Quelle primarie al buio dove l’America rischia il declino

Republican presidential candidate Trump gestures and declares "You're fired!" at a rally in ManchesterPer la seconda volta in poco meno di otto anni assisteremo ad un evento frequente in Europa ma rarissimo nella storia delle elezioni federali degli Stati Uniti. Se si esclude il 2008, è dal 1928 (Hoover contro Smith) che la rosa dei candidati non comprende né un Presidente né un Vicepresidente, un segnale, questo, che rafforza l’assoluta originalità di questo turno elettorale.

Basta infatti scorgere superficialmente i curriculum dei vari candidati per riscontare l’assoluta peculiarità di queste elezioni primarie. La sensazione che Obama abbia fallito su molti fronti non solo è un’opinione abbastanza diffusa negli Stati Uniti ma è anche piuttosto evidente analizzando le caratteristiche e le idee dei candidati democratici.

I due più accreditati nel campo democratico, Hillary Clinton e Bernie Sanders, rappresentano esattamente le stesse due componenti elettorali che, grazie ad una mobilitazione spaventosa, portarono Obama alla Casa Bianca per ben due volte. La prima, moderata e centrista, ha sempre mal digerito la sterzata – poi, nei fatti, fallita – a sinistra di Obama. Se fosse eletta, sarebbe il primo presidente dai tempi di Richard Nixon a riuscire nell’impresa dopo aver perso le primarie – in modo clamoroso – già una volta. Il secondo, invece, rispetto alla Clinton rimprovera ad Obama l’esatto opposto: aver fatto troppo poco per essere un uomo di sinistra. Sanders, occorre ricordarlo, è il primo dai tempi di George McGovern, che non ha timore a rivendicarsi “socialdemocratico”, un aggettivo che a molti suoi predecessori è costato la presidenza e che, a lui, invece sembra quasi giovare. Dato per sicuro perdente sta recuperando molti punti e da politico maturo quale è, sta riuscendo nel far sembrare bollita la sua avversaria più di quanto non abbiano saputo fare gli sfidanti repubblicani. Di certo, chiunque dei due uscirà vincitore da questa competizione è destinato a rappresentare un mondo già vecchio: la Clinton, senza tener conto dei 24 anni passati, riprenderebbe sostanzialmente la politica moderata del suo ingombrante marito mentre Sanders sarebbe destinato non solo a scontare l’isolamento maccartista che già colpì McGovern nel 1972 ma troverebbe non poche difficoltà a contare sul sostegno dell’elettorato moderato già ampiamente deluso da Obama.

In campo repubblicano la sfida è più aperta e senz’altro più vivace. Il superfavorito della vigilia, Jeb Bush, arranca e non poco nei confronti della mina vagante Donald Trump che anzi sta raccogliendo, proprio come Obama nel 2008, il sostegno di una parte di elettorato da sempre restio a recarsi alle urne. Agli occhi di un europeo Donald Trump sembra assai meno “nuovo” e dirompente di quanto possa apparire agli occhi di un americano. I fenomeni elettorali di Grillo, di Tsipras, di Iglesias e della Le Pen, in fin dei conti, rappresentano lo sfogo di una società, in America quanto in Europa, ormai priva di solidi punti di riferimento culturali e politici. A farne le spese sono i profili dei candidati più moderati che di fronte all’irrompente Trump stanno cominciando a rincorrerlo a destra per non scontentare l’area del Tea Party ancora decisamente influente nel partito come nella profonda periferia del Paese. L’ultimo candidato proveniente dall’”esterno” a vincere le primarie repubblicane fu Ronald Reagan, ex attore e fino al 1962 addirittura militante nelle file dei democratici. Ripercorrere quei passi sarà dura: raramente negli Stati Uniti un battitore libero è riuscito ad affermarsi all’interno dell’establishment (repubblicano) e l’incrocio di antipatie e colpi bassi che sta incontrando Trump è destinato, prima o poi, ad affossare la sua candidatura. Tutto ciò non prima che venga sfoltita la rosa dei candidati nel fronte repubblicano, troppo folta per coalizzare un consenso così massiccio da poter sfidare, almeno nei sondaggi, la popolarità di Trump.

Da questo panorama emergono tanti dubbi ma una sola grande certezza: l’assenza di un candidato forte in grado di gestire la profonda crisi di leadership mondiale nella quale gli Stati Uniti versano da ormai un buon quinquennio e anche frutto della seconda elezione “al buio” in meno di otto anni. Non è un caso che in assenza di candidature di Presidenti o Vicepresidenti uscenti, pullulino, come in Europa, mogli, fratelli, figli e giullari. Assistere alla prima elezione veramente “all’europea” ci porrà, infine, ad un grande dubbio. Abbiamo esportato un modello che funziona o abbiamo trasmesso un virus che rischia di affossarci ancora di più? Una domanda che in pochi si pongono ma che, a breve, rischia di essere ricorrente in quest’occidente sempre più in preda ai populismi e in crisi profonda di idee.

Simone Santucci

Osservatore del genere umano, thatcheriano ortodosso, liberale molto law e poco order, romano, classe 1987. Attualmente Capo della Segreteria della Fondazione Luigi Einaudi e nell'ufficio Stampa dell'Unione delle Camere Penali Italiane. In passato è stato membro del Gabinetto del Ministro dello Sviluppo Economico, Portavoce del Sottosegretario del Ministero dello Sviluppo Economico e Portavoce del Sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti. Appassionato di storia del diritto medievale e moderno, ha scritto due testi universitari: "Momenti di storia del diritto" e "Profili storici e sistematici della messa in stato d'accusa".

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