Islamisti, interventisti e “umanisti”: la profana alleanza

Quelli che in buona fede interpretano l’attuale dispiegamento della barbarie teocratica islamica come effetto di azioni occidentali, hanno quasi sempre una cosa in comune: loro ignorano o trascurano la natura dell’Islam e la storia del Medio Oriente. Infatti, solo persone che non hanno letto i testi sacri musulmani e non hanno studiato il diritto musulmano, potrebbero non comprendere la totale e inconciliabile incompatibilità del musulmanesimo con qualsiasi nozione di libertà, razionalismo e democrazia. E solo chi non ha studiato seriamente l’evoluzione storico-politica, religiosa e ideologica del Medio Oriente, potrebbe indicare l’Occidente e Israele come i responsabili principali per il sottosviluppo e il fallimento dei paesi arabi a modernizzarsi e progredire.

La violenza teocratica islamica non è principalmente una risposta a interventi dell’Occidente, bensì un’espressione autentica di caratteristiche costitutive dell’Islam, come peraltro prova solennemente anche il fatto che la violenza teocratica islamica viene oggi esercitata anche in paesi dove non c’è presenza occidentale, come le Filippine, l’Indonesia, la Nigeria ecc; ma anche il fatto triste della mancanza totale di condanne massicce contro il terrorismo islamico e manifestazioni di solidarietà verso i popoli occidentali, da parte del mondo musulmano. Al contrario perfino fra i cosiddetti musulmani moderati si registrano percentuali alte di sostegno al terrorismo islamico, o perlomeno di tolleranza verso di esso, e nel migliore dei casi loro condannano le azioni terroristiche dei loro correligionari in modo tiepido, individuale e puramente formale.

Dall’altra parte il fatto che la leadership americana ed europea ha creduto durante gli ultimi due decenni di poter democratizzare questi paesi sottosviluppati, e in parallelo integrare nelle nostre società popolazioni provenienti da essi, fu un errore fatale e tragico, dovuto all’illusione di onnipotenza che regnava sovrana dopo la caduta dell’Urss, come si legge negli scritti di quel periodo di esperti e pubblicisti come Fukuyama, Krauthammer, Kehone, Nye, ecc. Obiettivo degli interventi nel Medio Oriente non erano dei benefici economici immediati (ad esempio il controllo dei giacimenti petroliferi), come semplificano certe spiegazioni economicistiche, anch’esse caratterizzate da ignoranza dei fatti e dei dati, bensì la trasformazione delle società mediorientali in senso democratico e la loro entrata nel contesto istituzionale ed economico occidentale, come accadde con la Germania e il Giappone dopo la loro sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Il piano mirava a risultati di lungo termine e non a vantaggi immediati. Gli interventi sono stati decisi dalla leadership politica americana e sono stati sostenuti da una parte di quella teorica, mentre l’apparato militare e le compagnie petroliere le affrontavano di regola con scetticismo, o anche con aperto disaccordo. Gli interventi hanno destabilizzato il Medio Oriente, distruggendo alcuni dei regimi che tenevano relativamente sotto controllo la regione, mentre in parallelo la stessa linea ideologica permetteva la formazione incontrollata di comunità musulmane all’interno dell’Occidente.

Dunque quello che ha portato alla situazione odierna non è da identificarsi nella malvagità e il cinismo di alcuni attori economici e militari, come per tantissimi è comodo credere, bensì, completamente al contrario, nell’idealismo messianico che permea tanto gli interventisti quanto i vari “umanisti”. Credere che nel periodo storico in cui ci troviamo sia possibile che i paesi musulmani si democratizzino, e che comunità musulmane possano integrarsi nelle società laiche e liberali occidentali, costituiscono le due facce della stessa medaglia; e infatti, spesso a crederlo sono le stesse persone. Tanto gli interventisti dell’espansione della democrazia quanto gli “umanisti” delle frontiere aperte, si muovono dalla stessa interpretazione e concezione messianica, irrazionale e astorica sul mondo moderno, e conseguentemente negano la manifesta radicale incompatibilità tra Islam e democrazia che ho menzionato sopra, e ho spiegato più dettagliatamente nel passato recente. Gli interventisti, aspiranti diffusori della democrazia, e gli “umanisti”, aspiranti salvatori dei poveri e perseguitati, sono corresponsabili per la drammatica realtà odierna, malgrado spesso ritengano di trovarsi in contrasto fra loro.

È poi indicativo il fatto che ultimamente tanti politici e analisti, volendo separare il problema dei profughi e immigrati da quello del terrorismo islamico, ripetano che i terroristi sono immigrati di seconda generazione e non profughi o immigrati attuali, senza capire che questa loro constatazione costituisce un’assordante argomento proprio a favore del divieto di insediamento di ulteriori musulmani in Europa e negli USA, e anche a favore dell’imposizione di un controllo molto severo sulle comunità musulmane già esistenti.

La strategia era la seguente: espandiamo la democrazia al mondo arabo, cosicché lo facciamo entrare nelle nostre istituzioni politiche ed economiche assicurando per sempre i nostri interessi e la nostra sicurezza, mentre in parallelo permettiamo l’entrata massiccia di musulmani nell’Occidente, allo scopo di integrarli nelle nostre società. La strategia giusta è quella perfettamente inversa: collaborazione con i regimi arabi secolarizzati che imbrigliano la barbarie teocratica islamica – ma anche con regimi islamici disposti a collaborare, che non incoraggiano la violenza contro di noi – e insediamento estremamente ristretto e selettivo di musulmani in Occidente. L’Italia ha collaborato benissimo con la Libia di Muammar Gheddafi, come fa oggi con il governo militare d’Egitto, e naturalmente i grandi paesi petroliferi islamici, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, sono collaboratori fissi dell’Occidente. Vale a dire che non bisogna rendere i paesi arabi democratici, né occuparli militarmente, al fine di promuovere i nostri interessi, anzi. Inoltre, se questi paesi dovessero diventare un giorno democratici, ciò accadrebbe grazie al loro percorso storico, grazie a persone illuminate che emergerebbero dal loro interno e li guiderebbero lontano dalle tenebre teocratiche, come accadde alcuni secoli fa in Europa. Noi dovremo appoggiarli e perfino ispirarli, ma non è missione che possiamo compiere noi.

Più verrà posticipata l’adozione di questa strategia, più estrema sarà la maniera in cui dovrà essere eseguita, peggiore l’evoluzione per gli stessi musulmani che vivono in Occidente, e in genere per le nostre società.

Sotirios Fotios Drokalos

(Atene, 1981) Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Laurea in Scienze Giuridiche, entrambe presso l’Università di Bologna. Autore dei libri «Cristianesimo sanguinario. La devastazione del mondo greco-romano» (Yume Edizioni, Torino, 2014), e «Imperialismo Romano. Scelta di élite o di popolo?» (Edizioni Saecula, Vicenza, 2015). Suoi testi vengono pubblicati da riviste e siti di storia e di politica.

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