Perché voterò per Hillary Clinton

hillary-clinton-donald-trumpNel 1948, alla vigilia delle prime elezioni politiche, Gaetano Salvemini diceva: “Turiamoci il naso e votiamo DC,” frase poi resa celebre quando a ripeterla fu Indro Montanelli nel 1976. Entrambi, certo non simpatizzanti della DC, incoraggiarono a votarla per impedire una vittoria del PCI. Allo stesso modo, a novembre io voterò per Hillary Clinton per esorcizzare una vittoria di Donald Trump.

Come elettore non sono mai riuscito a supportare in toto uno dei due partiti maggiori in tutte le loro posizioni. Personalmente sono sempre stato fiscally conservative e socially liberal, trovandomi a disagio con le posizioni della destra in materia sociale – aborto, matrimonio gay, creazionismo ecc. – e con quelle della sinistra in materia economica – libero mercato, tassazione e spesa pubblica ecc.. Per fortuna sia il Partito Repubblicano che il Partito Democratico ospitano al loro interno una vasta varietà di opinioni e posizioni politiche, assicurando una scelta molto variegata per gli elettori, molto di più di quanto un sistema bipartitico potrebbe lasciar pensare. Essendo poi le elezioni basate sui collegi uninominali, i singoli candidati devono preoccuparsi molto meno della fedeltà al partito quanto dell’umore dei loro elettori. A novembre quindi, per il Senato e per la Camera, sceglierò il candidato che reputo migliore, senza guardare all’appartenenza di partito.

Se per l’elezione presidenziale dovessi decidere seguendo lo stesso ragionamento, allora l’unica scelta sensata, e probabilmente la migliore degli ultimi vent’anni è rappresentata da Gary Johnson. Un ottimo ritratto di Johnson è già presente su queste pagine, quindi non scenderò in dettagli. Dirò però che, per quanto possa apparire come un candidato salvifico, l’ex Governatore del New Mexico avrà davanti a se l’impresa impossibile di superare almeno il 15% nei sondaggi nazionali per apparire nei dibattiti televisivi, e poi raggiungere una maggioranza in stati chiave senza disporre né di finanziamenti miliardari né di una organizzazione sul campo. Nella storia degli Stati Uniti, nessun candidato di un terzo partito ha mai vinto un’elezione presidenziale, e, quello che più si è avvicinato, Teddy Roosevelt, era il politico più popolare e capace della sua generazione. Johnson purtroppo non ha speranze di replicare un simile risultato, salvo clamorose svolte.

La scelta sarà quindi tra Hillary Clinton e Donald Trump. Si badi, è una scelta di candidati, non di partito. Quello che le convention hanno sancito essere le piattaforme elettorali significa poco o nulla, come ha significato poco o nulla in passato. Si tratta di eleggere tra i due quello che sarà il miglior leader per l’America e per il mondo libero.

Da un lato, Hillary non è una scelta entusiasmante. È certamente, assieme a Bush Sr. e Nixon, il candidato più qualificato e preparato dell’ultimo secolo, e conosce a menadito il funzionamento della macchina del Governo Federale. Allo stesso tempo, non ha carisma, mancanza evidenziata dalla presenza del marito, è vulnerabile rispetto all’ala sinistra del suo partito e alle loro richieste anti-globaliste, e sarà ostracizzata da una larga fetta di opinione pubblica, di media e di politici. Questo significherà che, così come il Congresso si è opposto a certe proposte di Obama – e prima di lui, di Bush – solo perché partite dal Presidente, Hillary avrà difficoltà a portare avanti la sua visione di America. È, in breve, una candidata che divide ancora di più l’opinione pubblica, anziché unificarla.

Dall’altro lato, Donald è senz’alcun dubbio il candidato peggiore della storia degli Stati Uniti. È un narcisista, ignorante, xenofobo, razzista, sessista, impulsivo ed egomaniacale. Millanta doti imprenditoriali fasulle, ha costruito il suo impero economico come il più volgare dei palazzinari, abusando e aggirando la legge ogni volta che ha potuto. Si vanta della sua scarsa praticità delle cose di governo, la sua conoscenza dei fatti internazionali fa apparire Sarah vedo-la-Russia-dalla-mia-finestra Palin uno statista ed è patologicamente incapace di rimanere sulla stessa posizione per più di un’ora di fila. Donald ha ribaltato l’immagine dell’America che il Partito Repubblicano ha cercato di presentare dagli anni ’80 in poi. Dove Reagan parlava di una “città spendente su una collina, forte, fiera e dalle porte aperte a tutti” Donald parla di una società sotto assedio, il cui unico futuro è chiudersi a riccio ignorando il mondo. Le soluzioni che propone sono illiberali, se non addirittura autoritarie e non articolate, salvo che nel suo disprezzo per il libero scambio, per gli alleati dell’America e per la sua ammirazione per Vladimir Putin.

In condizioni normali non voterei per Hillary Clinton, soprattutto per non dover stare a sentir parlare per altri quattro anni di scandali ai quali lei e il marito sembrano non poter fare a meno, ma davanti alla possibilità di avere un incapace quasi-fascista dall’improbabile capigliatura arancione nello Studio Ovale –  Trump sarebbe capacissimo di scatenare una guerra nucleare con la Cina perché non gli piace il take away di un ristorante cantonese a Washington DC – mi turerò il naso e voterò quello che potrebbe essere un mediocre Presidente, piuttosto che per quello che potrebbe essere l’ultimo Presidente.

Andrea Bonicatti

Italo-americano, appassionato di storia, politica e affari internazionali. Liberale con la "L" maiuscola.

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