Gary Johnson è il candidato del Libertarian Party. E il vento è dalla sua.

Si è conclusa questa domenica la convention del Libertarian Party americano che ha visto l’ex governatore del New Mexico Gary Johnson ottenere la nomination. Si tratta della sua seconda volta, infatti Johnson era stato candidato alla Presidenza per il LP anche nel 2012. Assieme all’ex Governatore del New Mexico ambivano alla nomination anche Austin Petersen, giovane trentacinquenne dalla provocazione facile e su posizioni più conservatrici, e l’eccentrico John McAfee, creatore dell’omonimo software antivirus e di mentalità anarcoide.

Alle scorse elezioni Gary Johnson era riuscito nella storica impresa di portare il partito all’uno percento, superando quota un milione di voti. Si tratta di un risultato di tutto rispetto per un partito privo di un reale sostegno economico e della benché minima visibilità sui media. In un partito eternamente diviso tra utopisti (che è un eufemismo per non dire pazzi da TSO) e pragmatici, Johnson è stato in grado di incarnare sapientemente le istanze di questi ultimi. E la differenza tra lui e gli altri, improbabili, candidati spicca dalla semplice constatazione che durante il dibattito tenuto lo scorso sabato è stato l’unico a schierarsi in difesa della patente di guida (laddove gli altri candidati pretendono che il Governo non si impicci di ciò, sic) e del Civil Rights Act del 1964 (che aveva abolito la segregazione razziale, ri-sic). Da ciò l’accusa di non essere un libertario ma un semplice “Republican Lite”. Insomma, un repubblicano che semplicemente non vuole la guerra ed è contro il proibizionismo e non, invece, un anarco-capitalista o quantomeno un americano per lo Stato non minimo ma minimissimo. In realtà si tratta di una constatazione piuttosto grossolana tenendo conto delle innumerevoli sfumature dell’area libertaria ben lungi dal poter essere ridotta ad un mero conglomerato di eccentrici individui che non vogliono alcun Governo. Ad ogni modo, è stata proprio l’abilità di Johnson di porsi come il rappresentante di chi si definisce fiscal-conservative e social-liberal, cum grano salis, senza eccessiva mania per le etichette e per i tomi dei vari David Friedman, Nozick e compagnia (più adatti alle discussioni dei nerd politologi che a prendere i voti), a permettergli di convincere i delegati del terzo partito americano a dargli la nomination.

Ma la questione non finisce qua perché il Libertarian party elegge separatamente candidato alla Presidenza e candidato alla Vicepresidenza con il possibile ed evidente paradosso di poter eleggere due persone provenienti da correnti e impostazioni di pensiero diametralmente opposte. Johnson voleva a tutti costi l’ex Governatore del Massachusetts William Weld, anch’egli ex repubblicano come lui e anch’egli presentabile all’elettorato posto al di fuori del minuscolo recinto dei libertari americani. Sfida non semplice perché lo zoccolo duro del partito Weld proprio non lo voleva, in quanto ancora più moderato di Gary Johnson e convertito alla causa da troppo poco tempo. Quanto poco? Non più di qualche settimana. Decisamente troppo poche per non rendere evidente che la sua candidatura è più che altro un atto di amicizia verso l’ex governatore del New Mexico che vera adesione ai valori del partito libertario. Valori, anzi, in parte contestati in più di qualche intervista. E ad accendere i toni sulla questione ci ha subito pensato l’istrionico (e sconfitto) Austin Petersen che ha ben pensato di provocare Johnson nel bel mezzo di una sua chiacchierata con i cronisti invitandolo a non dividere il partito nominando Weld ma scegliendo lui come suo vice. Ma lui non cede al tranello liquidando la sua proposta con un lapidario “Non è questo il luogo, Austin”.  E il giorno seguente la convention sceglierà proprio William Weld con buona pace degli oltranzisti.

Ma al Libertarian Party non poteva andare meglio di così. Il sistema bipartitico non è mai stato in crisi come oggi: con un Partito Democratico lacerato tra una Clinton che non convince e un Bernie Sanders che da perdente è stato in grado di spostare notevolmente a sinistra il cuore dei democratici; e quindi un Partito Repubblicano che ha coronato Trump come suo candidato accendendo la collera della (nutrita) fetta di simpatizzanti del GOP costituita da moderati e neocon.

In questo scenario l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica è morbosamente rivolta verso le terze opzioni. Non è infatti un caso se, come fa notare Politico.com, nel 2012 i cronisti presenti alla convention del terzo partito d’America fossero forse una ventina contro gli oltre duecento di questa edizione. Sprecare questa occasione unica nominando un candidato eccessivamente radicale sarebbe semplicemente stata una vergogna. Una vergogna perché Gary Johnson alle prossime elezioni ce la può assolutamente fare. Non a vincere le elezioni che, ci mancherebbe, è follia anche solo pensarlo ma ad aumentare esponenzialmente la visibilità delle istanze libertarie all’interno della cultura di massa americana.

Insomma, poco importa della cifra elettorale quello che conta è piantare solide radici per il domani compiendo un’operazione analoga a quella fatta in termini nettamente superiori da Bernie Sanders dentro al Partito Democratico: fare capire agli elettori che esistono altre idee oltre a quelle mainstream di intendere la politica statunitense. E, ancora più importante, dare legittimazione a tali idee rendendole conosciute e rispettate dagli elettori di entrambi i partiti statunitensi. Se il prossimo novembre Gary Johnson riuscirà nell’operazione di imporsi come terzo candidato portando a casa entrambi i risultati sopra menzionati, magari raddoppiando i risultati delle scorse elezioni, allora quella del Libertarian Party, nel suo piccolo, sarà una vittoria.

Umberto Stentella

Ventunenne di Marghera (VE). Studente di giurisprudenza e appassionato di politica e cinema. Attualmente sono membro del Board esecutivo e responsabile per Italia e Svizzera dell'organizzazione studentesca "European Students for Liberty".

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