Le occasioni sciupate dal governo Renzi in tema di riforme strutturali

Riguardo alle occasioni sciupate, l’Italia è da sempre leader indiscusso. Volendo restringere l’ambito dell’indagine, conviene concentrarsi sul presente e più specificamente sull’attuale percorso di riforme strutturali che pare volgere al termine. Quello che segue è un discorso sul “migliore dei mondi possibili” di Leibniziana memoria. Tuttavia, mentre il filosofo di Lipsia riteneva fosse quello esistente il migliore dei mondi possibili, la presente è una discussione su ciò che dovrebbe essere ma purtroppo non è.

Iniziamo dalla legge elettorale. Dopo innumerevoli consultazioni e trattative, la maggioranza parlamentare riesce finalmente ad approvarne una che si sostituisca al terrificante Consultellum. L’Italicum costituisce un sistema proporzionale corretto con un doppio turno eventuale, un premio di maggioranza da attribuire alla singola lista e una soglia di sbarramento. Il pregio è sicuramente quello di consegnare il governo, immediatamente e senza dubbi, alla forza politica che ottiene il maggior numero di voti.

Non mancano tuttavia le zone d’ombra: anzitutto l’ammissibilità delle candidature multiple. I parlamentari italiani di spicco proprio non ce la fanno a rischiare la poltrona. Mentre, in Regno Unito, David Cameroon in persona si mette in gioco ad ogni tornata elettorale candidandosi in una sola constituency, nel Bel Paese non corriamo il rischio di perdere un parlamentare come Alfano, leader di un partito insipido con percentuali millesimali, perché può proporre la sua candidatura in dieci collegi. Da qualche parte, l’eccellente NCD raggiungerà pure il quoziente necessario per accedere in Parlamento. E c’è da scommettere che Alfano sarà il primo nel listino bloccato di quel collegio, e quindi sarà eletto. Ulteriore manchevolezza dell’Italicum è quella di non aver imposto i collegi uninominali. In un’epoca in cui i rappresentanti del popolo sono così lontani dai rappresentati, una scelta simile avrebbe assicurato uno stretto rapporto tra il parlamentare e il suo collegio. In Regno Unito, una volta a settimana l’MPS si sposta da Londra per curare la sua constituency, altrimenti non viene rieletto.

Il migliore dei mondi possibili, in tema di legge elettorale, si direbbe che esista e sia collocato al di là della Manica. Il first-past-the-post è un sistema maggioritario, il cui risultato elettorale si ottiene attraverso la somma dei risultati conseguiti in ogni constituency. In altre parole, non conta il numero totale dei voti conseguiti da una lista. Ogni constituency esprime un seggio, a cui concorrono diversi candidati. Il candidato che ottiene la maggioranza relativa in quella constituency ottiene il seggio. Per questo, può darsi il caso che un partito ottenga un considerevole numero di voti totali, ma che non riesca ad accedere alla House of Commons per non aver conseguito la maggioranza in nessuna constituency. Non si deve ritenere che questo sistema sia distorsivo della volontà popolare perché, rispetto al sistema proporzionale a cui siamo abituati, i presupposti sono completamente diversi. E’ come una “gara” per il seggio, il partito che vince più “gare” ottiene la maggioranza. Questo sistema è perfetto per assicurare la governabilità senza bisogno di grosse coalizioni (le ultime legislature costituiscono casi eccezionali nella storia britannica, e comunque si tratta di piccole coalizioni). Ma cosa molto più importante, in questi tempi bui, è che nessuna legge elettorale riesce meglio a neutralizzare i populismi. Gli urlatori da bar vengono penalizzati dal voto utile. Esempio lampante è il clamoroso flop dello Ukip di Farage. Per altro, a differenza dell’Italicum, raggiunge l’obiettivo della governabilità senza le distorsioni proprie del premio di maggioranza.

Quindi, la prima occasione persa è la mancata trasposizione di un sistema elettorale di indubbio successo, non distorsivo e assolutamente meno cervellotico di quello attualmente vigente.

Parlando di riforme costituzionali, le occasioni perse sono molte. Nel migliore dei mondi possibili le Regioni non esisterebbero. Guardando ai risultati conseguiti dopo quarantasei anni di regionalismo, al netto del trionfo del provinciale campanilismo tutto italiano, abbiamo:

  1. La costituzione della peggior classe politica che l’occidente democratico abbia mai visto (appunto, quella regionale). Si va dalle banali corse al vitalizio alla più istrionica rimborsopoli.
  2. Un carico di conflitti di attribuzione senza precedenti in capo alla Corte Costituzionale. La Consulta è completamente intasata a causa di una divisione di competenze inefficacie tra Stato e Regioni.
  3. L’impossibilità per un governo ben intenzionato (ove mai se ne presentasse qualcuno) di implementare la tanto agognata spending review. L’amministrazione spetta per lo più ai livelli di governo più bassi, quindi sono le Regioni a disporre della sanità e della stragrande maggioranza delle società partecipate. Il Governo non può tagliare gli sprechi che contengono perché lederebbe l’autonomia accordata dalla Costituzione alle Regioni. L’unica cosa che può fare è ridurre i finanziamenti diretti agli enti locali, saranno poi gli enti locali a dover ripartire i tagli. E guarda caso, non colpiscono mai gli sprechi.

Ulteriore profilo critico è l’istituzione di un Senato che non risponde a logica alcuna. Non si capisce che senso abbia ridurre l’autonomia delle Regioni e poi attribuire loro una rappresentanza a livello centrale. Questa è schizofrenia legislativa. L’esiguo numero di Senatori previsti crea seri problemi per l’esercizio dei poteri elettivi delle Camere. Di fatto, l’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici della Corte Costituzionale potrà essere ottenuta con il solo contributo della maggioranza parlamentare, senza bisogno di una concertazione con le minoranze. Questo è molto grave, in quanto le cariche in questione sono tutte inerenti ad organi di garanzia costituzionale. Non è chiaro neppure come facciano i Sindaci a partecipare alle commissioni parlamentari e contemporaneamente a svolgere con efficienza il proprio incarico principale.

Bisogna tuttavia riconoscere che l’approvanda legge di revisione costituzionale, combinata con l’Italicum, sarebbe in grado di assicurare la stabilità dell’esecutivo che è sempre mancata all’Italia.

Alcuni critici ritengono che la stabilità del Governo sia una minaccia per la democrazia. È un’affermazione destituita di fondamento da alcuni dati di fatto facilmente osservabili, basta guardare alle democrazie di più lungo corso come quella inglese, francese e americana, Stati che non hanno mai subito un’involuzione antidemocratica e tutti accomunati da un Esecutivo stabile. Al contrario, è la democrazia precaria che si trasforma in un regime autoritario, come insegna la storia italiana e tedesca. La cifra della democrazia non è la frequenza delle crisi di Governo, bensì l’alternanza delle forze politiche, che si realizza alla scadenza naturale della legislatura. Gli Stati ingovernabili, oltre ad essere facili prede dell’uomo forte di turno, sono anche soggetti al populismo endemico. Il governante, per riuscire a rimanere in bilico sul filo del rasoio, è portato a soddisfare i più turpi istinti popolari piuttosto che a risolvere i veri problemi. Non è con il Movimento 5 stelle che nasce il populismo italiano, ma con la Democrazia Cristiana che fa esplodere la spesa pubblica al fine di accaparrarsi qualche voto nella campagna elettorale permanente che è la politica di casa nostra.

È anche vero che le riforme costituzionali dovrebbero essere il più possibile condivise, e non approvate a forza dalla maggioranza. Bisogna tuttavia rilevare come le opposizioni non siano state affatto collaborative. Qualsiasi argomento, anche quello più improbabile, è utile per sparare sul Governo. In un sistema in cui gli elettori sono abituati a frequenti cambi della guardia, vige la campagna elettorale permanente di cui sopra. Per questa ragione, è sempre e comunque fuori discussione la collaborazione tra maggioranza e opposizione, anche se si stratta di decidere “le regole del gioco”.

Altri argomenti di critica, forse meno complessi ma molto più stupidi, ci vengono forniti da illustri artisti che per un attimo si trasformano in costituzionalisti, giusto il tempo per sparare delle boiate immani. “La nostra è la Costituzione più bella del mondo”. Non solo pare che questi signori non ne abbiano mai letta un’altra, ma si direbbe che non abbiano letto neppure la nostra, prima di tesserne le lodi.

 

Ruggero Pupo

Laurea in giurisprudenza, Master Executive in diritto societario. Appassionato di diritto pubblico e politica.

2 Risposte

  1. Gianuario Cioffi

    La butto lì : magari nella prossima legislatura, con la “calma” data da una maggioranza stabile (=monopartitica) , si avrà più lucidità per migliorare queste e altre riforme.
    Dobbiamo solo portare pazienza, e sperare che si voti tra gennaio e marzo 2017.
    “Adda passà ‘a nuttata” (cit. Edoardo DeFilippo)

    Rispondi
    • Ruggero Pupo

      Se è un auspicio lo condivido. Se è una previsione purtroppo no. E’ altamente improbabile che il PD, partito che governa la stragrande maggioranza delle Regioni, riesca ad eliminarle. E’ altamente improbabile che, scampato il pericolo dell’attuale riforma costituzionale e del relativo referendum, Renzi decida di imbarcarsi in una nuova impresa del genere.

      Rispondi

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata