Il senso del dibattito usurpato dai talk

Riceviamo e pubblichiamo volentieri da Antonio Belluomo Anello

Il Paese è fermo, da almeno un decennio, a parlare di ICI prima e di IMU poi. E’ mai possibile considerare un tassa del genere essenziale per le sorti di una Nazione (e soprattutto per le tasche dei contribuenti) e spacciare la sua eliminazione come la panacea di tutti i mali?

Quando ne sento parlare, la politica in generale, i contrari o i favorevoli a questa tassa, in tv, sui giornali o sui social, mi rendo conto che il problema vero dell’Italia, quello più radicato, prima ancora di una burocrazia macchinosa (mi fermo volutamente qui) è l’immobilismo culturale e la pochezza del dibattito pubblico (se così possiamo chiamarlo). Abbiamo ceduto il nostro diritto di parola ai talk senza rendercene conto; abbiamo acconsentito a farci dettare l’agenda non da quelli che sono i nostri criteri ma dalla scaletta dei conduttori di programmi molto spesso imbarazzanti, che trattano la politica come una fiction (i talk del mattino ad esempio) senza estrarne nulla se non l’ovvio e il deleterio da argomenti ormai usurati, con ospiti che hanno più presenze negli studi televisivi che nel proprio bagno di casa.

La politica è ormai l’argomento che tira di più in tv (anche se gli ascolti sono in calo) e nonostante questo il pensiero del Paese è ancora più putrido e brutto di quando la politica non era così mercificata, resa schiava di quel finto “dobbiamo sapere perché noi siamo la gente” che tutto fa tranne creare un punto di vista vero ma anzi: tutto ciò assuefa la nostra mente, il nostro pensiero, appiattisce il dibattito e sposta l’ago della nostra bussola su problematiche infime come è, ad esempio, quella dell’IMU che nonostante venga spacciata come una tassa delittuosa o salvatrice, a seconda dell’uso che ne fanno i Governi di turno, in realtà il ceto medio – basso non la avverte né nell’una né nell’altra maniera. Il rischio, concreto, che si corre, con una politica così amaramente presente, che stufa l’elettore invece di entusiasmarlo, è quello di averne una sempre più mediocre (nel senso di media) che nemmeno la satira riesce a pungere seriamente, come del resto sta avvenendo.

La politica, a mio avviso, deve ritornare ad essere una sorta di élite culturale accessibile a tutti ma mercificabile da nessuno: dai politici stessi così come da quei giornalisti che si divertono a giocarci per riempire contenitori televisivi col nulla più assoluto e pagine di giornali con le infamie peggiori. È necessario cambiare la percezione che si ha di essa affinché questa possa ritornare ad essere uno strumento vitale e credibile per la società. La politica non può essere un grande fratello del ceto che ha studiato, quello che snobba la Marcuzzi (giustamente) ma poi si droga di fuffa politica, per intenderci; questa ha bisogno, oggi più che mai, di riacquistare valori fondamentali quali la sobrietà e il rigore. Non possiamo più accettare che la politica sia core business di qualcuno e ancor meno uno strumento usato dalla televisione per sopperire alle proprie mancanze in termini di contenuti e originalità. La politica non è il calcio, la politica è vita, è serietà, è intelligenza. Il processo del lunedì è accettabile solo se l’imputato è lo sport più amato dagli italiani: anche perché questa proliferazione di palinsesti, a tutte le ore, a sfondo politico è una sorta di antidolorifico che ha ormai ecceduto e sta riversando tutti i suoi effetti collaterali. Questa febbre da talk (dobbiamo solo pensare che il martedì ce ne sono due che si sfidano come la De Filippi e la Clerici il sabato) ha fatto un danno grandissimo su tutti: ha reso inutile e precario il dibattito; l’ha scheletrizzato e privato del suo senso più profondo: mettere a confronto idee, pareri per costruire e mantenere nel tempo nonché per arrivare a soluzioni e non a tristi comunicati stampa recitati come poesie di terza elementare.

Di Antonio Belluomo Anello

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