Salviamo l’elitismo

Il referendum tenutosi recentemente nel Regno unito, che ha sancito la volontà “popolare” di porre in essere la Brexit, offre uno spunto di riflessione sull’attuale stato di salute della democrazia. Una riflessione cui non ci si può sottrarre, a meno che non si intenda chiudere gli occhi e non vedere la lampante realtà che sta proprio davanti al nostro naso.

La riflessione che ho fatto prende le mosse da due frasi pronunciate da Sir Winston Churchill:

  1. “Il miglior argomento contro la democrazia è un quarto d’ora di discussione con l’elettore medio”
  2. “La democrazia è la peggior forma di governo, eccetto tutte le altre”.

Leggendole insieme, ci si rende conto dell’entità del problema. E’ un impasse apparentemente insuperabile, perché queste due massime suggeriscono che non si può far altro, se non tenersi la democrazia con tutti i suoi limiti.

Bisogna comunque rilevare che mai come in questo periodo la democrazia rappresentativa ha dato sfoggio dei suoi limiti in maniera tanto violenta. E’ vero che le dittature europee del novecento, per la maggior parte, sono passate per una scelta democratica. Ma archiviate quelle tragiche esperienze, si pensava di aver superato il problema attraverso un nuovo processo costituente. Le nuove carte costituzionali sono state pensate proprio per creare dei limiti che impedissero anche al “popolo” di porre in essere scelte antidemocratiche, ma evidentemente non è bastato, anche perché le costituzioni non resistono al “popolo”. A proposito di “popolo” e di “sovranità popolare”, bisogna poi capire una volta per tutte cosa diavolo sia questo “popolo” con cui si sciacqua la bocca ogni demagogo che esista sulla faccia della terra. Il “popolo” ha una sua volontà? Esiste la “volontà popolare”? Il “popolo” ha un pensiero? Secondo me no, perché il popolo è una somma di individui, e ogni individuo ha un cervello suo, più o meno funzionante, che non condivide con gli altri. Dunque  parlare di “volontà popolare” è quantomeno improprio. E’ un eufemismo, per dire “volontà della maggioranza”.

Assodato questo concetto, chiediamoci se la maggioranza esprime la propria volontà in maniera cosciente o meno. Poco dopo il referendum britannico, Google ha registrato un picco di ricerche del tipo “Cos’è l’UE?” o “Cosa comporta l’uscita della GB dall’UE?”. Il che suggerisce una risposta negativa al quesito precedente. Buona parte degli elettori vota “a sentimento”. Oggi, a poche ore dall’esito referendario, parte degli elettori che hanno votato “leave” si dice pentita, sostenendo che ci sarebbe stata una carenza informativa nella campagna referendaria. Il che fa piangere, visto che basta un click sui siti specializzati per informarsi.

Allora, ci si rende conto che il “popolo” ha bisogno di una guida. Questa guida dovrebbero essere i leader politici, che con l’andare del tempo, come rilevava Beppe Severgnini, si sono trasformati in follower. Bagehot sosteneva che il legislatore avesse anche una funzione pedagogica, quindi i leader istruivano il “popolo”, in un certo qual modo, spiegando loro quali fossero le conseguenze delle difficili scelte che i rappresentanti erano chiamati a compiere. Ebbene, i leader hanno da tempo abdicato a questa funzione, e si sono trasformati in follower. Invece che esprimere concetti alti cercare di spiegarli alle masse, hanno cominciato a esprimere concetti semplificati che alle masse arrivano direttamente. Finché si parla di pasta coi fagioli è facile semplificare, ma se l’argomento è complesso si può semplificare fino ad un certo punto, oltre quel punto si inizia a mentire. Ma la menzogna è semplice, l’elettore l’acchiappa al volo, invece la verità complessa non arriva e dice che la “politica è distante dalla realtà”. E’ lui, il “popolo”, che è distante dalla realtà, perché non la comprende, eppure è convinto che sia il contrario. Allora la classe politica si deve adeguare. In democrazia non vale il concetto dei “pochi ma buoni”, servono i numeri, come diceva Gaber. Ed ecco che si giunge alla mediocrazia. Non è più il leader che conduce, è il “popolo” che trascina il leader sempre più in basso, così da renderlo un follower. Non è più il migliore che comanda, è l’uomo medio. Perché se non proponi una soluzione comprensibile all’uomo medio, per quanto inutile e ridicola agli occhi di un esperto, non vinci. E allora fuori gli immigrati, e allora la kasta ci ruba tutto, e allora torniamo alla lira.

Pochi giorni fa un articolo pubblicato sul Sole 24ore, tratto dal blog di Angelo Mincuzzi, citava un libro di Alain Deneaul che parlava di mediocrazia, ma in termini radicalmente diversi da come lo sto facendo io. Volete sapere di chi è la colpa della mediocrazia, secondo Deneaul? “Ma è tutta colpa del neoliberismo, signora mia”, non c’è neanche da chiederlo. Ecco, questo del neoliberismo è il classico argomento stupido del democratico mediocre, che pensa di darsi un tono da ribelle antagonista mentre non si rende conto di essere in maggioranza da vent’anni. D’altronde il mediocre non può essere in minoranza, è ontologicamente impossibile. Ad ogni modo, pare che per uscire dalla mediocrazia secondo Deneaul sia necessario abbattere il neoliberismo. Non si chiede proprio, Deneaul, se la mediocrazia non sia una naturale degenerazione della democrazia.

La democrazia è rappresentativa di modo che i leader riescano ad escludere dal dibattito, con le proprie competenze, i deliri populisti delle masse. Ma il giocattolo si è rotto, perché ora i populisti fanno i leader. E non parlo solo del Movimento 5 Stelle, loro sono parte del problema. Un Presidente del Consiglio che si trova a giustificare una riforma costituzionale con la riduzione degli stipendi ai parlamentari è indubbiamente un mediocre che parla da mediocre. Il prossimo passo verso la mediocrazia totale è la democrazia diretta. Grazie a questo fantastico sistema non sarà più necessaria neppure la rappresentanza, mediocrità direttamente al governo. Alla fine sarebbe anche giusto così: che senso ha la rappresentanza se i rappresentanti ormai sono uguali ai rappresentati?

Quindi il responso “popolare” sarebbe sempre corretto. Pare che il sol fatto che sia stato il “popolo” ad esprimersi purghi qualsiasi male. Eppure, un avveduto commentatore chiedeva l’altro giorno su facebook: “se fossimo tutti membri di un condominio, all’assemblea condominiale sarebbe meglio votare per scegliere l’ingegnere che progetti i lavori di ristrutturazione o per decidere dove posizionare i pilastri?”.

Le masse sono allergiche alla verità. Ma non perché non la vogliano, bensì perché la verità le fa sentire stupide. La verità è complessa, le masse hanno bisogno di semplificazioni. Però c’è un limite oltre il quale un concetto complesso non può essere semplificato, superato quel limite la verità diventa menzogna. Una menzogna che le masse comprendono e quindi accettano, a scapito della verità che come uno specchio mostra loro ciò che sono: formiche in balia degli eventi, non solo incapaci di controllare gli eventi (nessuno ha il pieno controllo) ma addirittura incapaci di comprenderli. “La verità è un fatto che accade agli individui”, diceva Osho. E non a tutti, solo a qualcuno, solo ai migliori.

Ruggero Pupo

Laurea in giurisprudenza, Master Executive in diritto societario. Appassionato di diritto pubblico e politica.

5 Risposte

  1. Franco Puglia

    Hai affrontato un tema che è di questi giorni ma che in realtà era ben presente già da un bel pezzo, anche se non se ne voleva parlare. Il punto, secondo me, non sono i limiti della democrazia, ma la sua finzione. Tutte, o quasi, le nostre democrazie sono finte, e lo sono nella misura in cui pretendono di dirsi tali sulla base del solo voto ad una popolazione poco informata, nelle poche occasioni elettorali.
    Ad esempio, in Italia, il 50% degli aventi diritto neppure vota, e se una coalizione ha il 50%+1 dei voti rappresenta in realtà soltanto il 25% degli elettori, cioè una minoranza, neppure ben informata, ma comprata a suon di promesse che poi saranno disattese oppure in base a voto di scambio. Questa NON è neppure lontana parente della DEMOCRAZIA.
    Se davvero vogliamo instaurare una democrazia, allora dobbiamo rifondare il simulacro attuale su basi solide, che partono da una informazione OBBLIGATORIA ed OBIETTIVA sui temi per i quali si è chiamati al voto. Ed il voto deve essere basato su un minimo di competenza, oppure delegato a chi questa competenza la dimostra ed ha la nostra fiducia. La democrazia è un processo complesso. Se non abbiamo abbastanza fantasia e competenza per inventarne una, copiamo pari pari quella svizzera, sin nei dettagli, ed avremo fatto un passo avanti. Perchè non lo facciamo? Perchè a chi detiene il potere in un modo o nell’altro NON CONVIENE. Il potere è bello quando ce l’hai, non quando lo devi subordinare a scelte altrui.

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    • Ruggero Pupo

      Certamente c’è un problema, che non è nostro e basta ma è della democrazia rappresentativa in sé, ovunque questa sia applicata. Anche in Svizzera c’è un astensionismo elevato, sebbene siamo di fronte ad un “popolo” (mi si scusi per la brutta espressione) con un senso civico molto sopra la media. Basta guardare all’esito del recente referendum sul reddito di cittadinanza. In Italia (e in molti altri posti) avrebbe vinto il sì con percentuali plebiscitarie, poi lo Stato sarebbe andato a rotoli e tutti avrebbero incolpato la casta. Ecco, a mio avviso l’elettorato va prima istruito e poi responsabilizzato. Nella democrazia si deve investire, anche denaro. Non si comprende perché, ad esempio, non ci sia l’educazione civica e il diritto costituzionale fra le materie obbligatorie alle scuole primarie e secondarie. Il punto è che tutto è perfettibile, a meno che non ci si fossilizzi sulla sacralità a prescindere
      del volere della maggioranza, come suggeriscono i fustigatori benpensanti.

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