Un’astensione di buon senso per tutelare ambiente ed economia

In Italia, si sa, la memoria è corta e la storia non insegna niente.

Così, ecco che ci ritroviamo, dopo nemmeno trent’anni dal celebre referendum sul nucleare, a votare in merito a scelte in grado di influenzare le politiche energetiche ed economiche del nostro paese per il futuro.

Peccato che la materia non sia, però, alla portata di tutti vista la sua complessità tecnica, soprattutto considerando la scarsa qualità dell’informazione nel nostro paese.

I vari comitati promotori del SI e le regioni coinvolte non si preoccupano della gravità sul lungo periodo di scelte influenzate da strumentalizzazioni politiche scellerate e campagne il cui unico scopo è la disinformazione.

Grazie ai due referendum sul nucleare, svolti sull’onda dell’emozione dopo le tragedie di Cernobyl e Fukushima, ci troviamo nella paradossale situazione di dover acquistare a prezzo maggiorato energia prodotta nelle centrali nucleari dalla vicina Francia e Svizzera e ad avere sul nostro territorio centrali obsolete che, pur non producendo più energia, rappresentano tuttora il pericolo paventato dagli ecologisti e comportano lo smaltimento delle scorie radioattive.

Stessa cosa sta succedendo oggi con le cosiddette trivelle.

Innanzitutto, in pochi hanno chiaro il fatto che il referendum riguardi solo le installazioni già esistenti, mentre la possibilità di concedere nuove concessioni in futuro, con la relativa messa in opera di impianti e sealine, è già ad oggi vietata per legge.

In secondo luogo le piattaforme di trivellazione italiane situate lungo le coste adriatiche e ioniche estraggono quasi esclusivamente gas e non petrolio*, quindi tutti gli scenari apocalittici con ondate di greggio che devasterebbero le nostre coste travolgendo pesci e gabbiani non hanno alcun fondamento realistico.

Per completezza di informazione va anche detto che in oltre sessant’anni di attività estrattiva nessun incidente con risvolti dannosi per l’ambiente è mai occorso agli impianti italiani.

Il quesito referendario implicherebbe l’impossibilità di rinnovare le concessioni in essere alla loro scadenza (di norma trentennale), costringendo gli operatori ad abbandonare giacimenti che, nella maggior parte dei casi, non sarebbero esauriti e potrebbero essere sfruttati fino in fondo senza aggravi di costi, dato che le infrastrutture sono già installate. Inoltre ci sarebbe il rischio, neanche troppo remoto, che tali giacimenti, una volta abbandonati dagli italiani, venissero sfruttati dalle installazioni croate con la tecnica della trivellazione a 45° senza che al nostro paese ne torni un solo euro di guadagno.

Smantellare tutti gli impianti in oggetto costringerebbe a rinunciare immediatamente a circa il 65% del totale della produzione nazionale di gas fossili e questo fabbisogno di combustibile non sarebbe sostituibile in tempi brevi con altre fonti rinnovabili. Ci troveremmo, così, ad avere un aumento delle importazioni dall’estero con un duplice danno: aggravio di costi di importazione che peserebbero negativamente sulla bilancia dei pagamenti del nostro paese e aumento dell’inquinamento prodotto dal maggior traffico di navi gasiere nei nostri mari. Alla faccia degli intenti ecologisti da gazebo.

Tutto questo indovinate su chi si ripercuoterebbe? Ma ovviamente sulle tasche di tutti noi con un aumento delle bollette energetiche.

Provo a sfatare sinteticamente altri miti e leggende raccontati a margine del referendum.

Il risultato non influirebbe minimamente sull’aumento o diminuzione dell’attività estrattiva del petrolio: infatti nel nostro paese non esistono giacimenti di questo fossile entro le dodici miglia dalle coste e la maggior parte di essi sono a terra.

Le Tremiti non saranno mai toccate da nessuna trivella: si trattava di uno studio di prospezione oltre le dodici miglia, la cui validità è scaduta per rinuncia della compagnia coinvolta.

Studi scientifici dimostrano che i terremoti non si collegano minimamente all’attività estrattiva poiché i sedimenti si deformano in maniera plastica al passaggio delle trivelle, ovvero il meccanismo opposto rispetto a quello che genera uno scisma, come ha dimostrato l’ISPRA.

Altra questione fondamentale è l’impatto economico locale: le regioni coinvolte affermano, infatti, che le piattaforme danneggerebbero il turismo. Se andiamo a leggere i rapporti sul turismo nella riviera romagnola scopriamo che nel 2015 vi è stato un positivo incremento di circa 4 punti percentuali e le trivelle sono sempre state li. Flessioni o crescite dei flussi turistici sono legati quasi esclusivamente a fattori atmosferici, economici e geopolitici (terrorismo in nord Africa).

Al contrario, tenendo come esempio l’Emilia Romagna, la dismissione di tutti gli impianti comporterebbe la perdita di 6000 posti di lavoro in soli due anni.

In conclusione diamo anche uno sguardo al futuro energetico del nostro paese.

La strada deve essere quella delle fonti di energia rinnovabili, ma ad oggi non sarebbero sicuramente sufficienti a coprire il fabbisogno nazionale. Basti pensare che importiamo circa il 13% di energia elettrica dall’estero, senza considerare gli altri combustibili necessari e che, a questo dato, va aggiunto il fatto che i picchi energetici sono determinati da fattori climatici: durante l’inverno il fabbisogno di gas ed energia elettrica tocca le vette massime, seguito a breve distanza dai livelli estivi. Con stagioni sempre più “estreme” la domanda energetica nazionale non può che aumentare e il gas metano è considerato il combustibile fossile meno inquinante, tanto da essere definito “bridge” dall’Unione Europea verso le fonti rinnovabili.

Insomma, il voto che dovremo dare nella cabina elettorale, non ha alcunché di ideologico, morale o politico, ma semplicemente si risolve in una scelta di buon senso, dove la convenienza economica ed ambientale indicano una scelta obbligata verso il NO, o meglio, l’astensione.

Un voto irresponsabile, ancora una volta, metterebbe in difficoltà sul breve periodo il nostro paese già straziato da centinaia di problemi strutturali.

Le energie che si stanno spendendo su questa campagna referendaria potrebbero essere investite, per una volta, in un progetto di visione, concreto e a lungo termine, per definire lo sviluppo delle politiche energetiche del nostro paese.

Questo sì, farebbe bene all’ambiente, all’economia e al futuro di questa Italia

*su questo punto non si trovano dati certi, in ogni caso andiamo dall’assenza di attività estrattiva del greggio, secondo alcuni, ad una percentuale massima inferiore al 15% secondo altri.

Federico Figini

Liceo Classico – Economia e Gestione aziendale – Imprenditore – Convinto che questo Paese si possa e si debba cambiare

4 Risposte

  1. Ottavio

    No! a centrali nucleari= Maggior costo x l’energia +maggiore importazione…..con conseguenti maggiori spese per tutti compresi i negazionisti.

    No a trivelle, (ossia Sì al referendum) = Maggior costo x l’energia +maggiore importazione…..con conseguenti maggiori spese per tutti compresi i negazionisti………

    Conclusione?……. Ai tempi del referendum nucleare, ci ritroviamo circondati a 180° da queste !….Oggi con il referendum, Nò a trivelle ci ritroveremo a dover comprare il gas che ci serve, non solo dalla Croazia ( Come spiegato da Federico Figini in modo inequivocabile)
    ma anche da tutti i paesi confinanti, in tutta la zona adriatica.

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  2. Storno

    Ma perché sull’argomento non si riesce a leggere mai nulla che non contenga manipolazioni?
    A) “Smantellare tutti gli impianti in oggetto costringerebbe a rinunciare immediatamente a circa il 65% del totale della produzione nazionale di gas fossili”
    Nessun impianto verrebbe smantellato costringendo “immediatamente” …, la maggior parte verrebbe smantellata tra una ventina d’anni ed alcuni giacimenti sarebbero esausti
    B) “Tutto questo indovinate su chi si ripercuoterebbe? Ma ovviamente sulle tasche di tutti noi con un aumento delle bollette energetiche.”
    Il costo in bolletta dipende dal costo dei combustibili a livello mondiale, dire che la chiusura di minipozzi di gas avrebbe influenza, …
    C) “…Basti pensare che importiamo circa il 13% di energia elettrica dall’estero,…” La nostra capacità produttiva di energia elettrica è di molto superiore al fabbisogno. L’importiamo soprattutto nelle ore di minor consumo perché le centrali nucleari non possono modulare l’energia prodotta e quindi quando i consumi sono ridotti la vendono sottocosto

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