Il Natale è stato fatto per gli uomini

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Monogramma di Cristo – Chiesa del Gesù a Roma

Sarebbe meraviglioso se invece di sprecare tempo e fiato a battibeccare su presepi ed abeti, laici e cristiani si soffermassero a meditare sui più profondi significati antropologici della ricorrenza del Natale: il solstizio invernale infatti, insieme ai giorni ad esso contigui, è un momento atteso e celebrato universalmente dall’umanità come punto di svolta in corrispondenza del quale l’avanzare delle tenebre cede il passo al regno della luce e della vita. E proprio sul significato ancestrale della ricorrenza odierna vorremmo riflettere brevemente insieme al lettore.

Goya, Saturno divora i propri figli

Goya, Saturno divora i propri figli

Tra il 17 e il 23 Dicembre gli antichi Romani celebravano i Saturnali. Saturno-Crono: la crudele divinità che divorava i propri figli per evitare che alcuno di essi potesse spodestarlo, è, in quanto sovrano del tempo che tutto inghiotte, la potenza oscura e distruttrice che presiede all’inarrestabile susseguirsi degli eventi e delle stagioni, condannando tutto ciò che è terreno alla caducità. Il tempo dunque rappresenta il nemico ontologico dell’umanità e del suo desiderio di libertà, in quanto costituisce il vincolo di tutte le creature terrene alla necessità della materia e all’ineluttabile destino della morte: non è casuale la sovrapposizione di Saturno/Crono al dio degli inferi, abituale proprio durante i Saturnali. Facevano da contrappunto ai Saturnali invece l’antichissima festa del Sole Nascente e quella – più recente – del Sole Invitto, celebrata proprio nella notte tra il 24 e il 25 Dicembre. Il sole, quale sorgente di luce e di vita per eccellenza, personifica naturalmente lo spirito, la pienezza individuale e l’interiorità: esso era talvolta associato al figlio di Saturno/Crono, ovvero Giove/Zeus, il “salvatore (sōter) degli uomini” e “custode della libertà” (eleuthérios), che detronizzò il padre inaugurando l’era olimpica sulla terra[1].

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Il Buon Pastore – Basilica di St John ad Ashfield

Il fatto che gli antichi, nella medesima notte in cui noi celebriamo il Natale, collocassero il trapasso dalla tirannide del tempo al regno dello spirito nella figura di una successione padre-figlio, getta una luce del tutto nuova sulla narrazione cristiana del bambino salvatore giunto a donare agli uomini la vita eterna, sacrificando se medesimo all’ira di dio. S’intravede una parentela simbolica tra il rito con cui popoli del Levante offrivano i primogeniti in olocausto al ventre di Moloch per placare la famelica divinità – talora associata a Saturno – e il rito dell’eucarestia, mediante il quale i cristiani ingeriscono il corpo del “figlio dell’uomo” sacrificato a dio, per riceverne la grazia. Tuttavia, se il figlio dell’uomo è egli stesso dio, allora ci troviamo di fronte ad un’inversione semantica tale, per cui questa nuova divinità, anziché chiedere agli uomini di sacrificarsi per essa, sacrifica invece se stessa per gli uomini. Il dono di Cristo deve quindi essere inteso non solo come liberazione dalla schiavitù del tempo, ovvero dal peccato originale (libero arbitrio) e dal destino della morte (vita eterna); ma anche come emancipazione dalla soggezione ad un culto punitivo, mortificante e superstizioso: “l’uomo non è stato fatto per il sabato, bensì il sabato per l’uomo”, disse Gesù scandalizzando sacerdoti e farisei.

Il Natale quindi dovrebbe segnare l’aurora di un nuovo evo della storia dell’umanità, fondato sull’indipendenza della coscienza personale dalla dittatura etica del ritualismo e della tradizione e sulla tutela dell’autonomia dell’individuo dalle pretese paternalistiche delle autorità religiose, politiche e di altra natura. Le greppie, i bovini, gli asini e bestie varie possono essere forse cari a chi di tutto questo non ha capito nulla.

 

 

[1] È vero che Esiodo descrive l’era di Crono come “età aurea” per gli uomini, ma tale “età aurea” può ben essere intesa come uno stato edenico di assoggettamento pre-cosciente alla legge della natura – il tempo appunto – cui subentra successivamente il travaglio del libero arbitrio.

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma analista fiscale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

10 Risposte

    • Dario Bortoluzzi

      Grazie, Gianuario. Ovviamente chi approfondirà si renderà conto che le figure mitologiche evocate nell’articolo sono più complesse e sfumate rispetto a come le ho schizzate qui. Esistono differenze significative tra il greco Crono e il romano Saturno; l’associazione di Moloch a Crono non è univoca – qualcuno lo considera una divinità solare; ecc… Questa lettura però mi sembra la più lineare, significativa e suggestiva. Buon Natale.

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  1. Giovanni F.

    Senza nulla togliere alla mirabile sintesi, credo che l’ultimo paragrafo vada esplicitato meglio, o almeno chiarito -pur nelle esigenze di sintesi- sul piano interpretativo.

    “Il Natale quindi dovrebbe segnare l’aurora di un nuovo evo della storia dell’umanità, fondato sull’indipendenza della coscienza personale dalla dittatura etica del ritualismo e della tradizione e sulla tutela dell’autonomia dell’individuo dalle pretese paternalistiche delle autorità religiose”.

    Penso che un cristiano mediamente attento e praticante, sia perfettamente consapevole, pur nell’ambito del libero arbitrio, che la morale non sia un prodotto dell’esperienza degli uomini, ma provenga direttamente da Dio. E’ l’antitesi dell’utilitarismo, motivo per il quale nessuno proverebbe a conciliare le due dottrine. E se la Bibbia è scritta direttamente da Dio, non c’è grande margine di manovra: l’uomo è libero di agire, ma non per questo è vincolato dalla dottrina biblica, credo.

    Se invece l’intento dell’autore è quello di appoggiarsi a correnti minoritarie ed affermare che nel Nuovo Testamento ci siano delle distorsioni del vero messaggio di Gesù, come affermava -tanto per dire- Nietzsche, allora è giusto dirlo. Ci sono tanti liberali che reinterpretano in modo ampio la dottrina, distaccandosi da S. Paolo e negando, per esempio, l’esistenza del peccato.

    Sarebbe interessante conoscere -e lo chiedo da laico- le valutazioni dell’autore in merito.

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    • Dario Bortoluzzi

      Ciao Giovanni. Ti ringrazio per il tuo intelligente commento. Parlare di distorsioni del messaggio del Cristo storico nel Nuovo Testamento è, come credo saprai, impresa filologicamente azzardata: su quali basi lo si può fare, se su Gesù non vi sono altri documenti che il Nuovo Testamento? E’ possibile farlo forse su basi filosofiche, muovendosi nei margini lasciati indefiniti se non incoerenti dai Vangeli, ma deve essere chiaro che si tratta appunto di filosofia e non di filologia.

      Quindi, se capisco bene, la tua osservazione è che, rimandando in ogni caso la predicazione di Cristo alla trascendenza, non si può parlare di un Cristo – diciamo così – liberale e laico, poiché ciò presupporrebbe in ogni caso l’immanenza della morale all’uomo. Se è questo che intendevi dire, il tuo appunto è assolutamente corretto sul piano storico-filologico.

      Sul piano filosofico però la dottrina cristiana è tutta segnata dal suo ruotare intorno all’ambiguo perno di un dio-uomo che è uomo nella sua integrità (non solo spiritualmente, ma anche corporalmente). Non può essere stato questo dio-uomo il ponte che ha portato l’Europa a scoprire l’immanenza della morale all’essere umano, ovvero a riconoscere l’uomo come tanto sacro quanto dio?

      E’ chiaro che poi l’evoluzione di questo “umanesimo” in illuminismo e dell’illuminismo in positivismo è approdato a conclusioni del tutto inaccettabili per un cristiano, come ho rimarcato anche nel mio precedente articolo.

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      • Dario Bortoluzzi

        Questa ambiguità tra trascendenza e immanenza si ritrova anche nell’episodio più identificante del Nuovo Testamento: la crocifissione.

        Da un lato è chiaro che ci troviamo ancora nell’ambito di una religiosità della trascendenza, altrimenti non avremmo un dio irato che esige dagli uomini il sangue di una vittima e il nuovo credo si sarebbe espresso semplicemente col rifiuto del concetto stesso di sacrificio – come nell’Ifigenia in Tauride di Goethe, dramma laico e “illuminista” per eccellenza – ma così evidentemente non è stato.

        Dall’altro Cristo, nella narrazione evangelica, si lascia catturare, umiliare, condannare e uccidere. Persino il catechismo ufficiale della chiesa spiega questo fatto come un’apoteosi dall’umanità nella sua debolezza e vulnerabilità.

      • Giovanni F.

        Ciao, ti ringrazio per la prontezza. Come hai facilmente dedotto, le mie annotazioni (sparse e che non rappresentano in alcun modo mie valutazioni) circa le “possibili distorsioni” sono assolutamente di natura filosofica. Attorno c’è una vasta letteratura (in senso lato), che da un lato tenderei a definire impropria, se non pura poesia, come nel caso di Nietzsche, che non presta attenzione alcuna allo studio delle fonti. Dall’altro ci sono diversi autori (anche rispetto a temi di natura totalmente diversa, cito fra i tanti Feuerbach) il cui contributo è segnato se non altro da un’attenta analisi.
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        Su questo aspetto, non ho assolutamente obiezioni da fare. Il quesito, però, rimane e provo a riformularlo in modo ancora più schietto e schematico di prima.
        Nell’articolo si parla esplicitamente di “dittatura etica” e di “paternalismo” delle autorità religiose;
        per un laico liberal-libertario, nulla da discutere, anche in quanto non assoggettato alla vita della comunità pastorali.
        Nella prospettiva contemporaneamente liberale e cattolica (stringiamo il campo d’analisi) la questione ha un carattere molto più intricato e probabilmente insanabile, a mio avviso.
        Tradizione e ritualità, per un cristiano non ultra-secolarizzato, o se non altro fedele alla dottrina ufficiale della Chiesa Cattolica (ed è, per così dire, una delle ipotesi di partenza) sono elementi irrinunciabili.
        Allo stesso modo, il tema etico: può un cattolico accettare le valutazioni dei liberal-libertari utilitaristi in campo di bioetica?
        Se sì, allora giungiamo alla conclusione che la coscienza morale è assolutamente libera da qualsiasi approccio metafisico, e gli individui agiscono liberamente per coscienza “propria”, individuale. Bene, pienamente d’accordo. Ciò però contraddice il principio per il quale la morale è voce di Dio, ribadisco, e la Bibbia ne è la parola. O forse è ammissibile (chiedo) coniugare posizioni così distanti?
        Ho sempre dubitato sul punto.
        Se la risposta è no, allora si rispetta il punto che le prescrizioni generali presenti nella Bibbia (che non a caso si esplicano nella ritualità, in forme esteriori, De Tocqueville docet) sono un po’ più rigide.
        Ma allora siamo in contraddizione. O si rispetta un postulato, oppure un altro.
        Spero perdonerai l’argomentazione “all’americana”; capisco di aver fatto riferimenti a temi delicati, ma dal punto centrale non credo si possa scappare.

      • Dario Bortoluzzi

        Giovanni: “Tradizione e ritualità, per un cristiano non ultra-secolarizzato, o se non altro fedele alla dottrina ufficiale della Chiesa Cattolica (ed è, per così dire, una delle ipotesi di partenza) sono elementi irrinunciabili.
        Allo stesso modo, il tema etico: può un cattolico accettare le valutazioni dei liberal-libertari utilitaristi in campo di bioetica?”.

        Nel caso del luteranesimo e del calvinismo invece la cosa assume contorni diversi. Abbiamo un dio che giudica insondabilmente ciascun essere umano sulla base dell’imperscrutabile coscienza di quest’ultimo. La chiesa come dispensatrice di salvezza qui non esiste più, ma in fondo la stessa tradizione e qualunque etica positiva, se prendiamo sul serio questo principio, perdono senso.

        Se l’unico criterio del giudizio dio sarà il foro interiore di ciascun uomo, che è per natura inaccessibile agli altri e in fondo anche a quello stesso uomo, nessuna appartenenza e nessuna condotta possono davvero pregiudicare la salvezza o la dannazione.

        Si badi però che anche il catechismo ufficiale della chiesa cattolica condanna in senso assoluto “il presumere e il disperare la salvezza”. Se prendiamo questo dettato alla lettera anche qui dovremmo concludere che il giudizio di dio è imperscrutabile, poiché non esiste alcun merito che possa garantire la grazia di dio o alcuna colpa che possa pregiudicarla, quindi a rigore anche qui l’etica positiva verrebbe svuotata.

      • Giovanni F.

        Ancora grazie per le esaustive e ficcanti riflessioni. Solo adesso mi sono accorto di un piccolo refuso (nel caso della dottrina ufficiale, mi riferivo esclusivamente a quella cattolica, ma l’aggettivo “cristiano” posto all’inizio del periodo può generare confusione).

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