Pannella rivisto e riscoperto

morto-marco-pannellaScrivo queste righe appositamente dopo qualche settimana dalla scomparsa di Pannella, credo che sia giusto lasciare spazio per prima cosa al lutto, ai ricordi e all’affetto, poi far subentrare le analisi più critiche. Marco Pannella è stato un grande personaggio della politica italiana, comunque la si pensi, ma insieme a tante cose positive la sua storia ci indica anche tanti errori da non ripetere. Sicuramente vanno tributate alla sua memoria molte battaglie non solo giuste, ma estremamente avanti coi tempi, di grande sensibilità verso gli ultimi, le minoranze più dimenticate e le generazioni future (non solo divorzio e aborto, ma anche l’antiproibizionismo, i diritti degli omosessuali, i moniti contro il debito pubblico e le pensioni facili, le guerre dimenticate, la fiducia nell’occidente e la vicinanza a Israele, la riforma americana delle istituzioni, l’integrazione europea, le condizioni delle carceri e via dicendo). La sua storia politica testimonia un concetto a me caro, il fatto che la libertà sia una sola, il fatto che se uno sostiene la libertà degli uomini nell’ambito sociale e civile, poi deve sostenere la medesima libertà in ambito economico. La sua evoluzione liberista è lì a mostrarcelo, come quella di gran parte del mondo radicale. I radicali sono partiti da sinistra e forse sono arrivati al liberismo proprio perché vi hanno visto l’unico strumento per emancipare davvero i più deboli, i più poveri e i più sfruttati, si tratta di una forza politica che a suo tempo la sinistra non ha saputo capire e che a seguito di questo ripudio si è gettata, sbagliando, tra le braccia di Berlusconi.

Le battaglie di Pannella hanno visto anche degli errori, come il sostegno alle guerre in Medio Oriente, ma se ci limitiamo a guardare ai contenuti il bilancio è assai luminoso. Come mai allora tutto questo formidabile patrimonio politico è rimasto quasi sempre relegato a percentuali marginali? A mio parere il problema di Pannella non furono i contenuti, ma il modo in cui venivano portati avanti. Da parte dei suoi sostenitori si accampa sempre la giustificazione del “regime” che oscurerebbe le istanze radicali dai mass media. Ma questa è la storiella per giustificare i propri fallimenti. Allora come mai forze anti-sistema come la Lega, Rifondazione (a suo tempo) o il Cinque Stelle hanno saputo guadagnarsi uno spazio molto maggiore sia in termini mediatici che elettorali? Semplicemente perché le tv ed i giornali ti danno spazio se scateni interesse, se attiri il pubblico, altrimenti no. Nessuna tv o giornale si nega a un personaggio che può portare audience e copie vendute, perché significa soldi. Molto spesso gli esponenti radicali non sono stati in grado di provocare questo interesse e di conseguenza non hanno avuto spazio. Ma poi siamo sicuri che basti andare in televisione? Se poi fai delle magre figure, esageri, assumi una linea politica ondivaga puoi andare in televisione quante volte vuoi ma gli elettori non ti prendono seriamente, come infatti è successo dopo l’exploit del ’99, su cui ritornerò.

L’altro problema della gestione Pannella è stato lo scarsissimo radicamento territoriale dei radicali a cui ha fatto da contraltare la creazione di mille sigle diverse in una galassia dove la “roba” più importante (la radio, la sede, ecc…) faceva comunque capo a lui, a Pannella. In questo modo non potevano nascere correnti e leader alternativi nella lontana periferia dell’impero, era tutto controllato centralmente a Roma dal capo carismatico, che puntualmente divorava gli allievi che volevano superare il maestro. Qualcuno ha definito Pannella più un leader religioso che politico, non so se sia proprio così ma sicuramente la mistica degli scioperi della fame (l’uso messianico e trascendente del proprio corpo) fa molto pensare, soprattutto se sono veri i racconti di molti ex-radicali, che parlano di questi scioperi della fame come di momenti “traumatici” in cui ogni dibattito interno su leadership e linea politica veniva azzerato, per stringersi tutti intorno al grande capo sofferente. Di certo, c’era una continua retorica della “emergenza” (di qualunque tipo) che serviva a sopire il dissenso di fronte a pericoli ben più grandi, reali o immaginari che fossero.

Forse Pannella non lo ha mai voluto un grande seguito, forse ha sempre preferito una piccola schiera di militanti ed elettori adoranti, di pochi parlamentari facilmente controllabili, in lotta contro il Golia del sistema dei partiti. Il focalizzarsi sui referendum ne è un altro esempio, perché se eleggi dei rappresentanti e degli amministratori poi devi gestirli, devi rapportarti con loro e con gli elettori, mentre per fare un referendum servono solo poche migliaia di militanti che raccolgono le firme, poi c’è il guru che parla in televisione, il capo da un lato e la massa indistinta dall’altro, la gente vota e tutto finisce lì. Finisce tutto lì, appunto. Perché se poi in Parlamento non c’è una maggioranza che sostiene e porta avanti l’esisto di quel referendum, il risultato della consultazione verrà subito aggirato. A questo si aggiunga l’uso continuo di questa pratica che ha disorientato e disaffezionato i cittadini, che spesso non riuscivano a seguire tutti i vari quesiti proposti, rendendo lo strumento inutile. Pannella voleva usare i referendum per fare la rivoluzione liberale in Italia negli anni ‘90 e ha fallito. Le battaglie referendarie erano anch’esse funzionali a questa idea di partito incentrato sulla sua persona, perché un uomo dalle battaglie totalizzanti come le sue può portarne avanti solo una alla volta e così anche il partito si impegnava anima e corpo nelle medesime istanze. Questo metodo può portare solo ad alcuni exploit (vedi le già citate elezioni europee del ’99), ma poi gli elettori hanno altre mille cose a cui pensare, non solo quelle poche battaglie di civiltà incarnate di volta in volta dai radicali.

Cosa ho imparato allora da questa lunga storia? Primo, finché l’Italia sarà una repubblica parlamentare la si potrà cambiare solo passando dai parlamenti, dai consigli regionali e dai consigli comunali, quindi una forza liberale deve cercare il radicamento territoriale e l’elezione di rappresentanti, non altre strade. Secondo, assumersi sempre le responsabilità dei propri fallimenti e non dare la colpa agli altri, ai complotti e ai “regimi”, il che significa anche saper cambiare stile, linea politica e leadership. Terzo, non cadere mai nelle tentazioni messianiche o nelle profezie apocalittiche, non incaponirsi su singole battaglie monotematiche facendone questioni di vita o di morte, ma piuttosto abbracciare laicamente una vasta gamma di argomenti e dedicare a ciascuno di questi un po’ di energie. Ecco, in una parola, tornare laici.

Pierpaolo Cecchi

Libertario, studente all’ultimo anno nel corso specialistico di economia finanziaria all’Università in Bologna, vivo da sempre in Romagna (per la precisione a Cervia) e sono local coordinator per Students for Liberty.

1 risposta

  1. Alberto De Luigi

    Bell’articolo. D’accordo su quasi tutto. A mio avviso il radicamento territoriale non è affatto condizione necessaria, se colpisci bene coi media. Berlusconi come i grillini sono partiti senza alcun radicamento territoriale, ma entrambi hanno tenuto testa a partiti di sinistra che godono di una consolidata tradizione decennale sul territorio.

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