La coscienza di un laicista

In tempi difficili di smarrimento civile, dove si sente parlare di guerre di religione, crociate culturali, fallimento della democrazia liberale; dove si erge a causa del declino occidentale la caduta di falsi miti religiosi e valori etici soggettivi; dove il dibattito appare diviso in un ennesimo bipolarismo dell’idiozia fra chi agita istericamente presepi e chi nega che la religione abbia un ruolo in ciò che sta accadendo, allora non può non ribellarsi la coscienza di un laicista.

La coscienza di chi è convinto che la nostra società funzioni, quando funziona, perché fondata su Voltaire, Montesquieu, Beccaria, e non sul dogma della Vergine Maria. Che a vincere sul Burqa saranno le minigonne, non il crocifisso in classe, e contro la Sharia vincerà lo Stato laico, non la “famiglia tradizionale”. Ma anche di chi è preoccupato dalla sottovalutazione dei ritardi culturali di gran parte del mondo arabo e musulmano, ad opera di altri, certi che sia sempre e solo colpa dell’Occidente.

Al contrario, sono convinto che questa sia la fase in cui aggrapparsi alla civiltà occidentale come quanto di più prezioso possa esistere, come il raffinato prodotto di una gestazione lunga quanto la nostra storia. Noi siamo culturalmente figli del cristianesimo, ma soprattutto siamo politicamente figli dell’emancipazione dal cristianesimo. Un riscatto durato millenni, costato tragedie, guadagnato col progredire della civiltà umana verso le massime vette civili e sociali che abbia mai toccato. Noi siamo la realizzazione della Tolleranza decantata da Voltaire, e la prova che aveva ragione. Ma come disse Michael Walzer, se è vero che la tolleranza rende possibile la differenza, la differenza rende necessaria la tolleranza. È soprattutto questa necessità che va riconosciuta e tutelata. Per un laicista la diversità dovrà essere assistita allo stesso modo quando la peculiarità in questione sia fortemente maggioritaria e quando invece sia la volontà di una minoranza da proteggere. Sia che riguardi il privato della nostra coscienza sia che consista in una decisione politica in grado di sconvolgere i connotati di una nazione.

Perché almeno di fronte alle armi, alle morti, alle minacce più gravi alla nostra libertà un laicista non può accettare che esistano, nel migliore dei casi, una laicità in tempo di pace e una in tempo di guerra. L’una da sfoderare nel vacuo nulla di un salotto televisivo quando i problemi del mondo (quelli veri) sembrano lontani, l’altra da sbandierare tardivamente sui social network quando una minaccia integralista ha bussato alla porta. La mia coscienza è sempre la stessa: si interessa alla mia libertà, e alla vostra, di grazia, a prescindere dalle circostanze che la minacciano, che si tratti del jihad o della “legge 40”. Difendo il mio privato dal fondamentalista islamico come dal bioeticista cattolico, dai mitra come dalle leggi, da chi vuole il mio male come da chi vuole il mio vero bene; perché sono convinto che l’unica vera roccaforte, e al tempo stesso sterminato spazio, della libertà umana sia l’autodeterminazione. Una responsabilità molto più profonda di un anticlericalismo à la page o di un’islamofobia di pancia, imporporata ogni tanto con qualche citazione della Fallaci.

Non si tratta nemmeno del rifiuto assoluto di ogni sentimento religioso o aspirazione metafisica. Non ho mai condiviso il cosiddetto “New Atheism“, le posizioni di chi vorrebbe ridurre ogni fede, dall’animismo superstizioso al pantesimo di Spinoza, a un mero credere in Babbo Natale: una puerile illusione da lasciare ai secoli bui e alle menti limitate. Non condivido nemmeno le posizioni “sociali” di Richard Dawkins e compagni: il sentimento religioso non è un male in sé e per sé, per il fatto che un numero infinito di follie sono state compiute in suo nome. Così come non è solo la religione che ha “il potere di far compiere azioni terribili a persone buone”: anche l’ideologia ha prodotto danni incalcolabili da parte di chi era convinto di perseguire il bene. L’emotività ha prodotto infinità di morti e ciò non significa che sia di per sé nociva ma semplicemente che va adoperata con cautela, filtrata da razionalità ed etica saldamente umanista. E d’altra parte nell’esperienza umana è esistito solo un fenomeno drammaticamente speculare alla violenza delle teocrazie: l’ateismo di Stato.

Eppure la religione ha un ruolo decisivo, e dunque gravissimo, in ciò che sta accadendo. Bisogna riconoscere quello che è un incontrovertibile insegnamento della storia: la religione va tenuta a una distanza di sicurezza dal potere. Per quanto possa sembrare paradossale, l’ideologia clericale cerca nel fondamentalismo islamico una sponda che possa di nuovo dare un senso alla sua esistenza. “Dobbiamo occupare con simboli e cultura cattolica gli spazi (generalmente pubblici) che altrimenti verranno occupati dall’intollerante avanzata islamica”. Questo schema di pensiero, opposto alla prospettiva laicista, è apparentemente rassicurante: eppure cela insidie molto pericolose. Effettivamente, pur se le religioni abramitiche condividono un’impostazione a larghi tratti violenta e patriarcale, penso anche io che il cristianesimo sia quella maggiormente compatibile con una società occidentale. Questo però proprio perché, volente o nolente, ha saputo umanizzarsi e ritirarsi sempre più nel privato delle coscienze. Il vuoto lasciato dalla cultura cristiana non è semplice decadimento di valori: si tratta nella maggior parte dei casi di irrinunciabile progresso civile! Ed è per questo che deve essere difeso da tutti i i tentativi di occuparlo, siano essi perseguiti con la violenza delle armi o con la retorica delle morali. È quello spazio, vuoto come la libertà, ciò che noi chiamiamo “tolleranza”: ed è la tolleranza che consentirà l’esistenza (senza favorirne nessuna) di tutte quelle pulsioni umane che colorano la nostra esperienza ma che dovranno svolgere nei suoi confronti un ruolo puramente ancillare.

Mantenendo fede alla nostra identità laica (ed ecco che il clericalismo, la xenofobia, l’omofobia e ogni ideologia intollerante non sono poi molto meno pericolosi dell’islamismo) il cosiddetto “scontro di civiltà” è già vinto. Altrimenti saremmo sudditi del monopolio sulle coscienze esercitato dalla maggioranza di turno. Ma se aveva ragione Hegel nel dire che la libertà,  una volta penetrata come idea nella mente degli uomini, vi si radica e diviene inestirpabile, una rassegnazione al ritorno del pensiero unico, o addirittura della fede unica, appare impensabile.

Sarà questo pluralismo di idee, fedi, gusti, valori, opinioni, educazioni, prospettive a costituire nel prossimo secolo la più importante sfida della libertà, con tutto ciò che ne deriva. Comprese difficoltà, inquietudini, momentanee crisi di valori: perché la libertà comporta sempre dei rischi. Ma una coscienza laica è certamente disposta a preferire l’incertezza di una società aperta rispetto a una più tranquillizzante favola imposta a tutti. Altrimenti non saremmo diventati ciò che siamo.

 

 

 

 

Stefano Leanza

Nato a Milano un ventennio fa, studio Giurisprudenza a Roma. Penso liberale e scrivo di giustizia e garantismo. Blogger per hobby, sono appassionato di giornalismo politico e sportivo.

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