Brexit: Europa e “pancia” degli elettori

Mentre i Tories ci sprofondano nel caos e si allontanano intonando il definitivo “Era meglio morire da piccoli”, credo sia il momento di aprire una riflessione tra chi è a favore dell’Unione. Non sull’evento Brexit, ancora indefinito, ma sulla reazione che abbiamo avuto in massa al referendum inglese. La sofisticata linea del “la democrazia ci fa schifo”. Questa è uscita dalle nostre “pance“, che esistono politicamente quanto quelle dei votanti del leave.

Quello che mi spaventa, quello che mi muove a questa riflessione, è l’inquietante parallelismo con gli anni venti. Avevamo una borghesia piccola e media, tendenzialmente istruita, tendenzialmente progressista, tendenzialmente civile, tendenzialmente giovane. Un noi passato molto simile al noi attuale.  Questo noi si trovò impreparato davanti a una serie di crisi del sistema democratico. Questo noi decise di risolvere per le spicce problemi che si erano seminati per decenni. Sì, dico a te, col baffo edoardiano; dico a te, che lavori nelle istituzioni internazionali come tuo nonno lavorava al ministero; dico a me, col mio occhiale di finto corno. Abbiamo avuto così tanto gusto per gli aspetti frivoli del vintage che ne stiamo per rivivere quelli spiacevoli?

Su un culto vuoto della democrazia – confusa col progresso morale, sociale, economico –  è stato costruito un meccanismo perverso. Dirigenze politiche di bassa lega hanno inventato un meccanismo di vincoli esterni fittizi. Questo, per fingere che decisioni difficili venissero imposte da un ente estraneo, e non dall’evolversi della realtà. L’Unione Europea è molto altro, ma, dobbiamo riconoscere, è anche questo.

La crisi di questa Unione disfunzionale ha accelerato la crisi del culto democratico. Sia tra chi è stato escluso dai benefici dell’integrazione, sia tra chi è stato incluso. Questo venir meno, però, sta finendo per toccare anche la convinzione democratica in se e per se. La convinzione che le scelte politiche fondamentali vadano fatte cercando il consenso attraverso il voto. E nell’esplosione dello scontento, tutti i gruppi hanno il riflesso di cercare una nuova fede, non la ragione.

Da un lato abbiamo gli esclusi, che per un po’ hanno identificato il suffragio con l’illusoria prosperità passata. Questi si attaccano con riflesso pavloviano al voto. Le loro guide, i politici meno prudenti e integrati, sperano di usarli per prendere il potere. Per fare questo, i politici “sovranisti” offrono agli esclusi i confini nazionali a rimpiazzo della religione democratica.

Dall’altro abbiamo gli inclusi, che hanno identificato il suffragio con una società sempre conforme ai propri interessi. Con l’ignorare gli interessi degli altri, o le paure degli altri. Col non monitorare i rappresentanti dei propri interessi. Al massimo qualche momento di sinistrismo spastico, un voto a Syriza, un afflato per politiche economicamente infattibili. Poi si spegne la luce. Così gli inclusi diventano perfettamente funzionali all’establishment politico. Forniscono a questo establishment una massa che, volendo solo non essere importunata, è pronta a concedere tutto, perché non si vuole fermare a riflettere su ciò che è disposta a concedere.

Da ciò, abbiamo due possibili sviluppi. Continuare il patto Faustiano con le classi politiche nazionali esistenti. Consentirgli di fare l’Europa a modo loro, purché il nostro quieto vivere venga tutelato. Oppure, provare a riconoscere che esistono gli altri, e i loro interessi. Allora dovremmo proporre qualcosa alla controparte, interrogarla con proposte semplici e chiare, anche se imperfette. Proposte che vadano a competere con lo sfascismo di estrema destra e di estrema sinistra. Esempi? Un’assicurazione europea contro la disoccupazione e aiuti europei alla mobilità della forza lavoro. E una spinta in avanti sull’esercito europeo. Cose da implementare assieme a un vero esecutivo europeo, non prima. Su simili proposte dovrebbe essere chiamato un referendum. Lo stesso giorno, in tutte le nazioni. Bisognerebbe anche accettare di perdere.

La linea “la democrazia ci fa schifo” è compatibile solo con la prima strada. Non penso, però, ci risparmierebbe dalle inefficienze, dai compromessi della seconda. Anche una politica sempre meno democratica si fa solo col consenso, ma questo consenso verrà cercato col protezionismo, coi fili spinati gettati al popolino in cambio del mantenimento degli aspetti più odiosi di questa Unione. Perché questo consenso sarà in ogni caso gestito da classi politiche pletoriche ed autoreferenziali. Sarà cercato né con in mente gli interessi dei giovani, dei colti, dei “cosmopoliti”; né dei lavoratori senza competenze, o dei vecchi che non hanno risparmiato fidandosi di welfare intenibili. Questi saranno solo vincoli laschi per gli appetiti parassitari. E il vincolo più stringente per gli appetiti parassitari è quello degli esclusi, non il nostro.

Non sorprendiamoci che i nostri rappresentanti rincorrano al ribasso lo Ukip, o altri scappati di casa, e ne accettino l’agenda-setting. È il modo per loro meno costoso di mantenere sia il poco di consenso necessario ad andare avanti, sia l’Unione Europea per come è. La garanzia della loro irresponsabilità politica. Rendiamoci conto di quanto questo sia disastroso per noi.

Il “devi morire” non è una proposta praticabile in democrazia. Se si vogliono implementare soluzioni impraticabili – e ignorare gli interessi altrui in democrazia è impraticabile – si dovrà dare una fetta sproporzionata, inefficiente e vergognosa agli implementatori. Alle classi politiche pletoriche e inefficienti. È questo il trade-off, non altri. Pensiamoci, mentre chiediamo la limitazione del suffragio, urlando ai “nostri” uno sportivissimo “Alì, Alì, boma ye!“.

Stefano Pietrosanti

Sono nato nel 1989, e cresciuto a Latina. Sono un dottorando in Economia Politica a Philadelphia. Scettico di mestiere, da qualche anno cerco di capire cosa significhi essere liberale. Forse perché gli scettici sembrano meglio accetti tra i liberali che altrove. Appassionato di esseri umani, storia e letteratura.

2 Risposte

    • Stefano Pietrosanti

      la reazione di molti dei favorevoli all’unione al leave è stata mettere in dubbio il metodo democratico, invece che provare a pensare cosa proporre a chi vota contro per farlo votare a favore. Questa maniera di ragionare è – oltre che inquietante – funzionale a chi vuole mantenere l’Unione così com’è. In particolare, è l’altra faccia della corsa al ribasso in cui la maggioranza dei politici nazionali si esprimono. Questo è quanto.

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