Il coma di Schengen

An Austrian traffic policeman verifies a truck as police checks incoming traffic at the border crossing with Hungary in NickelsdorfSchengen se la passa parecchio male: è in prognosi riservata. Con buona pace di Amnesty International, che lunedì scorso si è presentata ad Amsterdam – in occasione della riunione dei ministri europei sul tema della libera circolazione – portando al molo una barca stracolma di manichini con addosso un giubbotto salvagente arancione. Come se invece noi ce ne fregassimo di chi muore in acqua. Come se certe pagliacciate servissero davvero a qualcosa, a parte autopromuoversi.

Comunque, politically correct a parte, il coma di Schengen dura in realtà da qualche anno. Il tir che l’ha investito, carico di terrorismo, populismo, nazionalismo e vittimismo (vorrei dire anche ipocrisia, ma non finisce in -ismo), ha provocato ferite insanabili che peggiorano di ora in ora, che mettono in ansia i famigliari e preoccupano i suoi medici in Commissione Europea.

Sì, perché Schengen comunque si presentava fisicamente bene: 26 paesi all’interno della sua area, 22 dei quali facenti parte dell’Unione Europea, una moltitudine di squadre di polizia in perfetto coordinamento tra loro e un’infinità di vantaggi commerciali dati dall’abbattimento delle frontiere. E poi, fiore all’occhiello, il bene più prezioso: la libertà di circolare tranquillamente all’interno degli stati aderenti.

La stessa libertà che ha permesso al mitologico Salah – uno che ormai più che un terrorista sembra un personaggio di GTA – di scorrazzare con la macchina in giro per l’Europa dopo uno dei più gravi attentati della storia occidentale. Non solo: il nuovo Trevor Philips sarebbe pure riuscito a far perdere le sue tracce, tornando probabilmente in Siria. Come? Chissà. Pare abbia evitato le strade principali, si sia rintanato nella sua Molenbeek (dove tra le 23 e le 5 la polizia belga non può irrompere in casa, altrimenti disturba), per poi avviarsi verso il califfato con la tranquillità di una sentinella in piedi che legge l’inserto di Famiglia Cristiana davanti al Duomo. Tutto questo passando per cinque o sei confini internazionali e durante un’emergenza planetaria, con la faccia del ricercato più pericoloso d’Europa. Roba che imbarazzerebbe anche l’autovelox che mi ha beccato di fretta all’altezza del casello di Affi.

Certo, il rovescio della medaglia è che ci piaceva un sacco studiare in un’università lituana senza pensare di essere passati al KGB, prenotare un Ryanair a 9,90 per Barcellona e provarci con le estoni in località poco mainstream come Trento o Urbino.

Schengen è cresciuta così: forte delle sue ramificazioni nel settore dell’istruzione, degli svaghi, dei viaggi e della sburocratizzazione di quel marasma di istituzioni austere dell’UE, quelle che ogni tanto i nostri politici prendono di mira per giustificare le proprie inadeguatezze. Nel concreto comunque piaceva a tutti, forse perché ci aveva inebriati come una bella storia d’amore, forse perché l’assenza di confini aveva reso possibile ogni ambizione: come andare a lavorare a Bruxelles, tornare il weekend a casa e spendere meno di quello che costa un Frecciargento Roma-Bolzano. Il punto è che, come nelle più belle storie d’amore, si è felici quando entrambe le parti stanno bene. Quindi, se col mio lavoro ci pagavo mutuo, spesa, casa al figlio fuori sede, università all’altra figlia, cinema il sabato e ristorante la domenica, cosa poteva mai fregarmene dell’immigrato al quale offrono una lezione di sci? Impegnato com’ero a sputtanarmi tredicesima, quattordicesima e premio di produzione alle Maldive, dove potevo trovare il tempo di lamentarmi per gli aiuti dello Stato al vicino di casa marocchino con cinque figli?

Poi abbiamo giocato a Monopoli con le banche, a Cluedo con le organizzazioni criminali e a Risiko con i paesi arabi. Ci siamo lasciati prendere dall’euforia della nostra positività, pensando di poter risolvere i problemi del mondo perché la democrazia e la libertà erano valori di nostra esclusiva competenza, perché tanto ci pensava Amnesty International a farci vivere tutti uniti e felici nel suo mondo rosa confetto.

Non abbiamo capito quanto il “fortino Europa” dipendesse dalle sanguinarie dittature che lo circondavano, che gli affari che facevamo con quei malefici capi di stato garantivano la nostra tranquillità. Così si fa largo nella mente il pensiero che da trent’anni speravamo non ci sfiorasse: non è che la libera circolazione, l’Erasmus, l’università lituana, le estoni a Trento e la Ryanair a 9,90 reggessero grazie a Gheddafi, Assad e Mubarak? Non è che a forza di voler sistemare le cose altrove ce le siamo complicate a casa nostra? Non è che il tir che ha investito Schengen, e che poi l’ha mandato in coma, in realtà era carico della nostra insana spavalderia a livello di politica internazionale?

Non sono un nostalgico, ma a me vivere nel fortino piaceva. Potevo sembrare accogliente senza che arrivassero persone da salvare; potevo apparire come unico baluardo della democrazia, in barba ai tiranni dei miei vicini; potevo fingere di lavorare duramente per risolvere i problemi delle realtà che mi circondavano, inventandomi delegazioni e meeting totalmente inconcludenti, senza dover per forza passare ai fatti.

Magari, col senno di poi, evitando di riempirmi di responsabilità che non mi dovevano competere.

Antonio Megalizzi

Ho un curriculum su LinkedIn e il dovere morale di fargli conquistare un numero decente di visite.

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