Feel the Bern

Bernie_Sanders_by_Gage_Skidmore

Le primarie democratiche nel New Hampshire di mercoledì, e i caucus in Iowa del 1° Febbraio hanno dato una certezza e una incognita. La certezza, lungamente prevista, è che sarà una corsa a due: dopo non essere riuscito a raggiungere neanche un punto percentuale di consensi in Iowa, Martin O’Malley ha gettato la spugna e si è ritirato dalla corsa. L’incognita riguarda lo straordinario risultato di Bernie Sanders; fino a novembre i sondaggi davano il Senatore del Vermont secondo in entrambi gli Stati, con un consenso elevato ma non in grado di erodere la leadership della Clinton. Questo distacco si è via via assottigliato, fino a un sostanziale pareggio in Iowa – 49,9 per la Clinton, 49,6 per Sanders – e una schiacciante vittoria di Sanders in New Hampshire, con qualcosa come 21 punti percentuali di vantaggio. È chiaro quindi che la candidatura di Sanders va vista con maggiore serietà, cosa che la sua sfidante ha fatto, annunciando cambi nello staff e un ripensamento nel messaggio politico che sta portando avanti.

Prima di provare a capire le motivazioni di questa sorprendente affermazione voglio fare due precisazioni. In primo luogo, è ovvio che la campagna sia lunga, e che in molti Stati il messaggio di Sanders non avrà lo stesso appeal che può avere nel New England. Stando infatti alle ultime rilevazioni demoscopiche, l’unico Stato al di fuori del nord-est in cui avrebbe una buona chance di vincere sarebbe la California, tradizionalmente lo Stato più liberal, anche se è vero che sono gli stessi sondaggi che hanno sotto-stimato Sanders finora, quindi la cautela è d’obbligo. In secondo luogo, come ho già scritto, ritengo che la Clinton sia il candidato più qualificato e competente, in quanto un Presidente non deve solo vincere una elezione ma anche governare, cosa specialmente difficile con un Congresso ostile. L’entusiasmo e le buone intenzioni da sole non bastano, come testimonia il povero Jimmy Carter. Il problema è che spesso il candidato migliore politicamente non corrisponde al candidato più popolare.

Formulate le premesse, dico apertamente quanto segue: a me Bernie Sanders piace. Mi piace come politico perché, pur non condividendone le idee, lo trovo meritevole di rispetto infinitamente più di tanti altri che affollano il Congresso, le primarie nei due partiti e la politica americana – su quella italiana preferisco stendere un velo pietoso. Sanders può vantarsi di essere intellettualmente e ideologicamente coerente con se stesso sulla maggior parte delle issues almeno fin da quando è entrato in politica nel lontano 1981. Questo non significa che non abbia cambiato posizione su nulla, o che la sua visione del mondo non sia cambiata nel corso degli anni, piuttosto che, al contrario di tanti altri – sto guardando te, Donald – laddove ha cambiato posizione, è stato nel corso di una evoluzione del pensiero e non di un flip-flop dettato dalla convenienza politica – vedi Hillary, Ted, Marco ecc. – privilegiando i principi alla politica. In questo è simile a Ron Paul e Barry Goldwater, sia per l’intransigenza ideologica, che per quell’aria di crociato ideologico inflessibile, ma disposto a negoziare un buon accordo, piuttosto che opporre un secco rifiuto. Lo stesso Sanders, che ha votato come la Clinton il 93% delle volte nei due anni che hanno passato assieme nel Senato, ha dimostrato di poter coniugare idealismo e pragmatismo quando la situazione lo richiede. Va detto che Sanders non è solo rimasto ideologicamente coerente, ma lo ha fatto presentando una proposta quasi eretica in America. Nonostante l’avversione quasi infantile al socialismo, lui continua a dichiarare fieramente di essere un socialista democratico – socialdemocratico sarebbe più corretto, in quanto non vuole superare il capitalismo ma regolamentarlo e il suo modello sono le socialdemocrazie nordiche, ma, si sa, gli Americani adorano mischiare le definizioni di Scienza Politica – e guarda all’Europa come un modello da imitare, e non solo come un bel posto per le vacanze.

Se questi sono motivi sufficienti per avere rispetto per Bernie, la spiegazione del suo successo è più complessa. Una sintesi, corroborata da quanto detto da lui stesso mercoledì intervistato da Stephen Colbert, è che Sanders dia voce a quei milioni di Americani che si sentono penalizzati economicamente e raggirati da Washington. Questo riguarda persone sia di sinistra che di destra, che si scoprono sensibili alla sua visione di un welfare state per tutti, di limitato interventismo all’estero, di tasse più progressive e di meno potere alle lobby che dominano la politica di Washington. In questo è aiutato dal fatto che il suo avversario sembri l’emblema stesso di un sistema elitario inamovibile – la parola “sembra” è chiave, le apparenze contano molto più della realtà, non importa quanto siano discordanti da essa. Non solo, la Clinton ha difficoltà a relazionarsi con gli elettori, ad apparire piacevole e accattivante. Bernie appare molto più disinvolto, come lo zio anziano, un po’ matto ma infinitamente cool a cui tutti vogliono bene; mentre Hillary per mostrarsi al passo con i tempi prova le emoji, Bernie è protagonista di un’infinità di meme su internet; mentre lei è precisa e accademica, lui si sbraccia e si sgola. Artificiale l’una, spontaneo l’altro, dicono le percezioni degli elettori. Questo è stato dimostrato in New Hampshire: non solo Bernie ha vinto con largo distacco, ma lo ha fatto trionfando in ogni categoria sociale, in maniera schiacciante tra i giovani. La Clinton invece si è affermata solo tra gli ultra-sessantacinquenni e la fascia ad alto reddito. Perfino la categoria sociale che sarebbe dovuta essere l’alleata naturale dell’ex Segretario di Stato, le donne, tentennano nel loro supporto alla Clinton, preferendola di poco in Iowa e favorendo nettamente Sanders in New Hampshire. A peggiorare l’immagine della Clinton sono arrivati nel fine-settimana i commenti dell’ex Segretario di Stato Madeleine Albright, che ha affermato che le donne che non si sostengono politicamente (cioè,  che non votano per altre donne) si meritano un posto speciale all’inferno, e della femminista Gloria Steinem, che ha sbrigativamente detto che le “ragazze votano per Bernie perché i ragazzi popolari lo fanno”, lasciando perplesso perfino il solitamente corrosivo Bill Maher. A questi commenti sbrigativi e decisamente controproducenti si sono aggiunte sommesse accuse dal campo clintoniano verso i media, rei di aver danneggiato l’immagine di Hillary; le teorie del complotto non sono una novità – il sexgate di Bill fu definito “una vasta cospirazione della destra” – ma pensare che tutti i media siano dalla parte di Sanders significa scivolare un po’ nel paranoico.

A prescindere da questi passi falsi iniziali, come già detto, la Clinton rimane favorita, e le prossime primarie potrebbero già mettere i bastoni tra le ruote della campagna di Bernie. Il Senatore del Vermont va trattato comunque come un contendente molto più serio di quello che chiunque avrebbe potuto immaginare fino a pochi mesi fa, e anche se dovesse perdere, gli andrebbe riconosciuto il merito di aver introdotto elementi molto più “europei” nel dibattito politico. Per quanto discutibili certe sue idee possano essere, trovo molto più produttivo dibattere sui meriti di una sistema sanitario pubblico o privato, piuttosto che sull’opportunità di un emendamento costituzionale contro l’aborto o sui server di e-mail privati. Inoltre, una corsa protratta tra i Democratici, unita all’affermarsi di Trump nel GOP potrebbero indurre Michael Bloomberg a candidarsi come indipendente. Questo non solo porterebbe un po’ di qualità nel dibattito politico, ma sarebbe la terza grande occasione in un secolo per un terzo candidato di affermarsi al livello nazionale, dopo il Bull Moose Party di Teddy Roosevelt nel 1912 e la corsa solitaria di Ross Pero nel 1992.

 

Andrea Bonicatti

Italo-americano, appassionato di storia, politica e affari internazionali. Liberale con la "L" maiuscola.

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