L’immigrazione e noi

“Facesti città di ciò che era mondo”

Claudio Rutilio Namaziano, De Reditu Suo

Durante il periodo della rivoluzione dei gelsomini mi capitò di conoscere vari ragazzi tunisini residenti a Roma. Sono sempre stato uno scettico, sospettoso verso gli entusiasmi pubblici/politici, e tra quei ragazzi c’era molto di quel tipo d’entusiasmo. Per capi, per idee astratte, per ricordi idealizzati. Sono però piuttosto sicuro che, una sera del 2011, assistetti a un momento di sincerità. Pochi giorni prima di tornare in Tunisia, uno di loro mi disse: “perché non ci avete dato un sogno italiano, o europeo? Ora noi abbiamo un sogno tunisino, ma io mi sento anche di appartenere qui.” Puntava il dito a un marciapiede di Roma, mentre si tornava da una riunione. Raccontava del disastro burocratico dei permessi; dei ricongiungimenti familiari; di storie sui centri di accoglienza cui avrei preferito non credere.

Ecco, quando sento il dibattito sull’immigrazione mi torna in mente quella sera, e quel dito puntato al marciapiede. Trovo sconcertante l’ignavia con cui si affrontano questi problemi, ignavia il cui primo sintomo è il trattarli come emergenze. Roba che passa. Per dare un’idea delle forze enormi in gioco – al di là delle carneficine – ho voluto fare due conti.  Sono partito dagli ultimi dati liberamente disponibili sul sito della Banca Mondiale. È solo una manciata dei paesi coinvolti, penso però che questi numeri siano comunque utili. Nelle ultime tre righe, riporto la differenza tra il dato europeo e quello non europeo, in percentuale del dato non-europeo:

Unione Europea Algeria Marocco Egitto Tunisia Iraq Afghanistan Pakistan Yemen
Mortalità Infantile (per mille bambini, esclusi neonati, da 0 a 5 anni)  4  25,5  27,6  24,4  14  32  91,1  81,1  41,9
Aspettativa di Vita (anni)  81  74  74  71  74  69  60  66  63
PIL pro capite ($)  31800  14700  7820  10900  11400  14900  1930  5040  Mancante
Diminuzione Mortalità  //  84,3%  85,5%   83,6%  71,4% 87,5% 95,6%  95,1%  90,4%
Aumento Aspettativa di Vita  //  9,5%  9,5%  14%  9,5%  17,4%  35%  22,7%  28,6%
Aumento PIL p.c.  //  116,3% 306,6% 191,7%  178,9% 113,4%  1547,7%  530,9%  //

Pensiamo a queste differenze che ho riportato come a delle forze. Forze che muovono e muoveranno donne e uomini al di qua del mare. Abbiamo davanti anni e anni di fenomeni migratori. A prescindere dalle guerre, a prescindere dai nostri desideri, e a prescindere dalle nostre scelte politiche. Perché ci sono gli incentivi, e a questi si sommano, adesso, simili paesaggi.

Cosa possiamo fare per fermare masse spinte dalla completa devastazione? Chiuderli in qualche campo al di fuori della giurisdizione europea? Diciamoci in faccia, però, che questa politica è efficace solo se rende lo scappare peggio del rimanere. Solo se si fa strame di tutto ciò per cui ha senso difendere il concetto di Occidente. Cercando qualche fonte su cosa voglia  dire il viaggio per arrivare qui, ho trovato questo blog, di Daniele del Grande e collaboratori. Un occhio alla pagina linkata per piacere. Riuscite davvero a pensare di fermare persone disposte a questo senza ridurvi, voi, o chi per voi, a bestie? Guardatevi in faccia e ditevi che – quando c’è un boom migratorio dovuto a un conflitto – li volete morti. Li volete morti, e così li avrete materiale prezioso per la propaganda jihadista.

Per me, questo punto di vista è la controparte “di destra” del paraculismo “di sinistra” davanti ai vincoli di bilancio. L’illusione che la politica sia il regno dove tutto è possibile e dove la capacità di capire ciò che non lo è non è ben venuta. Come se la gestione saggia di ciò che è fosse qualcosa di cui vergognarsi. E non è nemmeno vero che noi non si sappia quale siano gli sforzi necessari per gestire l’immigrazione. Inviterei chiunque abbia venti minuti liberi a leggersi questo rapporto di Amnesty. È del 2014, ma è ancora attuale.

Bisogna capire che la prima guerra in cui siamo impegnati è una guerra di immagine. Una guerra che sarebbe vinta in partenza se non ci facessimo scuotere da quattro sciacalli che sobillano gli istinti peggiori. Perché quelle differenze numeriche lì sopra, e la possibilità di vivere per se stessi, e non per una fede, sono cose profondamente attraenti per qualsiasi donna o uomo. Sono quelle leve che possono tramutare profughi disperati in cittadini, con tempo e impegno. Con la coscienza che, se l’impegno non ci sarà, quei profughi non spariranno, ma sarà solo peggio per noi.

Qualche giorno fa, mi capitava di ascoltare questo breve discorso di un ex agente dei servizi americani. Fatta la tara alla retorica dei “pochi che fabbricano l’odio per farci i soldi”, mi colpisce quando dice che i miliziani si nutrono dei nostri simbolismi ribellisti. “Voi siete l’Impero, noi siamo Luke e Han”, le dicevano. Ecco, quando cominceremo a ribaltare il discorso non sarà mai troppo presto.

Siamo l’Impero. A noi solo la scelta se essere un Impero puramente oppressivo, o Roma, per ciò che il sogno di Roma ha voluto dire dopo la sua caduta. Ciò che fa città del mondo. Ci ricorderanno come uno spazio chiuso, collassato sotto le sue contraddizioni? O come uno spazio in continua espansione, in ogni senso?

Io vorrei uno spazio dove qualcuno che è scappato possa puntare il dito verso la terra, e decidere che lui – al di là del suo Dio, delle sue radici, dei suoi rancori, lui come individuo – appartiene qui.

Stefano Pietrosanti

Sono nato nel 1989, e cresciuto a Latina. Sono un dottorando in Economia Politica a Philadelphia. Scettico di mestiere, da qualche anno cerco di capire cosa significhi essere liberale. Forse perché gli scettici sembrano meglio accetti tra i liberali che altrove. Appassionato di esseri umani, storia e letteratura.

2 Risposte

  1. Franco Puglia

    Caro Stefano, capisco bene il contenuto del tuo articolo e condivido alcune cose, ma non le soluzioni che sembri voler suggerire.
    Il sogno, la visione di un modo che offra delle prospettive …
    Capisco questa cosa, sulle tue labbra o su quelle di qualsiasi persona giovane, musulmano e non. Ma CHI vi dovrebbe offrire questo sogno ? CHI dovrebbe darlo a quel tunisino di cui parli, ed a tutti gli altri ? I sogni sono personali e si possono condividere con altri, ma nascono dentro di se, ed è difficile che possa essere la società a suggerirli. Io ho i miei anni, troppi, e non posso darti un sogno, anche se lo avessi, e magari ce l’ho. Ho piena consapevolezza del dramma delle giovani generazioni, tutte, in ogni parte del mondo, perchè non intravvedono una speranza, ma non sono neppure capaci di costruirsela, perchè non sono stati cresciuti per coltivare i propri sogni. In occidente la mia generazione e quelle immediatamente successive vi hanno dato tutto già bello e pronto; nulla da desiderare, nulla da sognare.
    I migranti di oggi sognano ; sognano di arrivare in territori dove è possibile costruirsi un futuro, e non sanno che per loro forse non è vero, o non per tutti.
    La spinta potente che li anima è questa, lo capisco, ma ci travolge.
    Chiedono, senza aver nulla da dare, in concreto.
    In passato c’erano le ideologie a motivare le masse : fascismo, comunismo, illuminismo, patriotttismo, prima. Oggi la sola ideologia travolgente si chiama Islam, ed è uno tsunami. Altrove è il vuoto.
    Noi occidentali possiamo solo difenderci, o accettare di soccombere.
    Probabilmente soccomberemo comunque, perchè la pressione è troppo forte, ma difendersi è un dovere, con qualsiasi mezzo.
    I nostri principi ? Sono quelli in comune con gli americani, che però sganciarono la bomba atomica su Hiroshima e rasero al suolo la Germania.
    Vogliamo anche parlare del Vietnam, dove gli americano combatterono e morirono nel nome della libertà e della lotta contro il comunismo?
    I principi erano forse compatibili con questo ? Certamente no.
    I principi sono stelle polari, non manette.
    Tornando ai sogni, ce ne sono di due tipi : quelli astratti, come volare senza avere le ali, e quelli concreti, che richiedono impegno e lotta, sono difficili da realizzare, ma realizzabili e comunicabili agli altri. Scegli cosa sognare.

    Rispondi
    • Stefano Pietrosanti

      Caro Franco. Riassumo un attimo quello che penso, perché trovo ci sia un po’ di confusione: credo l’immigrazione arrivi comunque, che tu lo voglia o no – perché ci sono gli incentivi. Finché non saremmo una terra miseranda, la gente continuerà ad arrivare; perché la felicita propria, la salute dei propri figli, dei propri cari, muovono cento volte più che una religione, o di un’idea. Le idee muovono se danno almeno l’impressione di essere un buon riassunto dell’interesse di tanti piccoli agenti. Se smettono di fare ciò, se migliori alternative si danno, le idee si ritirano, vengono sostituite, o muoiono. Quando dico “dare un sogno”, dico che – consci della realtà delle forze che muovono questi migranti – dobbiamo disporci a integrarli, come gli USA integrarono i loro. Sogno, per me=spazio di sviluppo personale, sapere che c’è un posto in cui puoi andare oltre la famiglia, il culto, e così via; da liberale e da individualista, sono convinto che questo sia più allettante di qualsiasi culto. Ci saranno insuccessi, ci saranno incomprensioni, e perfino spargimenti di sangue. È stato così in tutte le situazioni storiche paragonabili. Posso vedere uno sviluppo positivo in quella direzione, posso vedere le religioni recedere e le individualità emergere, e l’Occidente emergerne più forte e maturo; quindi sono disposto (io) a pagare per questo. Parlo delle mie preferenze – quando parlo – e parlo di come queste possono essere compatibili con gli interessi altrui. Nel tuo quadro cupo, invece, vedo solo disastri, perché per annullare l’effetto di quegli incentivi devi darti – come dici tu – alla guerra senza quartiere, trasformando te stesso in un mostro e la nostra in una terra miseranda. Devo dirti onestamente che trovo la tua prospettiva apocalittica di un pessimismo pericoloso. Infine, una noterella personale: io non credo nelle generazioni e non do responsabilità collettive. La mia esperienza privata, però, non è per niente quella di una persona che non ha sognato e desiderato niente, o che non sogni e desideri ora. Come non lo è quella di tutti i miei coetanei che posso dire di conoscere – che per fortuna non sono pochi. Chissà, magari anche in altri casi le tue paure possono trovare controesempi.

      Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata