Turismo balneare e Bolkestein, una svolta liberale

spiaggia-riccione(1)La politica locale, per chi ha la fortuna/sfortuna di vivere in quel pezzo d’Italia che si affaccia su coste ricche di stabilimenti balneari (in Romagna li chiamiamo “bagni”), da anni è angustiata dalla famigerata “direttiva Bolkestein”.
Sarà il nome di per sé inquietante, sarà che già anni addietro si era imbastita una campagna apocalittica al grido di “privatizzano e deregolamentano tutto”, sarà che basta chiudere questa pagina o spostarsi di qualche chilometro nell’entroterra per vedere il tema sparire, ma credo che la vicenda sia emblematica e meriti attenzione, anche perché il settore economico di cui parliamo non è di certo irrilevante.

La direttiva Bolkestein è appunto una direttiva europea partorita nel lontano 2004 dal commissario europeo Frits Bolkestein (liberale olandese) con l’obiettivo di facilitare la circolazione di merci e servizi nel mercato unico europeo. Dopo una levata di scudi da destra e da sinistra contro la deregulation che si sarebbe verificata nel mercato del lavoro e dei servizi (nel testo originario si sanciva il principio del paese di origine, cioè l’applicazione delle norme del paese di origine sulla persona che svolge il lavoro in altro Paese UE, con la possibile esportazione ad ovest del modello dei paesi dell’est), si è radicalmente cambiato il testo della direttiva proprio per evitare queste problematiche “sociali”. Il Parlamento Europeo l’ha votata nel 2006 e l’Italia l’ha recepita nel 2010.

Le crociate delle sinistre e delle destre sociali si sono così placate, ma ad alcune categorie non è andata altrettanto bene. È il caso dei balneari appunto, per i quali sono rimaste in vigore diverse indicazioni liberiste della direttiva, che si traducono nella messa all’asta (vedremo poi in che forma) delle loro concessioni ogni tot anni.

Fino a oggi gli stabilimenti balneari sono stati concessionari del demanio, in pratica una sorta di affitto visto che la spiaggia è di proprietà pubblica, pagando per giunta dei canoni ridicoli. Ora andare all’asta significa che devono pagare per il reale valore delle loro attività e della loro posizione, potrebbero arrivare nuovi gestori al loro posto, potrebbe arrivare qualcuno a scalzare le rendite di posizione di quella porzione di balneari che ha lo stesso stabilimento in concessione da decenni, ne ha fatto una seconda casa e lo gestisce giusto per tirare a campare (e danneggiare il turismo con un’offerta scadente).

Tuttavia non sono solo i balneari a opporsi, ma anche una larga fetta della popolazione delle località di mare che invece non avrebbe che da trarne giovamento. Per quale motivo? “Ah, dopo non sai chi arriva…”, “Accorperanno gli stabilimenti”, “Meglio i bagni a gestione familiare, non vogliamo le grandi strutture”. La tipica mentalità italiana del “piccolo è bello”, della paura verso il big business e gli investimenti esteri, la mentalità del declino.

Il piccolo stabilimento a gestione familiare avrà anche creato un clima rassicurante per i turisti e tante piccole imprese flessibili, ma oggi la richiesta di servizi è molto maggiore rispetto a trent’anni fa, si domandano cose che i piccoli stabilimenti non possono offrire, mentre i grandi sì. 

Smuovere le acque stantie del comparto balneare non può che far bene al settore, anche se ci si scontra con un’altra obiezione, questa volta fondata: chi ha fatto degli investimenti importanti negli anni precedenti, se perdesse la concessione rischierebbe di perdere tutto e allora sarebbe incentivato a non investire. Che fare allora? La risposta è spingersi ancora oltre: non mettere all’asta le concessioni ogni tot anni, non chiedere assurde e lunghissime proroghe delle concessioni come stanno facendo i balneari in queste settimane, ma mettere all’asta direttamente le spiagge, venderle definitivamente. Si lascia l’obbligo di garantire a tutti l’accesso alla spiaggia, si lasciano pubblici i primi metri dalla battigia, si impongono norme stringenti in fatto di edificazione ed una percentuale dei proventi dell’asta viene data ai precedenti gestori come indennizzo per gli investimenti passati. Ma la spiaggia diventi di proprietà di chi ci investe e ci lavora, senza temere di vedersi portar via tutto dopo pochi anni. Solo così si possono permettere investimenti di lungo termine, innovazioni, assenza di distorsioni del mercato.

Questa proposta ha trovato la fiera opposizione soprattutto di gruppi ambientalisti, ma per quale ragione privatizzare dovrebbe per forza produrre un degrado ambientale, soprattutto se si rispettano i paletti indicati sopra? Cosa cambierebbe rispetto a ora, che molti gestori degli stabilimenti si comportano come se fossero di fatto proprietari? Dov’erano questi ambientalisti quando, col sistema delle concessioni e non con la privatizzazione, si è prodotta una marea di brutture e cementificazione sulle nostre spiagge? Allora perché la privatizzazione dovrebbe per forza essere peggio?

Dalla fine del boom economico in poi si è sempre assistito a una concentrazione del turismo balneare proprio sulla spiaggia, coi clienti che lasciavano gradualmente perdere anche quello che stava a poche centinaia di metri più a monte. Qualcuno pensa che tarpando le ali agli stabilimenti balneari si possa evitare tutto questo e ritornare ai bei tempi andati, ma un turista non va in vacanza per farsi scegliere il menù dal politico di turno, così facendo cambierebbe destinazione.

Bisogna invece assecondare con buonsenso questa tendenza del mercato, permettendo un’espansione dell’offerta in spiaggia (ristorazione, aperture serali, feste, servizi di benessere, attrezzature sportive, spettacoli e via dicendo), senza però deturpare il paesaggio o danneggiare la qualità della vita altrui. La privatizzazione delle spiagge è la base su cui costruire progetti di così grande respiro, solo l’essere proprietari di quegli stabilimenti può spingere i gestori a grandi investimenti di lungo termine, senza rischiare che arrivino altri ad appropriarsene.

Ma proprio in luoghi dove l’industria turistica dovrebbe essere più all’avanguardia, vediamo in azione i conservatorismi di destra e di sinistra, l’idea balorda che “si sposti tutto verso la spiaggia”, quando invece si lascia solo la possibilità di andare dove si vuole, di offrire il servizio che si vuole e di stare aperti quanto si vuole, poi saranno i clienti a decidere come e quanto spostarsi. Così bisogna “mantenere gli equilibri”, congelare lo status quo, evitare scosse che invece sarebbero più che salutari, almeno sul lungo periodo, per vivacizzare la concorrenza e costringere le attività tradizionali (ristoranti, bar, locali notturni) a innovarsi per mantenere la clientela.

Prevale un’ottica sempre negativa e pessimista, non si vogliono vedere le opportunità, visto che molti stabilimenti potrebbero decidere di affittare la ristorazione o l’intrattenimento serale proprio a chi svolge questo mestiere da una vita (e alcuni lo stanno già facendo). Ma per fare questo bisogna abbandonare la logica della piccola azienda familiare dove decide tutto il padre-padrone, per pensare invece ad allargarsi e diversificare, formare società con più persone. In una frase, adottare una mentalità compiutamente capitalista.

Ah, se pensate che i nostri governi finora abbiano reagito a tutto questo con la proroga a iosa delle vecchie concessioni balneari, ebbene… lo hanno fatto!

Pierpaolo Cecchi

Libertario, studente all'ultimo anno nel corso specialistico di economia finanziaria all'Università in Bologna, vivo da sempre in Romagna (per la precisione a Cervia) e sono local coordinator per Students for Liberty.

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