Perché Trump c’entra poco o niente con Berlusconi

Quelli che dicono che Trump è come Berlusconi non hanno mai capito niente di B e hanno contribuito a farlo vincere per vent’anni. È il classico difetto di prospettiva dell’osservatore narcisista, da Zingales a Rampini, più innamorato delle peoprie idee e del proprio posizionamento rispetto a un’analisi profonda della realtà. In questo senso il parallelo fra i due appare molto seducente: affascina perché si basa su alcuni aspetti appariscenti (ricchezza, capelli, rappresentazione dell’americano/italiano medio…) e consente di sedersi subito dalla parte (opposta) della ragione, senza troppe domande. Anzi, sembra confermare le posizioni già espresse sul berlusconismo. Come a dire: vedete, è successo anche in America, è una malattia infantile latente nell’animo umano (almeno in quello occidentale) e che può risvegliarsi fra i bifolchi di questa parte di mondo. Convalida la teoria del Berlusconi archetipo negativo e, proprio come gli archetipi in psicanalisi, ci aiuta a fare previsioni sul futuro.

È chiaro: alcune analogie personali fra i due miliardari populisti e sedicenti outsider ci sono, ne abbiamo già citata qualcuna. Ma ciò su cui ci dobbiamo concentrare per comprendere un fenomeno politico non è tanto il protagonista (che detestiamo) quanto il movimento sociale che vi sta dietro. E qui parliamo di mondi diversi. Il primo B riuscì a fare una coalizione (non ben impastata, ma forse con un progetto) che andava dai Radicali a Bossi, passando per Casini e Alleanza Nazionale. Ve la immaginate Emma Bonino alleata di Trump? E gli ex DC? E secondo voi tutta quella parte di establishment alla Monti, e di borghesi e di moderati veri avrebbe mai votato per il newyorkese?

Al di là della totale diversità di contesti, molto si deve anche alla comunicazione. Non bastasse pensare alle maschere dei due candidati (il muso incartapecorito di Donald contro il perenne sorrisone di plastica di Silvio) pensiamo al debutto dei due: la famosa cassetta “Amo l’Italia…” in confronto al pacchianissimo esordio nella Trump Tower. Il primo si poneva nei modi e nei programmi come il leader della parte di Paese che aveva fino ad allora governato l’Italia, contro quella parte politica che sempre era stata all’opposizione “perché legata a doppio filo con un passato illiberale”, e che quindi era opportuno vi restasse. O anche, in una versione più sciocca e puerile (che poi ha decisamente preso il sopravvento) come il cavaliere azzurro giunto per salvarci dalla minaccia rossa e riportarci alla prosperità anni ’80 (in fondo era il decennio prima). Anche superate, abbastanza presto, le pose da statista Berlusconi è sempre stato soprattutto un seduttore degli astanti: punta a starti simpatico più che antipatico, a buttarla in farsetta più che a scavare trincee. La comunicazione di Trump è sempre stata molto più radicale, contro Repubblicani come contro i Dem perché sono tutti degli idioti incapaci o disonesti che stanno affossando il Paese: e bisogna tornare a vincere contro la Cina e il Giappone. Berlusconi ha sempre cercato più di confederare, di fare maggioranza venendo a patti con lo status quo per sconfiggere un avversario comune; Trump invece ha una comunicazione molto più aggressiva e di rottura, anti-sistema, più vicina al “vaffanculo” di Grillo.

Effettivamente la capacità di conquistare sempre le prime pagine è una prerogativa che accomuna tutti gli aspiranti leader di rottura. Nel caso di Grillo e Trump il gioco ha funzionato molto facilmemte perché si tratta di personaggi già noti e amati dal loro pubblico. La polemica di un vip avrà sempre più risalto di quella di un uomo qualunque: questo crea un vantaggio obiettivo per gli aspiranti saltimbanco popolari, che probabilmente si paleserà anche in futuro. C’è da segnalare però anche la differenza con Grillo: a Beppe è bastato farsi inseguire dalla nostra stampa facilona, che con la scusa di “capire” ha trasmesso ore e ore di suoi monologhi in tv, mentre lui non rilasciava nemmeno interviste; Trump il ruolo del bullo l’ha dovuto recitare in miriadi di interviste e soprattutto nell’interminabile serie di dibattiti televisivi fra i candidati repubblicani.

Ma tornando a B la grande differenza sta nella diversa polarizzazione dell’elettorato. Berlusconi portò il bipolarismo e l’alternanza che sembrava normalizzare un caso, quello italiano, quasi unico nell’Occidente. Trump si è inserito nel più importante bipolarismo del mondo e ha fortemente contribuito (assieme all’incapacità dell’apparato repubblicano, al fenomeno Sanders, alle tiepidezze della Clinton) a tripartire lo scenario americano. Una parte, votata prevalentemente da giovani e donne, di ispirazione puramente socialdemocratica effettivamente nuova in America; una fazione “moderata”, sostenuta dall’establishment, che si può rispecchiare nella Clinton ma anche in parte dell’apparato repubblicano; e infine la fazione nazionalista, populista, integralista religiosa e un po’ razzista di Trump (ma anche di Ted Cruz). Come giustamente osservato in questo interessante scambio su noisefromamerika quest’ultimo elettorato “bifolco” è composto soprattutto da chi è rimasto schiacciato dagli effetti collaterali della globalizzazione, e si illude che un qualche leader populista possa riportare il mondo a come era 30 anni fa. Niente più globalizzazione, competizione, minaccia islamica, difficoltà di integrazione, rivoluzione tecnologica, diritti degli omosessuali… Questa parte politica sembra somigliare molto più a Salvini, Le Pen, Ukip e compagnia che alla vecchia Forza Italia. Berlusconi avvicinò l’Italia all’America bipolarizzando il Paese sulla propria persona e dando una nuova casa a chi già era maggioranza nella prima repubblica; Trump sta avvicinando l’America all’Europa portando a votare quella grande parte di America fino a lui impermeabile al bipolarismo USA. Berlusconi riuscì a confederare gran parte dello status quo; Trump arriverebbe a sfaldare il Partito Repubblicano che non lo sosterrebbe nemmeno una volta vinte le primarie.

Ma la differenza più grande che trovo fra i due si basa su un pronostico molto personale. Penso e spero che Trump sarà un personaggio abbastanza passeggero (mentre penso il contrario sul populismo di destra, anche targato USA) e sia pressoché impossibile che diventi presidente degli Stati Uniti. Perlomeno non questo Trump (perché sta solo recitando una parte). Non credo abbia i numeri e la personalità per focalizzare il Paese su se stesso, diventare leader di tutti, vincere e rivincere elezioni aperte contro candidati validi che non lo sottovalutino, contro l’establishment potente americano, contro interi gruppi etnici e religiosi che ne sono spaventati, contro un elettorato Democratico che troverebbe assoluta compattezza contro di lui, contro lo stesso apparato Repubblicano. Diciamo che Berlusconi, per mille motivi, proprio di passaggio non è stato.

Stefano Leanza

Nato a Milano un ventennio fa, studio Giurisprudenza a Roma. Penso liberale e scrivo di giustizia e garantismo. Blogger per hobby, sono appassionato di giornalismo politico e sportivo.

2 Risposte

  1. Koblet

    Non per far polemica: concordo praticamente con tutto ciò che hai detto, ma se ben ricordo l’analogia che Zingales fece tra i due personaggi non riguardava nessuno degli aspetti da te menzionati. Il discorso (che era fatto più per criticare determinati problemi di trasparenza nel congresso USA piuttosto che demonizzare il Cavaliere.) era che sia Trump che Berlusconi bypassano quel meccanismo di clientelismo tra azienda e deputato tipico del sistema americano portando direttamente le proprie aziende in Congresso/Parlamento/Governo.

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