Claudio Cerasa, il renzianissimo direttore del Foglio

È passato esattamente un anno da quando, inaspettatamente, Claudio Cerasa è stato scelto come nuovo direttore de Il Foglio.

Inaspettatamente, perché sicuramente nel giornale allora diretto da Ferrara altri giornalisti si lasciavano preferire: Alessandro Giuli, ex vicedirettore ora promosso a condirettore, giornalista colto e brillante, dotato di uno stile di scrittura elegante e raffinato, non adeguatamente valorizzato da Ferrara; Marco Valerio Lo Prete, trentenne, in grado di raccontare l’economia come pochi altri; Pietrangelo Buttafuoco, scrittore talentuoso, che, idee politiche a parte (tendenti verso l’estrema destra; oggi è estimatore e ideologo di Salvini), è uno dei pochi intellettuali di successo (non a caso scrive sulle pagine culturali di la Repubblica e de Il Sole 24 Ore della domenica oltre che per Il Fatto Quotidiano); e altri nomi si potrebbero fare.

Si scelse Cerasa perché era il volto più pop del giornale, quello che meglio incarnava lo zeitgeist, lo spirito dei tempi (di cui Renzi è il miglior interprete politico), con il compito assai difficile di rilanciare un giornale che sopravvive unicamente grazie ai generosi fondi pubblici riservati ai quotidiani di partito (nel 2015 Il Foglio ha ricevuto 400.000 euro di finanziamento statale; evidentemente si predica il liberismo, ma vale solo per gli altri).

Tuttavia, anche chi come il sottoscritto temeva per il destino di un giornale, uno dei pochi fogli di opinione controcorrente nel clima conformista che ammorba le redazioni dei principali quotidiani italiani, si è dovuto ricredere. Se possibile, Il Foglio diretto da Claudio Cerasa è addirittura migliore di quello ereditato da Ferrara, soprattutto per via dell’estensione della foliazione (due pagine in più) e dell’innesto di nuove valide firme (Renzo Rosati, Rocco Todero, Eugenio Cau).

Altre cose funzionano meno: le nuove rubriche sono autoreferenziali e paiono l’imitazione mal riuscita di quelle del Corriere, l’idea di anticipare gli articoli che usciranno il giorno dopo sul cartaceo genera solo confusione nel lettore.

La linea editoriale è rimasta in continuità col passato: Il Foglio ha sposato incondizionatamente la causa del renzismo, pur mantenendo un occhio di riguardo nei confronti della destra berlusconiana o di ciò che ne rimane.

Il Foglio di Cerasa, quotidiano già di centrodestra ormai è concorrente con l’Unità per sostegno a Matteo Renzi, ha scritto Marco Bertoncini su Italia Oggi.

Ma veniamo a Cerasa. È interessante discettarne perché la sua parabola è paradigmatica dell’involuzione (o se preferite della crisi) del giornalismo italiano.

Cerasa, 31 anni, palermitano, arriva a Il Foglio nel 2007 grazie alla segnalazione di Giuseppe Sottile (ma il fatto che il padre fosse un eminente giornalista della redazione romana di Repubblica non deve essere stato indifferente).

In precedenza Cerasa aveva lavorato per tre anni a Capital (assunto all’età di 19 anni) e poi, nel 2004, a La Gazzetta dello Sport diretta dall’amico di famiglia Pietro Calabrese, che poi lo porta con sé quando va a dirigere Panorama.

Prima Comunicazione racconta che all’epoca in cui lavorava a La Gazzetta riuscì a strappare un’intervista, che comparve il giorno dopo in prima pagina, a Roberto Mancini, allenatore dell’inter, solitamente refrattario a concederne.

Cerasa al Foglio inizia come stagista; pochi mesi dopo viene assunto e mette a segno due scoop. Smonta la campagna di stampa sulle maestre di Rignano accusate di pedofilia (mentre quasi tutti i giornali davano credito alle accuse). Ma soprattutto ottiene un’intervista in cui Veltroni annuncia il programma con cui si candida alle elezioni del 2008, dichiarando l’intenzione di non allearsi con l’Italia Dei Valori di Di Pietro.

Da quel momento diventa caporedattore e quindi retroscenista del Partito Democratico. Inizia anche a collaborare con il mensile del Sole 24 Ore, Rivista Studio, GQ, Wired e con programmi televisivi come Le Invasioni Barbariche, Porta a Porta, Virus.

È uno dei primi giornalisti a seguire l’ascesa di Matteo Renzi, intuendone le grandi potenzialità. Ne è talmente affascinato che in poco tempo diviene un suo sostenitore entusiasta, uno dei tanti “giornalisti embedded” renziani sfegatati. Memorabile un imbarazzante panegirico pubblicato su Il in cui narrava le gesta di Renzi a Palazzo Chigi (il giorno dopo Travaglio lo sbertucciò impietosamente sul Fatto Quotidiano).

A Renzi sembra essere dedicato indirettamente il libro che scrisse nel 2013, “Le catene della sinistra”. Libro che ha ottenuto recensioni encomiastiche su tutti i giornali e settimanali e che offre qualche spunto interessante sui vizi e difetti congeniti della sinistra italiana (per la cronaca, io ho trovato talmente repellente come è scritto che mi sono fermato a pagina 39). Civati lo ha liquidato sostenendo, non senza qualche ragione, che la tesi di Cerasa è che “la sinistra debba fare la destra”.

Chissà se tanta adulazione verrà ricompensata da Renzi, sempre riconoscente nei confronti di chi gli è fedele, magari, come si è scritto, con una poltrona al telegiornale di Rai 1 (in lizza c’è però anche la più quotata Maria Teresa Meli, l’ agiografa di corte). Ad accomunare Renzi e Cerasa, oltre alla pochezza culturale, è la sfrenata ambizione. Per dare un esempio, neanche un minuto dopo che Ferrara avevo annunciato in tv la volontà di demandargli la direzione del giornale, su Twitter si poteva notare come Cerasa avesse subitaneamente provveduto ad aggiornare le informazioni biografiche con il nuovo incarico.

E come nuovo direttore, intervistato dal Corriere della Sera, esordiva così: “Penso che Renzi e Berlusconi siano la coppia più bella del mondo. Noi siamo innamorati della grande limonata fra i due”.

Ciò che colpisce in Cerasa d’altronde non è tanto la faziosità o le idee banali, ma lo stile. Una prosa sciatta, estremamente enfatica, con un ricorso frequente ad espressioni grevi e un uso smodato delle metafore, soprattutto calcistiche.

Non va meglio in televisione. L’ultima volta che è andato a Otto e mezzo, impacciato e balbettante, è riuscito a farsi umiliare da Scanzi e ridicolizzare persino dalla Gruber.

Non sappiamo quanto durerà ancora come direttore. Matteo Arpe, banchiere, editore di lettera 43, Rivista Studio e Pagina 99, subentrato a Verdini, Ferrara e Paolo Berlusconi come nuovo editore, si dice sia pronto a rimuoverlo non gradendo l’eccessivo appiattimento del giornale al verbo renziano. In ogni caso è avvilente constatare che alla ribalta vi sia una generazione giornalistica rappresentata da personaggi di infimo livello come Cerasa, Scanzi, Labate, Selvaggia Lucarelli. Non si può non provare un senso di profondo sconforto per una professione nobile ormai in decadimento e, inevitabilmente, di atrabiliare nostalgia pensando ai grandi del passato.

 

 

Elia Dall'Aglio

Liberale eterodosso, laureando in scienze politiche. Mi interesso di politica, giornalismo, tennis.

3 Risposte

  1. Paolo M. Micheli

    Non sono un osservatore così fine e preciso come te, nei riguardi dei giornalisti come Cerasa. Tuttavia, condivido le osservazioni basate su una mia impressione “laica” nel Direttore. Penso che oggi, in politica come nel giornalismo, si tenda esageratamente ad imitare e cavalcare modelli. Tutti vogliono essere cool come Renzi (anche e soprattutto all’interno del PD), ad esempio. In questo modo si disperde, anzi si dipana, il talento (che Cerasa ne ha molto in effetti) dietro una voglia di emergere e mostrarsi che, paradossalmente, si nota di più delle vere potenzialità.

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  2. gio

    Quanta gente preparata vorrebbe fare il,giornalista,e questo lattante diventa direttore di un giornale così giovane perché figlio di un giornalista?Ma quando finirà l’epoca dei figli di papà che scavalcano gli altri in base al cognome e non al merito?

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