno cominciato ad ottenere molta attenzione mediatica in Russia. È impressionante quante figure dell’estrema destra europea vengono invitate a parlare su RTV e Russia Today. Nigel Farage in testa. Così come è interessante ricordare la delegazione di politici di estrema destra ed estrema sinistra che sono stati invitati come osservatori per il referendum in Crimea.

S: Il maggiore esempio di partito diventato molto ricco, tutto a un tratto?

M: Direi Jobbik è il caso più eclatante. È emerso dal nulla, ed è subito cresciuto in un grande partito ricco di risorse. Béla Kovács, il loro tesoriere, è stato un ricco imprenditore che ha fatto la sua fortuna in Russia. È molto difficile tracciare dove fosse esattamente per interi decenni della sua vita. È tornato dopo essersi sposato con Svetlana Istoschina, cittadina russa e sospetta anche lei. Pare che la moglie avesse matrimoni paralleli: uno con uno scienziato nucleare giapponese – negli anni ottanta – e uno con un criminale austriaco, probabilmente per ottenere la cittadinanza. Da qui, non è un salto troppo avventato supporre che Béla Kovács sia stato un operativo dei servizi Russi, per un periodo a lavoro in qualche compagnia commerciale, poi rimandato in Europa per finanziare Jobbik.

Cito un altro fatto che mi ha molto preoccupato: piccole milizie filo-russe stanno spuntando qua e la in Slovacchia e Repubblica Ceca. Devo ancora andare più a fondo con quest’ultima questione, ma gli effettivi sono stimati attorno ai cinquemila uomini, e pare vengano addestrate da veterani dell’armata rossa locali. Sono sicuramente piccoli numeri, ma questa strategia somiglia pericolosamente a quella impiegata in Crimea. Tutti sapevano che la Russia stava finanziando ogni tipo di partito estremista. Queste persone – ad esempio Aksyonov, il Primo Ministro della Crimea – non avevano quasi alcun supporto. Aksyonov era il leader di un partito col tre per cento prima dell’occupazione. Ma si è rivelato fondamentale nel processo di occupazione. Sono procedure da manuale del vecchio KGB. Forze irrilevanti finché la politica di un paese è stabile, in caso di crisi divengono risorse strategiche pronte all’uso.

S: Andando oltre, abbiamo dati riguardo la spesa russa in “infowar”?

M: Ci sono stati vari report, e sembra che la crisi russa si stia cominciando a far sentire in termini di minori risorse. In ogni caso,  continuano a fondare think tank qua e là. Giusto un esempio: Globalresearch – Center for Research on Globalization, che a volte viene rilanciato anche da Google News. Sono attività spesso operate da personale di intelligence con copertura diplomatica. Per questo, la Russia è stata obbligata a ridurre il numero di diplomatici nella sua rappresentanza presso la NATO. E investono nel finanziamento alle forze politiche estere. La mia opinione è che la politica estera russa sia fortemente orientata dai servizi. La cultura del KGB è ancora attuale per la loro leadership. Ovviamente, rispetto chi mi risponde che l’evidenza è scarsa e che non possiamo correre a conclusioni. Ma le evidenze si accumulano, ed è un filone di indagine molto importante.

S: Parliamo di come l’Occidente affronta queste minacce. Il comandante delle forze NATO, Breedlove, ha dichiarato che gli USA “hanno abbracciato per troppo tempo l’Orso” (la Russia), e che è ora di essere più duri. Che ne pensi?

M: Prima di tutto, direi che la narrazione russa riguardo l’Occidente minaccioso non sta in piedi, al di là delle dichiarazioni, se si guardano i numeri. Durante la Guerra Fredda c’erano trecentomila soldati schierati in Europa, ora siamo nell’ordine dei trentamila. Non siamo una minaccia militare per loro. Quindi mi concentrerai di più sulla guerra d’informazione. Lì la questione è volere o meno combatterla, che significa mettersi su un piano scivoloso. Per molti versi, parlarne, tenere gli occhi aperti, è già molto.

S: Andando sul pop, è interessante notare come la produzione norvegese recentemente finita su Netflix – “Occupied” – immagina un futuro in cui gli Stati Uniti divengono isolazionisti e lasciano il ruolo di polizia internazionale ai Russi. Ne esce un quadro piuttosto inquietante. Cosa ne pensi?

M: Guardiamo alla tempistica dell’intervento di Putin in Siria. Più che risolvere la guerra, la sta prolungando. Le azioni russe complicano la risoluzione del conflitto e danno più e più ragioni alla Turchia per aumentare la tensione. Questo ovviamente vuol dire più rifugiati che fuggono verso l’Europa. Credo che ci dovremmo decisamente preoccupare del disimpegno statunitense, in questo e altri settori. Ci sono alcuni segnali positivi. Radio Free Europe sta venendo finanziata molto meglio, a quanto mi è dato sapere. L’attenzione è alta, sempre meno azioni russe passano inosservate, e non è affatto vero che gli Stati Uniti si siano completamente disimpegnati sul fronte Europeo. Ho però l’impressione che un maggiore propositività europea in questi frangenti sarebbe accolta bene. Quindi, vedo come controproducente un eventuale disimpegno statunitense in Europa.

S: Quanto pesano le elezioni vicine in questo discorso?

M: C’è un grande dibattito su queste faccende negli USA adesso, e non è un bel vedere. Gli USA stanno venendo attraversati da un’onda di scontento simile a quella che attraversa l’Europa. Le persone non sono soddisfatte dello status quo, e cercano alternative. È ragionevole aspettarsi che una presidenza Clinton sarà in piena continuità con quella Obama, in materia di politica estera. Trump è invece quello più incline a stringere patti con Putin, probabilmente sulla pelle degli Europei. Penso che l’Europa debba aspettarsi un grande disinteresse da parte di Trump. Un’altra questione è la corrente isolazionista, che si intravede in Trump, ma che ha vita propria. Penso che sia ormai un dato acquisito che gli USA devono concentrarsi di più sugli affari interni.

S: Ora passiamo alla Polonia. Lì abbiamo un governo di estrema destra che pure agisce in modo piuttosto imprevedibile. Sono però molto aggressivi contro la Russia. Il ministro degli esteri polacco ha recentemente affermato che il suo partito intende “fare pressione sulla Germania perché venga accettata una base NATO permanente in Polonia”. Cosa pensi di questa destra anti-russa?

M: Penso che sia interessante notare come – presente Governo a parte – non c’è mai stato un Governo polacco e anti-russo e anti-tedesco dopo la Seconda Guerra Mondiale. Per buone ragioni, direi. Dovrebbe essere ovvio, e spero che gli esperti di politica estera polacchi non si associno a simili iniziative. Penso che il partito al potere sia fortemente ideologico, e che giochi sul sentimento anti-russo e anti-tedesco maturato durante la resistenza. Sono gli eredi di coloro che combatterono la guerra con una prospettiva romantica del nazionalismo polacco. Ma ignorano i fatti importanti: la resistenza polacca fu uno sforzo fallimentare. L’equivalente dell’insurrezione del ghetto di Varsavia. Una vittoria simbolica, ma un fallimento reale. Credo che la lezione che ne trassero gli Ebrei fu il bisogno di uno stato. La lezione che ne trae la destra polacca è “odiamo Russi e Tedeschi”. È una mentalità da bunker.

S: In pratica credono ancora all’Intermarium

M: Sì, e guardano all’Inghilterra allo stesso modo in cui guardavano alla Francia prima della Guerra. Non è per nulla promettente come linea di politica estera. Non penso sia neppure una politica estera, è una politica simbolica. L’obiettivo è di mostrare che loro sono l’unica vera voce della Polonia. Ed è un disegno pericoloso e mal ragionato. Infatti si stanno trovando obbligati a rimangiarsi la linea anti-tedesca. Spero realizzino che il loro spazio d’azione è più ristretto di quanto credono.

S: Pensi che la reazione delle istituzioni europee sia stata utile?

M: Credo sia bene che l’Europa sia chiara. Se la disapprovazione europea non lo fosse stata, come non lo è stata per l’Ungheria, le cose sarebbero peggiorate. Ora il Governo polacco sa che ogni loro azione è osservata attentamente. In più, coloro che non supportano questo Governo sanno che l’Europa si interessa a loro, e questo è molto importante. Penso sia molto importante per i Polacchi accorgersi che qualcuno si interessa a loro al di là del piazzare o meno missili balistici nel loro territorio.

S: Vorrei chiudere questa intervista parlando invece dell’estrema destra ucraina. Come possiamo criticare la Russia se facciamo le stesse cose?

M: Il partito principale, il Pravy Sektor è ridotto quasi a niente ora, si sta sfaldando. Il Governo ucraino sta impegnandosi acché queste forze non prendano il sopravvento in una situazione precaria. Per quanto riguarda le milizie, sono una brutta realtà in Ucraina, e il Governo è debole a riguardo, ma sta provando a far rientrare nei ranghi dello stato queste organizzazioni, attraverso l’esercito. Questo è uno dei motivi della crisi del Pravy Sektor, che ha provato a resistere alla normalizzazione. La vera differenza è che l’Occidente non ha creato queste organizzazioni. Questi gruppi sono diventati importanti durante i combattimenti, e non credo che i “soldati semplici” siano molto ideologizzati. Gli estremisti e i fascisti sono destinati a perdere influenza, perché non rappresentano una maggioranza nemmeno tra le persone di Maidan. Il vero problema dell’Ucraina sono le milizie al soldo dei potentati locali, la disgregazione territoriale.

Stefano Pietrosanti

Sono nato nel 1989, e cresciuto a Latina. Sono un dottorando in Economia Politica a Philadelphia. Scettico di mestiere, da qualche anno cerco di capire cosa significhi essere liberale. Forse perché gli scettici sembrano meglio accetti tra i liberali che altrove. Appassionato di esseri umani, storia e letteratura.

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