Islamismo, cambiare registro

3Quello che abbiamo fatto fino ad ora per contrastare il terrorismo islamico non ha dato i frutti sperati, dobbiamo riconoscerlo. Allora bisogna cambiare registro e smettere di fare cose che non funzionano. Non si tratta di contrastare soltanto il terrorismo, ma anche l’islamismo in generale, perché è da lì che trae origine non solo il terrorismo, ma anche le varie forme di intolleranza, violenza ed oppressione a livello familiare, che minacciano la libertà di tutti. Molti, anche in campo liberale (anche il sottoscritto fino a poco tempo fa) hanno ritenuto che in nome della libertà di culto e di espressione si dovesse lasciare libertà anche al radicalismo islamico, purchè non sfociasse nella violenza, anche per la paura che una sua repressione lo spingesse ancor di più nella clandestinità e nell’eversione.

Invece non abbiamo capito che questo estremismo è un fenomeno contingente e anzitutto politico, prima che religioso, non è un elemento intrinseco dell’islam, come invece affermano molti razzisti (anche in ambito liberale o pseudo-liberale) ma una tendenza sviluppatasi di recente: In molti Paesi a maggioranza musulmana gli abiti tradizionali non impongono il velo ed i colori scuri alle donne, fino a qualche decennio fa la legislazione era assai più laica, questo movimento jihadista non esisteva, infatti i gruppi terroristi palestinesi degli anni ’70 erano comunisti e non religiosi. Poi col tramonto dei regimi comunisti e nazionalisti che influenzavano l’area, a riempire il vuoto è arrivato il bigottismo religioso foraggiato dalle monarchie arabe, nel frattempo divenute ricchissime grazie al petrolio.

L’idea di un islam irrimediabilmente “cattivo” ha inquinato il dibattito, dando la stura alle peggio isterie demagogiche, rendendo difficile una valutazione più obiettiva e capace di coinvolgere nell’integrazione le componenti veramente moderate del mondo musulmano. Dall’altra parte ci si è accontentati della condanna del terrorismo per dare automaticamente la patente di “moderato” a chiunque prendesse le distanze dalla jihad, anche se poi propugnava quella stessa visione conservatrice dell’islam da cui la jihad ha tratto la sua linfa. Certo, Erdogan ed i Fratelli Musulmani non sono l’ISIS, ma questo non basta. Ora siamo arrivati al punto in cui l’islamismo (non l’islam, ma l’islamismo) è diventato una minaccia alla libertà su scala globale. Non è soltanto un’ideologia contraria alla libertà e alla pace, ma costituisce un concreto pericolo. Oggi possiamo anche tollerare l’esistenza di gruppetti fascisti (cosa che invece non potevamo permetterci negli anni ’40, quando il fascismo era forte ed era giusto combatterlo con la forza), perché nonostante le loro idee liberticide la loro influenza e la loro capacità offensiva sono minime, non costituiscono una reale minaccia, i casi di violenza esistono, talvolta sono gravi, ma rimangono episodi isolati ed il loro seguito popolare resta molto basso. Conviene tenerli nella legalità, dove sono meglio controllabili dalla polizia, piuttosto che spingerli nella clandestinità. Nel caso dell’islamismo abbiamo invece un movimento che nelle comunità islamiche è di massa, ha un largo seguito, produce guerre, controllo di interi territori, un terrorismo che colpisce quotidianamente in ogni parte del mondo. Anche nelle altre religioni è presente la violenza (il che ci conferma che non esistono religioni buone o cattive), ma da nessuna parte esiste in maniera così massiccia ed organizzata.

Allora bisogna combattere non solo il terrorismo, ma neanche tutto l’islam, bensì l’islamismo, l’islam conservatore, l’islam politico. Questo islam conservatore ha una provenienza ben chiara, è quello finanziato dall’Arabia Saudita, dal Qatar ed ultimamente anche dalla Turchia. Dall’Iran, per la componente sciita. Grazie a questo sostegno finanziario ed alla superficialità della politica occidentale (che ha lasciato correre senza capirci nulla) la parte più retrograda del mondo musulmano ha preso il sopravvento ed ha messo nell’angolo quella più moderna e liberale, la maggioranza delle moschee e delle associazioni è in mano loro, si veda il successo dei Fratelli Musulmani. Una delle principali organizzazioni musulmane italiane, l’UCOII, si è fatta paladina dei governi islamisti in Egitto ed in Turchia quando sono stati colpiti dal golpe (il primo riuscito, il secondo no), col pretesto di “difendere la democrazia”… la nota democrazia di Morsi e di Erdogan… Ma chissà perché non hanno nulla da dire sulla totale assenza di democrazia che vige in Arabia Saudita, tanto per fare un esempio. E’ vergognoso che i capi di una struttura religiosa riconosciuta dalle più alte sfere dello Stato facciano il tifo per delle dittature. Con quale faccia ci vengono a parlare di “moderazione”?

Tutte le organizzazioni islamiche legate al Qatar, alla Turchia ed all’Arabia Saudita vanno messe al bando ed i loro militanti sottoposti a stretta sorveglianza, i beni di queste organizzazioni (incluse le moschee) devono essere espropriati ed assegnati alla solidarietà internazionale ed a gruppi musulmani di tendenze meno rigide, come quelli legati al Marocco. Ogni legittimazione e spazio pubblico deve essere tolto a chi propugna un islam conservatore e condizionato da governi teocratici. E’ in questi ambienti che viene coltivato il terrorismo, dove si presenta ai disadattati, ai repressi, agli arrabbiati col mondo la valvola di sfogo del radicalismo religioso, che può diventare facilmente violento. In tutto ciò, non vedo affatto male i divieti nei confronti del velo integrale o del “burkini”, si tratta pur sempre di ostacolare questo movimento islamista nelle sue manifestazioni, visto che dietro alla “libera scelta” di quelle donne c’è solo un lavaggio del cervello lungo decenni. Non ha nessun senso fare paragoni con le suore, che non fanno parte di nessun movimento internazionale che promuove guerre e attentati, che rappresentano una piccolissima minoranza di donne estremamente devote. Dubito che in un contesto normale ci sarebbero così tante donne musulmane così infervorate dalla fede da coprirsi in quel modo.

Ma se dobbiamo porci in modo così conflittuale verso Arabia Saudita, Turchia e Qatar, siamo poi in grado di far fronte ad eventuali reazioni? Siamo in grado di fare a meno del loro petrolio (cosa non del tutto impossibile, visto che è poco più del 15% della produzione mondiale)? Siamo in grado di espropriarne gli assets finanziari, in caso di “vendette” sui nostri mercati? Certamente questi sono passi da valutare in sede europea, non sono italiana, soprattutto per superare le vaste contrarietà che si leveranno. Se posso azzardare una previsione, la prima ad opporsi sarà proprio la Chiesa, perché per loro una politica così influenzata dalla religione (come è accaduto nel mondo musulmano, col revival degli ultimi 30-40 anni) è un modello da imitare, non un qualcosa da combattere. Lo sradicamento dell’islamismo aprirebbe un procedente pericoloso (per loro) anche nei confronti degli esperimenti di integralismo cristiano che si stanno tentando nell’est Europa e in Africa.

Pierpaolo Cecchi

Libertario, studente all'ultimo anno nel corso specialistico di economia finanziaria all'Università in Bologna, vivo da sempre in Romagna (per la precisione a Cervia) e sono local coordinator per Students for Liberty.

1 risposta

  1. Franco Puglia

    Condivido interamente, caro Pierpaolo. Sostenendo questo da mesi mi sono alienato amicizie anche nella nostra area politica, mi sono preso del razzista e sono stato qualificato come illiberale perchè verrei meno ai principi della libertà di religione.
    Io non vedo l’Islam soltanto come una religione e fai bene a tentare una distinzione non facile tra Islam ed Islamismo, con qualche analogia, forse, con le definizioni di ebraismo e sionismo. Questo Islam è eminentemente politico e la sua natura religiosa o le sue origini religiose sono irrilevanti.
    L’occidente è tiepido nella lotta contro questo fenomeno e tanto più tiepidi sono i cattolici, che in qualche modo condividono l’idea di una società non laica, non relativista, ma fondata su basi religiose, esprimendo con questo, come in passato, una visione politica, anche se ispirata ad una religione.

    Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata