Le belle certezze del Megawatt, le brutte incognite del cdx

Come è andata la convention di Parisi? Bene, forse molto bene, sicuramente meglio di quel che ci saremmo aspettati. Alla fine del “Megawatt” si usciva stanchi: ore fitte di interventi senza neanche una pausa, relazioni vere, complesse, accompagnate da slide. Non parolame retorico ma persone competenti su specifici argomenti, piccole lezioni sempre legate ai dati. L’obiettivo non era far emergere un programma, ma una visione del mondo. Possiamo dire che ci sono riusciti, coniugando diverse sensibilità: liberali doc, cattolici, razionalisti, ebrei, una musulmana. E altro ancora.

L’Istituto Bruno Leoni è stato l’ingrediente principale; a tratti è sembrato addirittura il padrone di casa. Si sa che l’Ibl è una garanzia nei contenuti, ma lo è stato anche nella forma. Clima semplice, autentico; grafiche efficaci ma senza troppi effetti speciali; pochi riflettori, pochissimi politici vip e quelli che c’erano quasi invisibili. Tranne che per i giornalisti che li cercavano, ovviamente. Tutto molto poco televisivo, “berlusconiano”, anche se non è mancata qualche nota folkloristica dei pasdaran del Cavaliere.

Relatori bravi, qualche video illustrativo. Gandolfini del Family Day nella prima giornata si è limitato a parlare di demografia: sicuramente gli avranno chiesto di evitare i temi etici, scientificamente tralasciati per evitare di scontentare (in un senso o nell’altro) parte della platea. Eccezionale Suor Anna Monia Alfieri che ha parlato di scuola in un intervento di assoluta laicità e liberalismo. E poi Giacomo Mannheimer dell’Ibl, Annalisa Chirico, Veronica de Romanis, Carlo Lottieri, Nicola Rossi, Maryan Ismail… Trattati i temi tipici del liberismo, dei rapporti inter-religiosi, della cultura, dell’Occidente. Molto spazio anche al federalismo. Si può dire di tutto, ma il sunto di questi interventi (Gandolfini a parte) era liberale per davvero. Organizzata anche una tavola rotonda, moderata da Alberto Mingardi, con importanti direttori di giornale: Molinari (Stampa), Fontana (Corriere), Belpietro (Verità), Annunziata (Huffington).

Apprezzabili alcuni applausi dalla platea, non scontati nella destra di questi tempi: quelli alla Serafini che ha ricordato come un reddito di cittadinanza ci renderebbe schiavi della politica, alla Ismail che ha rivendicato con orgoglio la sua identità di musulmana laica, a un economista che ha sentenziato “Il problema non è l’euro, il problema siamo noi”, alla de Romanis che ha ribadito: “L’austerità in Italia non esiste, la staffetta generazionale è una favola, abbiamo bisogno di più gente che lavora, non di mandare gente in pensione”. Persino qualche timido applauso al direttore Molinari dopo la considerazione “I diritti dei gay non si scontrano con quelli degli etero ma si sommano”.

Negli interventi degli ospiti pochi riferimenti ai politici. Rilievi (critici) su Renzi e il suo governo ma neanche una volta a Salvini, Meloni (auguri!), Ncd od altri. Nessuna discussione sulle alchimie di partito, anche perché a parlare non erano politici. Sembrava di essere in una bolla, lontano dalle urla, dagli insulti, dalle sparate. L’omaggio iniziale di Parisi a Ciampi, con cui aveva lavorato a Palazzo Chigi, seguito da una lunghissima e spontanea standing ovation del pubblico. Poi esci e leggi che Salvini gli aveva dato del “traditore dell’Italia che ha svenduto la sovranità”. Poi esci e leggi i resoconti dei giornalisti alla ricerca di qualunque appiglio per ridicolizzare la kermesse. Che peccato che la politica sia qualcosa di molto diverso dal Megawatt, e l’Italia sia così diversa da Milano.

La due-giorni si è conclusa, tipicamente, con un discorso finale di Parisi. Non ha deluso. Direi che c’è stato un 80% molto valido, qualche passaggio debole ma nessuna assurdità. La contro-proposta sul referendum costituzionale appare, allo stato attuale, davvero velleitaria; la critica deboluccia e quasi solo di metodo. La visione dell’Europa è pragmatica, dichiaratamente ostile al federalismo spinelliano troppo naif (evidente anche per noi che federalisti siamo davvero) ma desiderosa di sfruttare le opportunità che il mercato unico offre. Ribadisce che il “fiscal compact” non è un problema. Attacca Monti in modo inaspettatamente severo persino per noi che montiani non siamo mai stati. Ma non sbraca, non scade mai nel populismo puro o nell’insulto: ribadisce che con Renzi non c’è nessun pericolo di dittatura, c’è il pericolo della stagnazione economica. Ricalca più volte una visione incoraggiante della tecnologia e dello sviluppo, soprattutto per la PA. Bastona la mancanza di politica estera del governo, i vertici e contro-vertici che non hanno portato a niente, la totale mancanza di visione dell’Europa (e gli innegabili errori con la Turchia).

Passaggio critico quello che si collega a una difficilissima convivenza nel centrodestra: “Dobbiamo restare uniti perché uniti si vince”. E lì, a nostro avviso, andiamo male. Ci sarà una guerra feroce in Forza Italia. C’è Berlusconi che dovrà prendere delle decisioni fondamentali e scomode (per se stesso) se vorrà davvero affidare chiavi importanti a Parisi. C’è Salvini che non ha la minima intenzione di venire a patti su una linea di centrodestra governativo, liberale e moderato. E che trova sponda, oltre che nella Meloni, nei vari servacci del Cavaliere come Toti, Brunetta e compagnia ragliante, ben contenti di garantirsi un posticino nel “destra-centro” lepenista all’italiana. Molto dipenderà anche dalla legge elettorale. In ogni caso qualora (e non è affatto detto) Berlusconi lasci spazio a Parisi e alla sua squadra per creare qualcosa di nuovo, sarà l’ex manager a doversi rendere conto di ciò che lo circonda e a decidere la linea. Noi speriamo in un cdx italiano emancipato dal salvinismo, anche minoritario ma comunque decisivo per le riforme. Una sorta di Psi liberale. Lui sembra intenzionato a mantenere un approccio bipolarista impossibile, in una coalizione altrettanto irrealizzabile (o l’Ibl o Borghi e Bagnai, questo è poco ma sicuro). C’è quasi da sperare in Salvini, perché dia lo strappo decisivo. È ancora presto per fare previsioni ma se il progetto di Parisi persiste, scorrerà un po’ di sangue. Se riusciranno a staccare la spina al suo esperimento non esisterà niente di destra fuori dal lepenismo, se non utili idioti di origine berlusconiana.

Quel che si è visto merita il nostro sostegno. Raro trovare così tanto riformismo liberista; e da anni il centrodestra non si apriva a un tale profluvio di idee, non si fermava a rifletterere sul mondo. In Parisi possiamo riporre le nostre poche speranze, consapevoli che comunque si tratterà di una traversata nel deserto. Durante il Megawatt la bellezza delle idee, ma adesso c’è la complessità del reale.

Stefano Leanza

Nato a Milano un ventennio fa, studio Giurisprudenza a Roma. Penso liberale e scrivo di giustizia e garantismo. Blogger per hobby, sono appassionato di giornalismo politico e sportivo.

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