Contro i referendum

svizzera-referendum-2Nel mondo liberale e liberista c’è stata spesso una sensibilità favorevole ai referendum e alla cosiddetta “democrazia diretta”. Basti pensare ai Radicali e al sentimento diffuso tra molti federalisti, che hanno come modello la Svizzera.

Dopo aver propugnato anch’io un uso estensivo di questi strumenti, sia pure da posizioni molto distanti dal liberalismo, ho alla fine maturato un’opinione completamente opposta. Devo dire che il continuo insistere su questo tasto da parte di gruppi populisti e xenofobi, che si appellano alle masse buone contro le minoranze o le élite cattive (o addirittura contro il NWO o altri complotti pluto-giudaico-massonici), non solo ha spinto il sottoscritto a più di una riflessione, ma dovrebbe far riflettere tutti.

Se i referendum sono uno strumento democratico, vanno valutati secondo i pro e i contro della democrazia. La grande critica che viene mossa alla democrazia (uno dei più autorevoli in questo fu Platone) è la sua predisposizione a far decidere questioni importanti, delicate e complesse a delle masse di persone che magari non hanno alcuna competenza a riguardo, in contrapposizione quindi con un governo retto da pochi uomini saggi.

Una risposta adeguata venne da Hayek, che fece notare che di fronte alla complessità del mondo, anche l’uomo più saggio è competente solo su una piccola parte delle materie che la politica tratta, ragion per cui una competenza completa non può risiedere nei singoli individui, ma nella società nel suo complesso, nell’insieme di tante persone ciascuna con proprie capacità, conoscenze e interessi: ognuno vota in base a quello che sa, vede, sente ed esige, ognuno si esprime per il pezzettino che gli compete, così che la somma di tutti questi voti possa esprimere il quadro completo di tutte le informazioni e di tutta la società.

Centomila persone normali messe assieme possiedono più competenze di mille saggi selezionati. Questo è valido in particolare per le elezioni generali, dato che si eleggono rappresentanti che poi andranno a legiferare su qualsiasi ambito. Quindi, non essendoci dei saggi che possono essere competenti su ogni cosa, meglio affidarsi alla saggezza aggregata della popolazione.

Ma il referendum è diverso, nel referendum tutto questo ragionamento salta. Non sono elezioni generali dove si vota “su tutto”, ma si vota soltanto su uno specifico tema, sul quale una piccola parte della popolazione sarà preparata, mentre gli altri no. La critica di Platone acquista concretezza mentre la risposta di Hayek non vale più, siccome si corre il rischio che la maggioranza non competente si faccia guidare dalla demagogia, dalla disinformazione o dalle appartenenze di partito. Non è detto che succeda, a volte può anche andare bene, ma è un rischio molto forte, vengono a mancare proprio le ragioni che giustificano la democrazia. Questo è particolarmente vero per l’Italia, dove il quorum (che invece in Svizzera non c’è) impone che la maggior parte degli elettori vada a votare affinché il referendum sia valido, il che significa far votare moltissimi elettori non competenti.

Esistono poi altre tre problematiche, di ordine più pratico, che derivano dalla farraginosità di far votare ogni volta milioni di persone per un singolo argomento: il referendum impone di votare tra un sì e un no senza possibilità di emendamenti o vie intermedie. Se dopo la consultazione ci sono grandi cambiamenti e gli elettori hanno anch’essi cambiato idea bisogna però tenere valido il risultato del referendum (altrimenti se il Parlamento potesse intervenire, si rischierebbe di neutralizzare ogni volta queste consultazioni), inoltre si rischiano dei vulnus nell’azione dei Governi, perché se un Governo ha un vasto piano di riforme collegate fra loro e un referendum ne fa saltare una, si viene a creare un “buco” senza senso nell’azione di governo.

In Svizzera risolvono parzialmente questi problemi svolgendo numerosi referendum, così da evitare vulnus, cogliere i cambiamenti del mondo circostante ed apportare le modifiche desiderate dagli elettori, tuttavia svolgere così tante consultazioni porta inevitabilmente a ridurre il numero dei votanti, che non solo stanno quasi sempre sotto il 50% degli elettori totali (a volte capita anche per altre elezioni), ma soprattutto sono molto inferiori ai votanti delle elezioni generali.

Succede allora che invece di far approvare le leggi a un Parlamento che rappresenta il 50-60% degli elettori, le si fa approvare a dei referendum dove si esprime solo il 30-40% degli elettori. Una perdita di democrazia, viene da pensare, ma non è necessariamente così: se ripensiamo al discorso iniziale, la critica di Platone alla democrazia in cui “votano gli incompetenti”, vediamo che in questi referendum in cui votano le minoranze possono concentrarsi proprio le minoranze competenti sul tema della consultazione, rendendola più seria e credibile. Invece di avere un’elezione generale dove si sommano le competenze di tanti elettori e da cui vengono eletti i rappresentanti che poi faranno le leggi, qui invece si fanno tanti referendum, ciascuno per produrre una singola legge, dove ogni volta le persone competenti in materia si esprimeranno.

Questa può essere una spiegazione del relativo buon funzionamento di questa pratica in Svizzera (sebbene con alcuni limiti), ma se vogliamo applicarla in Italia è necessario un radicale cambio di mentalità: bisogna togliere il quorum e smettere di pensare ai referendum come consultazioni dove “tutti devono votare”, “il popolo si esprime” e via dicendo. Anzi, bisogna mettersi in testa che a votare ai referendum ci deve andare solo chi è realmente preparato, mentre gli altri restano a casa, riconoscendosi incompetenti.

Tutto ciò presuppone un’auto-valutazione onesta e seria che in molti manca, vista la quantità di semi-analfabeti che su facebook vogliono dare lezioni a chi si è laureato proprio nelle materie di cui si parla, o visto il successo di partiti fondati sullo screditare tutto ciò che viene dal mondo accademico, quasi una fierezza della propria ignoranza. Questa è gente che poi ai referendum va a votare, senza capire un accidente ma credendo di essere i geni della lampada, quelli “svegliati” contro l’informazione controllata dalle lobbies. In questa Italia, meglio fare a meno dei referendum.

Pierpaolo Cecchi

Libertario, studente all'ultimo anno nel corso specialistico di economia finanziaria all'Università in Bologna, vivo da sempre in Romagna (per la precisione a Cervia) e sono local coordinator per Students for Liberty.

2 Risposte

  1. Franco Puglia

    Sono d’accordo con ogni parola dell’articolo, Pierpaolo.
    Le cose stanno esattamente come le descrivi.
    Il processo democratico, cioè quello che minimizza l’errore mediandolo sui grandi numeri, è fondamentale, ma è un’arma a doppio taglio che può condurre ad errori fatali quando si muovono grandi masse su temi molto specifici.
    Quorum zero nei referendum è la sola soluzione per lasciare che decida chi si sente di dover prendere posizione. Non viene interamente eliminato il rischio della scelta sbagliata, ma almeno c’è un confronto sempre tra i Si ed i NO mentre con ilk quorum il confronto è tra un supposto NO (l’astensione) ed i SI, che hanno sempre poche probabilità di affermarsi.

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    • antonio

      ragionamento contorto,conclusionesbagliata…In questa italia,bisogna fare più referendum,come in svizzera,magari con alcune correzioni che proprio l’esperienza svizzera suggerisce.Ovviamente,cominciando con l’abolizione del quorum

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